Alla scoperta dell’antica storia della chiesa de La Santa: lo scorso incontro dell’Università della Terza Età (Uni 3) di Valmadrera ha accompagnato i numerosi partecipanti in un tuffo nel passato, attraverso incroci e successioni di popoli e di religioni, le cui eco risuonano ancora tra le mura dell’edificio sacro civatese.
Relatore della lezione, tenutasi nel pomeriggio di ieri, mercoledì 4 marzo 2026, nella Sala Auditorium del centro culturale Fatebenefratelli, il professor Carlo Castagna, docente di Storia e Letteratura italiana e latina al liceo scientifico G. B. Grassi di Lecco. Appassionato di arte, etnologia e storia e studioso di arte romanica, Castagna ha svolto numerosi viaggi di ricerca in Europa, Africa, Asia e Sudamerica. Laureatosi all’Università Cattolica di Milano con una tesi di ricerca sul campo in etnologia, ha poi scritto varie pubblicazioni riguardanti il complesso monastico di San Pietro al Monte e San Calocero.

Valmadrera: con l’Uni 3 alla scoperta della chiesa de La Santa, tra culti misterici e passaggi di popoli
Ad aprire l’incontro i saluti di benvenuto dell’assessore ai Servizi sociali Rita Bosisio che, insieme a Gianni Magistris, è responsabile del progetto dell’Uni 3.

Come spiegato dal professor Castagna, la presenza antropica sul territorio in cui si trova la chiesa de La Santa risale al VI millennio a.C. Nel terzo millennio a.C. si insedia nell’area una tribù di Liguri (una delle loro più note testimonianze è il “buco della sabbia”). Successivamente, tra il IX e l’VIII secolo a.C. nel Nord Italia arrivano i Celti; nella zona, in particolare, la tribù dei Celti Orobi (Galli), che si insediano però ad un’altitudine un po’ più elevata rispetto all’attuale sede della chiesa, in quanto il fondo valle era occupato da stagni e paludi, oltre che dal corso del torrente Toscio.
I celti bonificarono questi terreni per poterli utilizzare per l’agricoltura e, al gruppo di case che costituirono, diedero il nome di “Teusch” così come al fiume, nome che condivide la radice di Zeus e che rimanda al concetto di divinità in assoluto. Tutt’oggi infatti il fiume si chiama Toscio e la località Tozio. Qui i celti hanno costruito un piccolo tempio nei campi, in riva al Rio Sole (che oggi scorre sotterraneo), nel quale veneravano “Sucellos”, divinità celtica dell’agricoltura, delle foreste e della terra.

All’inizio del I secolo a.C. arrivarono i Romani, che restarono sul territorio fino al 476 d.C. e continuarono l’opera di bonifica della vallata; sotto il loro dominio, il culto della dea Cerere, la “Santa Mater Agraria” (la madre dell’agricoltura), sostituisce quello di Sucellos sul Rio Sole. E il nome “Valmadrera” deriva proprio da “Vallis Mater Agraria”, poi diventata Valmagraria, Valmagrera e, appunto, Valmadrera. Dato che i Romani spostarono il luogo di culto di Cerere sul ponte che attraversava il Rio Torto, il luogo antecedente diventò semplicemente “La Santa”, e poi, per distinguerla dalla nuova, la “Santa Vègia”, tanto che ancora oggi quella zona è soprannominata “Santa Vecchia”.
Tra il III e il IV secolo nel luogo sacro venivano praticati culti misterici di origine orientale; in particolare il culto di Mitra, dio persiano. Questa religione misterica prevedeva l’esistenza dell’anima e la sua eternità attraverso i sette pianeti (da qui, “setta”). Il rito centrale di questi culti era il sacrificio di un toro sacro, che veniva ucciso in un luogo sotterraneo. Agli adepti venivano poi prescritte abluzioni purificatorie, simili a quello che sarebbe poi diventato il rito del battesimo cristiano.
Questi culti prevedevano quindi la presenza di una sorgente per poter compiere il rito purificatore, e infatti all’interno della chiesa de La Santa vi era una sorgente, il cui flusso è stato poi deviato in seguito alla costruzione della super strada. Ma, fino a non così tanti anni fa, come raccontato dal professore, le donne di Civate erano solite mettere i bambini che non si decidevano ad iniziare a camminare con i piedini nella sorgente; si diceva che poi iniziassero a muovere i primi passi.

Nel VI secolo d.C., infine, l’edificio sacro diventa un luogo di culto cristiano. Nel 476 infatti arrivano i Goti e crolla l’Impero romano d’Occidente. Il papa e i notabili italiani chiedono quindi aiuto a Bisanzio che invia sul territorio i monaci basiliani, che portano il cristianesimo, e la chiesa viene dedicata prima a San Mamete, che però è riconosciuto solo in oriente, e quindi a San Simone, riconosciuto anche in occidente (tanto che fino agli anni ‘50 davanti alla chiesa veniva organizzata la Fiera di San Simone).
Ciò che resta dell’originale romano sono le colonne in arenaria, tagliate a filo nella cava detta del “Molinatto”. La cripta presente all’interno della chiesa, inoltre, è quella che mantiene i caratteri più antichi tra tutte le cripte presenti a Civate (quelle di San Pietro al Monte e San Calocero), non solo perché nel corso dei secoli ha conservato il riferimento alla “sancta mater agraria”, ma anche perché al suo interno è ancora presente l’insieme degli elementi del rito mitriatico.

Nel 568 arrivano sul territorio i Longobardi e La Santa viene dedicata ai santi guerrieri Nazaro e Celso, mentre nel 769 re Desiderio fonda San Pietro al Monte. Nel IX secolo Lotario invia i monaci benedettini che sostituiscono i monaci basiliani, e la chiesa de La Santa viene affiliata al monastero. Nei secoli successivi la chiesa ha assunto una funzione di oratorio. Infine, a fine ‘600 – inizio ‘700 alla facciata vennero aggiunti i tipici “riccioli” barocchi.
Una lezione molto interessante che ha permesso ai presenti di scoprire un luogo del territorio che, seppur sempre in vista a chi è di passaggio tra Valmadrera e Civate, cela una storia sorprendente che ripercorre secoli e millenni e che resta sconosciuta ai più. Mercoledì prossimo la visita guidata alla chiesa, sempre con il professor Castagna, per scoprire dal vivo questo piccolo gioiello.