Pubblichiamo il reportage di Gloria Pessina che ha trascorso la giornata di ieri, mercoledì 5 agosto 2026, a stretto contatto con i soccorritori impegnati nelle operazioni di spegnimento dell’incendio sul Moregallo.
Per qualche giorno il Moregallo è diventato una cosa di tutti
Mercoledì mattina le conversazioni nei bar di Valmadrera sono monotematiche. L’incendio che dal giorno precedente brucia il monte Moregallo ha permesso ai paesani di parlare finalmente di qualcosa che non sia il meteo. O meglio: di una nube diversa da quelle che si guardano per riempire le conversazioni.
Qualcuno racconta di aver percepito il rumore di uno degli elicotteri accorsi in aiuto, come un’anziana che abita nella Valmadrera più vicina al lago. «È passato proprio sopra casa mia», dice. Qualcun altro, più lontano dallo specchio d’acqua lariano, ha prima avvertito l’odore. Una ragazza, per esempio, ammette di essersi preoccupata che in casa ci fosse una fuga di gas: «Era notte fonda, mi sono svegliata e ho controllato ogni stanza. Non trovando nulla sono tornata a letto. Ho saputo dell’incendio solo ore dopo».
A notare il progressivo aumento delle fiamme sono stati coloro che si trovavano nelle zone del Pradello e della discoteca Orsa Maggiore, sulla riva opposta del lago, di fronte al versante del Moregallo maggiormente soffocato dalle fiamme. «Da lì si vedevano benissimo», ci spiega in mattinata un giovane edicolante. Il suo tentativo di nascondere la parziale fascinazione fallisce, tradito da un sorriso trattenuto.
Che da lì si vedessero benissimo, però, è incontestabile. A tal punto che la Protezione civile ha posizionato la base operativa (il centro di coordinamento) proprio all’Orsa Maggiore. O meglio, nel suo parcheggio.
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La raggiungiamo in mattinata, quando molte fiamme sono state rimpiazzate da alte colonne di fumo. Davanti a noi troviamo un furgone di medie dimensioni, un tavolo, tre sedie da campeggio e una tenda che garantisce un po’ d’ombra. Uno degli incaricati della squadra di Antincendio Boschivo (AIB) impugna il binocolo, strizza le palpebre e osserva le operazioni che stanno avvenendo in cima alla montagna; poi si siede al tavolo e appunta le novità con carta e penna. Nello stesso momento, qualcuno sta parlando al walkie talkie. È Piero Proserpio, direttore delle operazioni di spegnimento (DOS), che coordina, nel suo ruolo, le squadre a terra e in aria.
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Mentre il Canadair fa rifornimento di carburante, Proserpio ci elenca i primi sviluppi della giornata, partendo dalla vasca per elicottero montata ad alta quota, a Valbrona, che permette di rifornirsi senza dover tornare al lago. Passa quindi ai fronti che richiedono ulteriore lavoro per essere domati. «Uno è in un canalone difficoltoso. Un altro è nella parte più alta». Indica quindi una grande nuvola bianca. «Con due elicotteri dovremo rimuoverla in modo tale che il Canadair possa sganciare acqua anche in quella zona».
Ci conferma che non si sono rilevati danni a persone o a cose, anche perché in gran parte della zona interessata dalle fiamme non sorgono abitazioni.
Dal centro abitato situato vicino alla località di San Tomaso arrivano buone notizie. «Siamo riusciti a fermare la parte di incendio che si era allungata verso la zona del Sasso di Preguda. Tre squadre si occuperanno ora della bonifica», dice a un certo punto, felice di aver protetto il masso erratico trasportato migliaia di anni fa dai ghiacciai. «L’incendio è arrivato molto vicino, ma si è fermato a un passo dalla Chiesetta di Sant’Isidoro», fa notare il sindaco di Ballabio Giovanni Bruno Bussola, che ha appena raggiunto la tenda della Protezione civile. Gli aveva già fatto visita qualche ora prima, ma è tornato per avere aggiornamenti sull’operato.
Approfittiamo della disponibilità di Proserpio chiedendogli come si organizza un’operazione di così larga scala. «Si analizza la testa del fuoco, cioè la parte più in alto, e poi si considerano il fronte destro e quello sinistro», anticipa. «Si inizia spegnendo le aree in cui ci sono le infrastrutture e lasciando perdere il resto», dice. Ha senso, questione di priorità. E la fauna?
«Ci sono i mufloni, ma tanto scappano», afferma con una convinzione tutta brianzola. Al momento della nostra conversazione non risultano ancora informazioni certe sulle conseguenze dell’incendio per la fauna. Nelle ore successive, ANSA riferirà della morte di animali selvatici, «soprattutto mufloni e altri ungulati».
La conversazione viene interrotta dal rianimarsi del walkie talkie, che restituisce una voce lontana ed elettrica: il Canadair è pronto. Prima però, il gommone dei Vigili del Fuoco si accerta che nessuno si trovi sulla traiettoria del grande anfibio. «Onde evitare che tiri su qualche barca», sdrammatizza.
Quindi il DOS si porta il walkie talkie alla bocca: «Avanti CAN 31». Il Canadair ha il via libera.
Il suono dei suoi motori ferma tutti i passanti di via Lungo Lario Piave, pronti a osservarlo al passaggio. Lo stesso si verifica a Parè. Una nonna indica il gigante giallo alla nipotina, quasi a mostrarle che a volte le brutte storie portano con sé qualcosa di nuovo. Non capita tutti i giorni di vedere un velivolo capace di trasportare 5mila litri d’acqua a 200 km/h.
Secondo le prime stime, la porzione di bosco bruciata è nell’ordine di grandezza di chilometri quadrati. È difficile accettare di essere solo tristi spettatori, quindi a tavola (e su Facebook) si discute delle possibili cause, alla ricerca del colpevole. Nel mentre, è stata aperta un’indagine e i Carabinieri Forestali hanno già effettuato i primi rilievi. Saranno loro a trarre le conclusioni.
Nella tarda serata di ieri erano ben visibili due strisce di fiamme, una delle quali nell’area sopra Sambrosera. Le operazioni per domarle sono ripartite in mattinata, al ritorno della luce. È rimasto chiuso il tratto di SP583 che collega Parè a Onno «perché sono caduti dei massi ed è facile se ne spostino altri mentre gli elicotteri scaricano acqua», spiega Proserpio.
Chiusura che già ieri aveva costretto alcuni proprietari di lidi a interrompere momentaneamente l’attività, per l’impossibilità di raggiungerli. Le autorità hanno fatto sapere che si deciderà per la riapertura solo quando l’emergenza sarà terminata.
Mentre la montagna continua a bruciare, però, la cittadinanza continua a sentirsi parte di un gruppo. Un gruppo che sta soffrendo insieme, ma pur sempre un gruppo. Il dispiacere per quel grande monte sta unendo fasce d’età diverse: quelli che lo guardano dai bar, quelli che lo osservano con un binocolo e quelli che, semplicemente, alzano gli occhi verso il fumo.
Per qualche giorno il Moregallo è diventato una cosa di tutti.
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Galleria fotografica a cura di Gloria Pessina


