la cerimonia funebre

«Sei entrato nella mia vita di fretta e te ne sei uscito correndo»: straziante addio a Matteo Mamone

La chiesa di San Giorgio gremita per i funerali del 25enne morto nel tragico incidente di sabato. I ricordi della mamma, della compagna e delle maestre, tra lacrime, girasoli, palloncini bianchi e le note di Vasco Rossi

«Sei entrato nella mia vita di fretta e te ne sei uscito correndo»: straziante addio a Matteo Mamone

«Sei entrato nella mia vita di fretta e te ne sei uscito correndo». È la frase con cui Magda, mamma di Matteo Mamone, ha affidato alla comunità il suo dolore. Una frase che racchiude 25 anni di vita, dall’arrivo di quel «Bambino Lampo», tanto impaziente di nascere, fino al tragico incidente stradale di sabato 5 settembre , che ha spezzato troppo presto il futuro del giovane e dell’amico Tarek Aamari. Questa mattina, giovedì 10 settembre 2026, la chiesa di San Giorgio di Valgreghentino  non è riuscita a contenere tutte le persone accorse per stringersi alla famiglia. Sul feretro, coperto dai girasoli, il volto di un ragazzo che in tanti hanno conosciuto, amato e accompagnato nel corso degli anni. Nel cielo sono saliti palloncini bianchi, mentre le note di «Gli angeli» di Vasco Rossi hanno segnato il momento dell’addio.

«Sei entrato nella mia vita di fretta e te ne sei uscito correndo»: straziante addio a Matteo Mamone

Dopo la fiaccolata di mercoledì sera, la comunità si è fermata ancora una volta. Amici, parenti, compagni di scuola, conoscenti e cittadini si sono raccolti attorno a Magda, al figlio Marco e ai familiari, condividendo un dolore diventato quello di un’intera comunità. A celebrare la funzione sono stati don Paolo Ventura e l’ex parroco don Enrico Vitali. Durante l’omelia, don Paolo ha dato voce allo smarrimento di fronte a una morte così improvvisa.

«Sono molte e difficili le domande che salgono dal cuore davanti alla bara di Matteo. Non possiamo negare lo smarrimento e lo sconcerto che questo fatto ha prodotto in noi», ha detto il sacerdote.

Una tragedia che ha ricordato a tutti quanto sia fragile e imprevedibile l’esistenza. «Una volta di più ci siamo accorti quanto sia fragile la vita – ha proseguito – Un momento di distrazione o una casualità imprevedibile possono interrompere quell’avventura così grande che è un’esistenza umana, fatta di affetti, sentimenti, progetti e sogni».

Ma la perdita di Matteo non ha riguardato soltanto la sua famiglia. Il dolore ha attraversato una comunità intera, perché, come ha sottolineato don Paolo, «Quando viene a mancare qualcuno in una comunità, viene a mancare un fratello». Il sacerdote ha quindi richiamato le parole del Vangelo: «Io sono la risurrezione e la vita». E nella fede ha cercato una strada per attraversare un dolore che nessuna parola può cancellare: «La fede non è un argomento consolatorio in mezzo alle tragedie della vita, ma è una certezza che Dio è con noi anche nei momenti in cui ci sentiamo soli».

Poi il pensiero si è rivolto direttamente alla famiglia. «Vorrei dire loro di custodire il mistero della tua morte, caro Matteo, per custodire la verità della tua vita, che è stata un abbandonarsi alle braccia di Dio». E ancora, un invito a chi resta a non lasciare che il dolore consumi anche ciò che Matteo ha lasciato negli altri: «Il peso della morte che vi sta dentro non faccia morire anche voi anzitempo. Al contrario, che il ricordo di Matteo vi spinga ad amare ancora di più, a comprendere ancora meglio le sofferenze e le angosce degli altri, a rinnovare la fede in Dio e la speranza nella vita».

Infine, le parole che don Paolo ha affidato alla comunità: «Amate la vita. Amate la vita e siate anche voi, in mezzo alle nostre comunità, in famiglia, là dove siete, dove operate, Vangelo della vita per ciascuno di noi».

Al termine della cerimonia è stato letto il messaggio di mamma Magda per il figlio. Un ricordo intimo, fatto di episodi dell’infanzia, della famiglia e di quel carattere che lo aveva accompagnato fino all’età adulta. «Mi ricordo come fosse oggi il giorno in cui sei entrato nella mia vita. Avevi una fretta pazzesca di nascere, tanto che l’ostetrica ti aveva soprannominato il Bambino Lampo», ha raccontato.

Matteo era così anche crescendo: sempre di corsa, sempre in movimento, sempre impegnato a fare qualcosa e già proiettato verso quello che sarebbe venuto dopo. Per la mamma era il suo «dolce terremoto», il suo «brontolo». Per tanti altri, invece, era diventato il «gigante buono». Nel suo ricordo c’è anche uno dei periodi più difficili vissuti dalla famiglia, la morte del papà di Matteo. Magda ha raccontato di non aver creduto di avere la forza per andare avanti, ma di averla ritrovata grazie ai suoi figli. E ha ricordato una sera particolarmente difficile, quando Matteo le si era avvicinato e le aveva detto: «Papà non c’è più, ma tu sì e noi abbiamo bisogno di te». Quelle parole, semplici ma fortissime, le avevano fatto capire che i suoi figli avevano bisogno di una mamma.

Oggi quel figlio non c’è più. E nel suo ultimo saluto la mamma ha trovato la frase che forse più di ogni altra racconta l’assurdità di questa tragedia: «Sei entrato nella mia vita di fretta e te ne sei uscito correndo».

Magda ha scelto anche di immaginarlo da qualche parte, in riva a un lago, insieme al suo papà e al nonno, a pescare felici. «Matteo sarai sempre nel mio cuore», ha concluso.

Poi è arrivato il ricordo della compagna. Poche righe, ma capaci di racchiudere quattro anni di vita insieme.

«Ehi amore. L’unica cosa che continuo a pensare è all’amore che mi hai dato. In questi quattro anni hai rimesso insieme i pezzi del mio cuore e anche se a modo tuo, mi hai insegnato cosa è davvero l’amore. Ti amo per sempre. Tua Trichi». Un saluto semplice, affidato alla comunità nel momento dell’addio.

A ricordare Matteo sono state anche le sue maestre, che hanno riportato per un momento tutti ai suoi anni sui banchi di scuola, quando quel «ciao» veniva ripetuto mille volte, in giornate allegre e spensierate. Oggi, invece, quel saluto è diventato un addio. «Ci sono stati saluti allegri, gioiosi e altri più dolorosi. Oggi è uno di questi perché le lacrime soffocano il cuore», hanno detto le insegnanti. Nel loro ricordo hanno raccontato il bambino diventato grande troppo in fretta, con tanta voglia di rendere orgogliosa la mamma e la famiglia. Un ragazzo capace di regalare sorrisi e protezione ai compagni, senza chiedere nulla in cambio. Hanno ricordato anche il suo rapporto con la natura, quel modo concreto di imparare a rispettare e prendersi cura del creato «mettendo le mani nella terra senza paura di sporcarsi».

E soprattutto hanno parlato dell’amicizia, che per Matteo aveva un valore enorme: era generoso nel donarla e sapeva circondarsi di persone alle quali voleva bene. «Ciao Matteo, resterai nel nostro cuore», hanno scritto le sue maestre. Poi l’ultimo pensiero, affidato al cielo: «Ora abbiamo un angelo in più in cielo, avremmo voluto tenerti qui ancora un po’, ma dovevi volare in alto per continuare ad amare tutti in un Amore più grande».

Fuori dalla chiesa, intanto, restavano gli abbracci, le lacrime e il silenzio. I girasoli, i palloncini bianchi e quelle note di Vasco Rossi hanno accompagnato Matteo nel suo ultimo viaggio.

Un viaggio che sarebbe dovuto iniziare molto più avanti.

A Valgreghentino resta ora il compito più difficile: continuare a vivere custodendo il ricordo di quel «Bambino Lampo», del «gigante buono», dell’amico, del figlio e del compagno che per tanti continuerà a vivere nei ricordi e nell’amore di chi gli ha voluto bene.

Mario Stojanovic