Cronaca
Intervista

Il papà di Chiara: "Io non lo perdono"

Gian Franco Papini racconta l’adorata figlia e quella drammatica sera. Un’amica della ragazza è arrivata per prima sull’incidente e ha chiamato sua madre Maria

Il papà di Chiara: "Io non lo perdono"
Cronaca Lecco e dintorni, 08 Giugno 2020 ore 10:04

«Perdono? E’ difficile parlare di perdono quando si piange la morte di una figlia. In questo momento non me la sento proprio». A Gian Franco Papini, papà di Chiara morta a 19 anni investita nella tarda serata del 20 maggio scorso da un pirata della strada, trema la voce. Ma il suo racconto rimane misurato e composto malgrado il dolore devastante che emerge in ogni frase.

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Il papà di Chiara Papini: "Io non lo perdono"

«Chiara era un vulcano in tutto - continua - riempiva le giornate. Era una di quelle giovani donne che non riescono mai a stare con le mani in mano. Se c’era un momento libero diceva: “Dai papà, facciamo una torta”. A volte non avevo voglia di cucinare e optavo per un piatto di pasta, ma lei obiettava subito e tirava fuori una montagna di piatti e pentole che poi bisognava lavare. Nel periodo del Covid si era colorata i capelli di rosa... Avevo impegnato tre giorni a ripulire il bagno. Quello che di lei colpiva sempre, chiunque, era l’animo generoso. Era una persona altruista: ascoltava tutti, cercava di aiutare chiunque bussasse alla sua porta. Amava sorprendere gli amici organizzando feste di compleanno o improvvisate. Interiorizzava molto i problemi degli altri e questo a volte la faceva soffrire. Ma era uno spirito libero, sempre in prima linea quando c’era da fare “casino”».
Chiara era anche una sportiva. Aveva iniziato il nuoto alla Canottieri, grazie al papà istruttore. «Amava le passeggiate in montagna, il nuoto, il pattinaggio. Le piaceva vivere. Nella sua breve vita ha avuto molti alti e bassi, ma adesso aveva trova trovato la sua dimensione. Era felice. Pochi giorni prima di morire aveva scritto un messaggio alla madre dicendo: “Mamma, sono contenta, sono serena. L’unica consolazione che abbiamo è che in questo periodo di lockdown imposto dal Covid-19 abbiamo vissuto ogni giorno a stretto contatto con lei. Per due mesi e mezzo abbiamo potuto godere appieno della presenza di Chiara e il ricordo di quei giorni è prezioso».

Pensa che un giorno potrà perdonare Samuele Mellace, l’investitore di sua figlia?

«In questo momento non ci riesco. Chiara non c’è più e, pur avendo un cuore, non ce la faccio. Non conosco il ragazzo. Ma da quello che ho sentito, leggendo i giornali, ha già alle spalle episodi non molto chiari».

Cosa è successo la sera del 20 maggio?

«Chiara stava tornando a casa dopo una serata trascorsa con amici quando è stata investita sulle strisce pedonali. Pochi attimi dopo l’incidente in via Papa Giovanni XXIII è arrivata una sua amica che l’ha riconosciuta e si è precipita a casa ad avvisare mia moglie Maria e mio figlio Fabio, io non ero lì. Ha urlato: “Correte! Correte, Chiara è stata investita”. Così si sono precipitati subito sul posto dove già c’erano i sanitari che la stavano soccorrendo. Sua madre avrebbe voluto avvicinarsi per tenerle la mano, ma probabilmente il personale sanitario, sapendo le condizioni in cui versava Chiara, ha preferito tenerla lontana. Io sono giunto poco dopo, quando era ormai sull’autoambulanza. Non appena ci hanno detto che era stata trasferita a Varese ci siamo recati subito là».

Ma Chiara non ha mai ripreso conoscenza...

«All’ospedale di Varese siamo arrivati intorno alla mezzanotte. Il trauma di Chiara era tale da non consentire un intervento chirurgico, bisognava solo aspettare. Alle 2 siamo riusciti a parlare con un neurologo. I dottori hanno l’obbligo di dire la verità, ma forse perché è una verità che non si vuole sentire o perché in quel momento non si riesce a recepirla io ho chiesto: “Nelle condizioni di mia figlia quanti sopravvivono? Uno su cento?”. Il medico mi ha guardato e ha risposto: “Neppure uno su mille”. A quel punto abbiamo capito che l’avevamo persa».

E avete deciso di donare gli organi.

«In realtà la scelta è stata di Chiara. Ne aveva parlato con la madre. Per me è stata una decisione sofferta, era difficile pensare che il corpo di mia figlia potesse essere svuotato... Ma ha dato una possibilità di vivere a tante persone, tanti giovani, bambini addirittura. Chiara era generosa, un po’ di lei vivrà in tutti loro. Ci hanno detto che ci diranno l’età e la regione di residenza dei trapiantati, magari potremo entrare in contatto con loro e incontrarli».

So che volete spargere sul mare le ceneri di Chiara...

«Sì, per ora le sue ceneri sono custodite in un’urna nell’agenzia di pompe funebri. Appena sarà possibile uscire dalla nostra regione ci organizzeremo. Chiara amava la barca a vela, per quattro anni ha fatto una sorta di crociera con altri dieci ragazzi partendo dalla Puglia per poi giungere nelle isole della Grecia. Sull’imbarcazione ognuno doveva fare la sua parte, chi cucinando, chi pulendo e chi restando al timone. Pochi giorni prima di morire mi aveva chiesto la possibilità di andare in Puglia per prendere il brevetto come skipper. Le avevo detto che ne avremmo riparlato a scuola conclusa. Era libera e ci sembra giusto che le sue ceneri liberamente vadano per mare».

Avete deciso di raccogliere fondi da devolvere a un’associazione. Chi sarà il beneficiario?

«Non lo abbiamo ancora stabilito. Ma vorremmo un sodalizio che si occupi di ragazzi, fra i 12 e i 25 anni, un’età fragile, dove spesso l’inadeguatezza è fonte di malessere. Ci stiamo informando».

Voi vi siete rivolti a un legale. Cosa aspettate che succeda?

«Abbiamo scelto gli avvocati Stefano Pelizzari e Alessandra Carsana perché lo scorso anno Chiara aveva fatto uno stage da loro e ne parlava sempre con grande entusiasmo. Adesso sappiamo che stanno procedendo con l’acquisizione degli atti e sappiamo che ci sono delle indagini in corso. Come padre di Chiara, una giovane strappata alla vita e alla sua famiglia, mi aspetto giustizia. Mi aspetto una condanna. Non entro nel merito delle aggravanti o di altri aspetti. Lascio fare alla magistratura».