Il conflitto in Medio Oriente non è una questione lontana. Per il sistema produttivo lecchese significa export, energia e commesse. L’area che ha letteralmente preso fuoco sabato scorso rappresenta un mercato dinamico per il made in Italy, ma è anche un’area strategica per l’approvvigionamento energetico: dal Golfo passa oltre un quarto del commercio mondiale di petrolio e l’Italia importa da quei Paesi più di un quarto del proprio fabbisogno di petrolio e gas naturale. Le ripercussioni, che si sono subito avvertite con l’impennata registrata alle commodities energetiche, non tarderanno dunque a piombare sulle teste di imprese e famiglie lecchesi.
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Secondo l’elaborazione dell’Osservatorio MPI di Confartigianato Lombardia su dati Istat, negli ultimi dodici mesi (valore a settembre 2025) le esportazioni manifatturiere della provincia di Lecco verso i Paesi del Medio Oriente hanno raggiunto i 264 milioni di euro, pari al 4,4% dell’export manifatturiero totale del territorio (in leggero calo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, -2,9%). Un’area che per la Lombardia nel complesso cuba oltre 8 miliardi di euro e che rende la nostra regione la quarta più esposta in Italia in rapporto al Pil.
Medio Oriente: impatti su export, energia e imprese del territorio di Lecco
Altro elemento critico è quello costituto dal tema energetico. Il Medio Oriente genera infatti il 34,9% delle esportazioni mondiali di petrolio, quota che sale al 42% per il petrolio greggio: l’Italia acquista qui 16mila milioni di euro di beni energetici, che per buona parte transitano attraverso lo stretto di Hormuz. Un equilibrio che si riscopre precario, aprendo a scenari di probabili shock sui prezzi dell’energia.
Per un territorio come quello lecchese, fortemente manifatturiero e specializzato in meccanica e lavorazioni metalliche, il doppio canale export–energia è dunque particolarmente sensibile.
«Il nostro territorio – commenta il presidente di Confartigianato Imprese Lecco Davide Riva – è inserito in filiere internazionali complesse. I 264 milioni di export verso il Medio Oriente non sono solo un numero: dietro ci sono imprese, posti di lavoro, investimenti e relazioni commerciali costruite nel tempo».
Il presidente Riva sottolinea il doppio fronte di rischio: «Da un lato c’è l’incertezza sui mercati di sbocco, dall’altro l’ormai certo aumento dei costi energetici. Per un sistema manifatturiero come il nostro, un nuovo shock rischierebbe di comprimere margini e rallentare gli investimenti».
Il segretario generale Matilde Petracca entra nel merito operativo: «Il dato che riguarda Lecco – 4,4% dell’export manifatturiero diretto verso l’area – dimostra una presenza significativa, soprattutto nei settori a maggiore vocazione meccanica e metalmeccanica. Non siamo tra i territori più esposti in valore assoluto, ma siamo parte di una filiera lombarda che sul Medio Oriente vale quasi il 10% dell’export regionale manifatturiero».
Anche le imprese che non esportano direttamente in quell’area possono subire conseguenze attraverso l’aumento dei costi di produzione. In uno scenario instabile, la capacità di leggere in anticipo i rischi fa la differenza.