Approfondimento

USA – Iran: intervista all’analista geopolitico Yari Lepre Marrani

L'opinione del saggista ed esperto di geopolitica milanese che ha un forte legame con la Valsassina

USA – Iran: intervista all’analista geopolitico Yari Lepre Marrani

Yari Lepre Marrani – saggista, giornalista culturale, scrittore ed esperto di geopolitica – ha un legame con la Valsassina. Milanese, da anni ha una seconda casa a Cassina Valsassina. In questa intervista espone il suo punto di vista sui rapporti tra Usa e Iran partendo da una coincidenza: il 4 luglio si celebra la festa dell’indipendenza degli Stati Uniti (quest’anno il 250esimo anniversario) e in questo 2026 la ricorrenza dell’Indipendence Day è coincisa con l’inizio della cerimonia funebre, durata sei giorni e chiusasi giovedì, di Ali Khamenei.

I funerali di Khamenei mostrano un Iran in lutto, ma la transizione avviene all’ombra dei Pasdaran. Qual è l’attuale postura di Stati Uniti e Israele di fronte a questo persistente potere militare?

“Stati Uniti e Israele mantengono una postura di massima allerta e deterrenza. Nonostante la morte di Khamenei, Washington e Tel Aviv sanno che il vero nucleo del potere profondo iraniano risiede nei Pasdaran (IRGC), che controllano l’apparato missilistico e nucleare. La strategia israelo-americana punta a contenere l’influenza regionale delle Guardie della Rivoluzione, alternando minacce di attacchi mirati a pressioni sanzionatorie, nel tentativo di impedire che i Pasdaran sfruttino il vuoto di leadership per blindare definitivamente il regime in senso giuntista e intransigente”.

In questa fiammata geopolitica l’Europa è apparsa marginale, quasi inerme. Il Vecchio Continente ha ancora una chance di farsi superpotenza o rimarrà spettatore?

“Finora l’Europa ha giocato un ruolo debole, limitandosi a dichiarazioni di principio e mediazioni diplomatiche prive di reale forza coercitiva. Per ritrovare centralità geopolitica e ambire allo status di superpotenza, l’Unione Europea deve superare le proprie divisioni interne e strutturare una vera difesa comune autonoma dalla NATO. Se non svilupperà una postura strategica unitaria e un “soft power” supportato da una credibile capacità militare, l’Europa rimarrà schiacciata tra l’unilateralismo americano, la spregiudicatezza israeliana e l’ostilità dell’asse sciita”.

C’è un paradosso temporale evidente: l’inizio dei funerali di Stato di Khamenei coincide proprio con il 4 luglio, l’Independence Day americano. Quale riflessione unisce questi due eventi così antitetici?

“È una coincidenza dal forte valore simbolico che fotografa lo scontro di civiltà dell’ultimo mezzo secolo. Mentre gli Stati Uniti celebravano la nascita della democrazia liberale e i valori della libertà individuale, le strade di Teheran si riempivano di milioni di persone per l’addio alla massima guida teocratica, al ritmo di slogan anti-occidentali. Questo contrasto plastico dimostra come la transizione dell’Iran non sia solo una questione di confini o sanzioni, ma una sfida radicale ai modelli politici globali, dove il lutto di una teocrazia ferita fa da specchio alla festa della superpotenza che ne ha accelerato la caduta”.

 Sullo sfondo resta una fragile e precaria tregua diplomatica tra Washington e Teheran, costantemente minacciata dall’imprevedibilità di Israele. Quanto è sostenibile questo equilibrio?

“La tregua attuale è estremamente fragile, un equilibrio instabile basato sulla mutua paura di un’escalation nucleare o di un conflitto totale. La sostenibilità di questo accordo è messa a dura prova dalla postura di Israele, il cui comportamento imprevedibile e spesso inaffidabile agli occhi degli stessi alleati americani rischia di far saltare il tavolo da un momento all’altro. Tel Aviv percepisce la transizione iraniana come una finestra di opportunità per neutralizzare definitivamente la minaccia dei “proxy” e del nucleare di Teheran, ignorando i tentativi di de-escalation della diplomazia statunitense e rendendo il rischio di un nuovo scontro imprevedibile ma imminente”.