Monsignor Milani: "L’esempio del santo Nicoló è prezioso anche per chi ha responsabilità pubbliche"

"Non solo esibire la propria presenza e fare promesse per mostrarsi “vicino alla gente” ma più radicalmente operare per la comunità sentendosene parte, immersi, impegnati a dare risposte, soluzioni, direzione, collaborazione".

Monsignor Milani: "L’esempio del santo Nicoló è prezioso anche per chi ha responsabilità pubbliche"
Lecco e dintorni, 03 Dicembre 2018 ore 15:24

Ieri, domenica 2 dicembre 2018, il nuovo prevosto di Lecco monsignor Davide Milani  ha celebrato la sua prima messa solenne dedicata al patrono san Nicolò. Una riflessione attenta e attuale sulla società lecchese e non solo ricca di spinti quella offerta dal successore di Monsignor Cecchin che abbiamo deciso  di riproporvi  integralmente.

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L'omelia di monsignor Milani

Ci sono tre gigantesche figure che svettano in questa terza domenica di avvento: due si ergono dalle letture bibliche - Giovanni il Battista e Ciro imperatore di Babilonia - una dalla tradizione, san Nicoló, il patrono della nostra città che stiamo celebrando.

Ciro, strumento della Liberazione

Siamo nel VI secolo a.C. e il popolo di Israele da decenni è schiavo e deportato a Babilonia, dove si sta imponendo il nuovo re, Ciro II. Un re pagano, secondo i canoni religiosi ebraici del tempo. Dalla Persia, attraverso una serie di conquiste, Ciro aveva creato un grande impero. Con abilità, anziché reprimere nel sangue le singole autonomie nazionali, adottava una politica di tolleranza e di autonomie. E con un editto, Ciro aveva permesso agli Ebrei di rientrare in patria e ricostruire il tempio. Molti Ebrei, ormai abituati a vivere in quell’esilio in cui avevano costruito case e impiantato commerci, non sentivano più il desiderio di tornare alla propria patria, al Dio dei Padri, a ricostruire il tempio di Gerusalemme. È paradossale: la giustizia di questo re pagano diventa strumento di provocazione per il popolo di Israele affinché si scuota, ritrovi il desiderio di essere fedele a Dio, si converta, trovi il coraggio dell’incerto cammino di rientro nella lontana e distrutta Gerusalemme. Probabilmente Ciro, imperatore di un continente, non era cosciente del bene che - con quell’editto - stava compiendo per quel piccolo popolo di Israele, forse il più derelitto tra quelli assoggettati. Il suo impegno – pur secondo i canoni del tempo – per la giustizia, la libertà religiosa, le autonomie nazionali diventano per Israele uno degli episodi più decisivi della propria storia, e di quella storia della salvezza che ci ha donato Gesù Cristo. Ciascuno di noi quando opera per la giustizia e per il bene produce benefici e frutti: in ogni azione della giornata, nel modo di vivere la famiglia, nella ripetitivitá o creatività del proprio lavoro. Compiere bene il proprio dovere, prendersi cura delle cose di tutti, tutelare e curare il Creato, contribuire a ordinare e migliorare l’angolo di città che abitiamo, sono azioni talmente piccole e ordinarie da essere rivoluzionarie. Sono i piccoli gesti che cambiano radicalmente una città, in modo più decisivo dei pur necessari progetti urbanistici, sociali ed economici. Anche le azioni e le decisioni degli amministratori pubblici quando operano in modo saggio, per il bene comune, nel rispetto e per la promozione delle libertà individuali e sociali generano benefici immensi, e duraturi, i cui effetti hanno ricadute incommensurabili. Agire avendo come obiettivo la dignità di tutti e la liberazione della persona da ogni forma di schiavitù e costrizione, libera l’amministratore pubblico dal calcolo personale, di parte e dalla ricerca esclusiva del proprio tornaconto. Un’azione così libera l’amministratore e gli amministrati. Per questo - come cristiani della città di Lecco, fedeli laici insieme ai sacerdoti e ai consacrati - esprimiamo un sincero ringraziamento a tutte le istituzioni pubbliche e alle autorità civili per tutte le volte in cui operano per l’autentico bene e la vera liberazione della città e del popolo, di tutto il popolo. Le conseguenze delle azioni giuste si esplicano così lontane nel tempo da non poter essere totalmente capitalizzate al successivo giro di elezioni o nomine. Ma i benefici rimangono a lungo nella storia delle persone e della città. Magari in modo anonimo, ma incise perennemente sul libro giustizia di Dio.

Nicolò, maestro dell'intercessione

Allo spuntar del giorno, Nicola si recò al palazzo dall’imperatore e gli parlò cosi: “Tutto il mondo è governato, covato dalla tua maestà, esso come un nido ti considera suo signore e guida. Io dunque pensavo che questo tuo compito valesse anche per la mia patria, per Mira, ma a quanto pare non è così». L’imperatore intimorito gli rispose: «E che cosa è accaduto alla tua patria, Nicola?». Il santo disse: «Imperatore, hanno aumentato le imposte della città di Mira fino a diecimila denari, tutto il popolo è alla miseria estrema e la gente continua a morire di fame oppressa dal servo dell’imperatore. Per questo cerco di ottenere clemenza da sua maestà». L'imperatore dunque chiese a Nicola: «Quanto vuoi che io stabilisca come
tributo per Mira?». Nicola gli rispose: «Scrivi, cento denari». E l’imperatore concesse la riduzione dei tributi. Alcuni uomini, tre giorni dopo, si recarono dall'imperatore e gli fecero notare che la maggior parte dei suoi tributi provenivano da Mira, e che grave era il danno a seguito di quella riduzione. Allora Costantino richiamò Nicola dicendogli di essersi sbagliato e che intendeva rivedere la riduzione delle tasse. Nicola gli disse che ciò era impossibile: «Signore, sono già trascorsi tre giorni da quando il tuo ordine è giunto a Mira». Sorpreso, Costantino, dopo aver constatato che ormai quella concessione era in vigore, sentenziò: «Sia convalidato l'ordine che per il Santo Nicola stilammo allora». Questo episodio sulla vita di san Nicolò, proveniente dalla tradizione popolare, ben introduce, nel giorno in cui apriamo la festa del nostro santo patrono, il secondo compito dei cristiani: intercedere.
San Nicoló per secoli interi è stato venerato come il santo difensore dei poveri, il santo della giustizia sociale che si è battuto perché i più deboli avessero dignità, creando le condizioni per risolvere le cause della povertà. L’episodio appena ricordato, cosi come molti altri interventi prodigiosi attribuiti a Nicola, convergono in questa direzione. E questo stile di azione, il santo vescovo di Mira la realizza mettendosi in mezzo, appunto “intercedendo”. Vede la sofferenza del popolo e le situazioni di povertà, ne indaga e comprende le cause, agisce per rimuovere la sorgente delle ingiustizie. Lo fa da vescovo, in ragione della fede, uscendo dalla propria chiesa per confrontarsi con l’imperatore che aveva applicato un tributo eccessivo per un desiderio di profitto smodato. Il cristiano è cosi: conosce la legge di Dio, vive tra gli uomini e ne ascolta i bisogni. E con questo duplice sguardo vede, giudica, si coinvolge, agisce, sta in mezzo. In una parola intercede. Il cristiano sta in mezzo, dentro la società, non chiuso in chiesa. Sta con tutti ma presta la sua voce ai deboli per rappresentarli presso chi ha responsabilità pubbliche, cercando attenzione per loro, non per se. Quanto associazionismo cattolico ha operato così nei decenni scorsi, con uno stile, ispirazione, dedizione ed efficacia che occorre recuperare e rilanciare. Il cattolico ha per definizione uno sguardo universale sulla realtà, non intende la propria fede solo come pratica del culto. Il discepolo vive sapendo che ogni circostanza della vita ha a che fare con il suo Signore Gesù Cristo. Niente è escluso dal campo della fede. Non costruisce una società parallela dove stare solo con chi pensa o crede come lui, ma vive e opera con tutti e per tutti, leale e collaborativo con le istituzioni e chi le rappresenta. Questi sentimenti di lealtà e collaborazione verso le istituzioni e le amministrazioni, oggi la chiesa e i cristiani di Lecco rinnovano. L’esempio del santo Nicoló, colui che intercede, è prezioso anche per chi ha responsabilità pubbliche: lavorare e governare per il bene comune significa stare in mezzo alla società, intercedere. Non solo esibire la propria presenza e fare promesse per mostrarsi “vicino alla gente” ma più radicalmente operare per la comunità sentendosene parte, immersi, impegnati a dare risposte, soluzioni, direzione, collaborazione.

Giovanni battista, educato alla compassione

Giovanni il Battista, “sapute queste cose” manda dei messaggeri da Gesù. “Sei tu che devi venire o dobbiamo aspettarne un altro?” Aveva preparato la via al Signore, predicando in modo austero e forte nel deserto e operando un affollato battesimo di conversione al fiume Giordano. Ora Giovanni è in carcere e gli riferiscono di due grandi miracoli. Gesù si era mosso a compassione per la richiesta di un centurione, straniero, pagano: il suo servo stava per morire. Con una parola Gesù lo aveva guarito. Poi a Nain aveva notato il corteo verso la tomba per un ragazzo morto, figlio di una madre rimasta vedova. “Vedendola” è scritto “il Signore fu preso da grande compassione per lei". E lo riportò in vita. Ecco di cosa fu informato Giovanni in carcere: della compassione di Cristo, difensore di vedove e di stranieri. E proprio davanti ai messaggeri di Giovanni Gesù - in diretta - aveva compiuto altri gesti di compassione, guarendo e sanando molti, invitando a riferire quanto visto al Battista. Questa compassione fa problema a Giovanni, lui che con forza predicava nel deserto la conversione, perché probabilmente era convinto - come noi oggi - che per cambiare le cose servano decisione e determinazione, non compassione. Occorre alzare la voce e il livello della polemica. E imporsi. Questa compassione di Gesù non è pietismo ma la sua incrollabile decisione di patire insieme all’uomo, ad ogni uomo che soffre, per liberarlo dal suo
dolore, dalla sua morte. Morendo e risorgendo per lui. Gesù ci invita a fare altrettanto, a giudicare e vivere con compassione, ascoltando ed alleandoci con la sofferenza dell’altro, con quella forma di povertà che è in ciascuno di noi e che ci fa essere carenti, mancanti, mortali, bisognosi di salvezza e di grazia, di compimento. Noi spesso però non siamo così: guardiamo alla forza dell’altro, invidiamo le sue eccellenze o ci alleiamo con lui per beneficiarne. E le povertà, tutte le forme di povertà che sono in ognuno, nemmeno vogliamo vederle. Anzi, paradosso, le combattiamo. Non per risolverle, ma per togliere di torno i più poveri tra i poveri. Perché inquietano la nostra coscienza, minacciano il nostro benessere, ci fanno comprendere che le nostre fragili ricchezze potrebbero dissolversi. Altro che compassione per i poveri: dagli addosso al povero, attaccalo, usalo per le tue battaglie, scaccialo o - se sei di buone maniere - evitalo. Ci doni il Signore di avere occhi e cuori pieni di compassione anzitutto per non condannare noi stessi, per vedere e accettare le nostre molte forme di
povertà: non siamo perfetti e forti come vorremmo. Abbiamo bisogno di quel Salvatore di cui in questo Avvento attendiamo la venuta.
E se non condanniamo noi stessi e ci accettiamo come siamo, siamo più pronti per accogliere i poveri che ci circondano: gli anziani senza compagnia, i giovani senza prospettive, gli immigrati senza dignità, gli ammalati senza speranza, le persone senza lavoro, i detenuti senza possibilità. Usiamo questo criterio di compassione nelle nostre conversazioni, personali e digitali, a questa compassione educhiamo i più giovani ai quali troppo spesso stiamo facendo mancare questa testimonianza.
Urlare, attaccare, polemizzare, deridere, denigrare sembra ci facciano sentire forti, ma solo per qualche attimo, quasi dei leoni solitari che dopo aver sbranato e divorato quanti consideriamo scomodi o nemici cercano altri motivi per ruggire insulti e altri da divorare. Scoprendoci poi soli. Agire partendo dalla compassione verso di noi e gli altri farà nascere
relazioni nuove, solidali, più forti, rendendo forte anche la nostra città. Voglio ringraziare tutti gli amministratori locali e i responsabili della vita pubblica di Lecco per tutte le volte che hanno agito con questa compassione, per tutte le volte che non hanno intrapreso la via della contrapposizione urlata e fine a se stessa, cercando invece quel dialogo che - pur complesso - è via per la soluzione delle difficoltà e la dignità di tutti.
Anche i cristiani di Lecco vogliono dare un contributo a questo dialogo. Guardando con la stessa compassione di Gesù a tutti coloro che qui abitano, interrogando i molti gesti caritativi, educativi, culturali, conviviali che già pongono in atto con i lecchesi e per i lecchesi; i cristiani di Lecco, laici e consacrati insieme, attraverso i consigli di partecipazione parrocchiali, i Movimenti e le associazioni, si impegnano nei prossimi mesi, a scrivere una lettera alla Città, ai suoi abitanti e a chi in tutte le forme contribuisce al suo
governo. Lettera in cui motivare le ragioni della nostra azione, offrire il nostro contributo responsabile alla vita della città e alla sua conduzione. Ciro, strumento della liberazione; Nicoló, maestro dell’intercessione, Giovanni il Battista, educato della compassione: queste tre vie rendano bella la nostra città e noi suoi abitanti.

mons. Davide Milani