«Ogni settimana – da fondi o da grandi strutture – riceviamo manifestazioni di interesse per rilevare la nostra azienda, ma i miei fratelli ed io vogliamo andare avanti e continuare a crescere in modo equilibrato». Mario Goretti, 48 anni, Presidente e Ad di Agomir, una bella e virtuosa realtà informatica fondata da papà Lorenzo nel 1981, specializzata in software gestionali e sistemi IT – insieme ai fratelli Ivano, 43 anni, IT e Facility manager, e Alessandro, 33 anni, R&D manager – è reduce da un’intensa politica di crescita per linee esterne che ha visto l’ingresso prima di Supertronic di Milano (2020) e poi di Celtis di Bologna (2022), Punto Sistemi di Albino (2024) e I.S.I. di Piacenza (2025). Agomir oggi occupa 120 collaboratori e ha chiuso il bilancio 2025 con un fatturato che ha superato i 20 milioni di euro.
La «campagna acquisti» è terminata? Adesso ci sarà una fase di consolidamento dopo questa forte crescita per linee esterne?
«Continueremo a crescere consolidando l’esistente, ma anche per linee esterne: le competenze nel nostro settore sono molto importanti ed è fondamentale guardare anche fuori dal nostro perimetro. Esamineremo eventuali occasioni sul mercato con grande attenzione, soprattutto se ci permetteranno di diventare ancora più robusti e capillari nei territori dove siamo già presenti con cinque sedi fisiche: Lecco, Milano, Bologna, Bergamo e Piacenza. Il nostro settore sta attraversando una fase di concentrazione e noi siamo pronti».
Sempre con risorse proprie o attraverso il private equity o altre forme di finanza?
«Al momento non abbiamo questa necessità, ma dipende dall’operazione che andremo a fare. Non siamo pregiudizialmente contrari ad aprire il capitale a investitori esterni, a condizione che condividano la filosofia e la governance della nostra famiglia. Siamo concentrati su una crescita di medio-lungo periodo, non ci interessa spremere l’azienda dal punto di vista finanziario e massimizzare i profitti. Abbiamo software di proprietà – che rappresenta un valore inestimabile – e un parco di centinaia di clienti fidelizzato che seguiamo con attenzione grazie alla nostra capillarità. Continueremo a lavorare sulle diverse sedi, come antenne territoriali: concentrandole tutte in un unico headquarter perderemmo la vicinanza al cliente, la forza dei nostri collaboratori, per ottenere solo un vantaggio finanziario nel breve periodo…».
Inserire nel gruppo quattro realtà diverse però non deve essere stato facile…
«Certo, ci sono elementi di naturale difficoltà, ma noi abbiamo sempre messo al centro le persone, valorizzandole, coinvolgendole nella nostra filosofia e nel nostro modello di crescita “artigianale” e non finanziario, mettendo in risalto le loro autenticità. Il clima positivo e virtuoso che si respira tra il personale l’ho constatato di persona recentemente anche durante la fiera Mecspe a Bologna dove alcuni collaboratori di diversi territori si sono ritrovati insieme per ascoltare le esigenze dei clienti, per confrontarsi e parlare di nuovi progetti, sempre in un clima costruttivo e conviviale».
Il tema dei temi oggi è rappresentato dall’AI. Le aziende hanno fatto passi da gigante nell’IT, nell’automazione e persino nella robotica, ma quella dell’intelligenza artificiale è una vera rivoluzione. Qual è la sua visione?
«L’intelligenza artificiale permetterà di gestire meglio i processi e i dati. L’automazione e la robotica – insieme all’AI – permetteranno di eliminare ulteriormente lavori pesanti, mentre in ufficio verranno ridotti soprattutto i compiti più ripetitivi. L’obiettivo è di impiegare questo tempo risparmiato con altre funzioni senza però perdere potere cognitivo, assuefarci alle comodità, eliminare il pensiero critico e smettere di studiare. La persona deve restare al centro e lo strumento non deve togliere la sensibilità di capire se le risposte sono giuste o sbagliate».
L’AI impatterà negativamente sull’occupazione?
«Non ho la sfera di cristallo, ma penso che scompariranno alcuni lavori e ne emergeranno di nuovi. Se la mia attività è quella di dare il resto a chi paga transitando dal casello autostradale è evidente che il mio lavoro è a forte rischio perché può essere fatto meglio dalla macchina, non essendoci necessità di interazione tra persone. Se sposto spesso oggetti da un posto all’altro è evidente che la robotica mi aiuterà a svolgere meglio questa funzione. Ma se faccio parte di un sistema dove la socialità e il dialogo rappresentano un valore il ruolo della persona resterà centrale».
Oggi il tema della sostenibilità e del risparmio energetico è passato un po’ in secondo piano. Si parla poco anche dell’energia che verrà consumata dai data center, essenziali per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
«Il tema ESG sembra essersi effettivamente ridimensionato… La sostenibilità forse deve essere vista all’interno di discorso più ampio, valutando anche il rischio di chi può e chi non può produrre in modo appunto sostenibile. L’Europa ha puntato le attenzioni sulla regolamentazione, cercando di avvalorare la nostra storica etica, mentre Usa e Cina hanno fatto passi da gigante sul fronte dell’automazione, della robotica e dell’AI. Noi siamo rimasti un po’ indietro. Anche su un’altra partita strategica – quella dell’energia – non siamo autonomi e questa non autosufficienza ci sta creando non pochi problemi».
Il pay off di Agomir è «radici di futuro». Perché avete deciso di sintetizzare l’identità, i valori e il posizionamento del suo brand in questo modo?
«Perché riassume bene il concetto di essere qui di passaggio, cercando di lasciare un segno in una logica di qualità nei territori dove operiamo e dove vogliamo avere una presenza di servizio capillare, di attenzione al benessere delle persone rispetto a una visione più finanziaria e di breve durata».
Le persone tornano spesso nel dialogo con lei.
«Non mi piace parlare di azienda come un gruppo di amici o come una famiglia: il lavoro è nobilitato da persone che fanno parte di un ecosistema condiviso, di una catena di servizio che qualifica i professionisti. Ogni elemento di un’orchestra ha le sue esigenze e noi dobbiamo cercare di rispettare le sensibilità di tutti in termini di ruolo in azienda, di ambizioni, di orari, di welfare… Cerchiamo di rispondere all’unicità di ogni singolo collaboratore».