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L'intervista

L’impatto del Covid sul Lecchese, la ripartenza, le vaccinazioni in azienda e il Decreto Sostegni: la visione della Cisl

A tu per tu con Mirco Scaccabarozzi, Segretario Generale Cisl Monza Brianza Lecco

L’impatto del Covid sul  Lecchese, la ripartenza, le vaccinazioni in azienda e il Decreto Sostegni: la visione della Cisl
Cronaca Lecco e dintorni, 31 Marzo 2021 ore 14:03

Il 2020 sarà ricordato come l’annus horribilis della pandemia, ma allo stesso tempo figurerà come un anno di trionfo in ambito scientifico e tecnologico. Non solo in virtù di vaccini approntati in tempi record, ma anche perché le tecnologie digitali e il web hanno consentito alle dinamiche economiche e sociali di avanzare con modalità fino a poco tempo fa inimmaginabili. Tutto ciò porta necessariamente a compiere una riflessione inerente al mondo del lavoro, messo a dura prova dalla pandemia. «La crescita del benessere e l’affacciarsi di opportunità sempre nuove saranno accompagnate da ombre inquietanti e dinamiche sociali devastanti per chi svolge lavori che diverranno obsoleti. Sarà questa la sfida vera e ineludibile della politica economica nei prossimi anni». È il pensiero di Mirco Scaccabarozzi, Segretario Generale Cisl Monza Brianza Lecco.

Qual è il ruolo del sindacato e in particolare della Cisl in questo preciso e delicato momento storico?

«Siamo pronti a fare la nostra parte anche per allargare i centri di vaccinazione e assicurare il sostegno del mondo del lavoro alla campagna vaccinale. Le chance di modernizzazione del nostro Paese passano attraverso la realtà del lavoro e il Sindacato confederale ha dimostrato di sapersi assumere una concreta responsabilità guardando senza nostalgie a un presente che è già futuro».

Analizziamo la situazione: chi sta soffrendo maggiormente in periodo di pandemia?

«A pagare il conto sono sempre i più deboli e i più fragili. Apertamente falsa è l’affermazione di chi dichiara l’essere tutti uguali di fronte alle crisi e oggi a maggior ragione. Precari, donne, pensionati e pensionate subiscono senza requie poderose sferzate sul piano individuale e con la perdita di garanzie, lavoro, reddito, prestazioni sociali e pensioni».
Quali sono i risvolti dell’emergenza sul territorio di Lecco? Come ha reagito il tessuto produttivo e dei servizi?
«L’evento pandemico ha prodotto uno shock molto violento, sia sotto il profilo della domanda che dell’offerta, ancorché con esiti asimmetrici, dal blocco totale del turismo ai motori a pieno regime di settori quali l’agro-alimentare e il farmaceutico. Al netto della funzione parzialmente equilibratrice svolta fino ad oggi sul mercato del lavoro dagli ammortizzatori sociali (basti pensare alle ore di Cig complessivamente autorizzate, il cui rapporto tra i soli primi nove mesi del 2020 e l’intero 2019 si attesta sul valore di venti a uno) e dalla moratoria dei licenziamenti, la cui deadline tuttavia incombe con le sue ombre lunghe, già uno sguardo alle previsioni occupazionali del secondo semestre 2020 faceva insorgere fondati timori».

Andiamo a leggere i dati delle assunzioni: volendo trovare una buona notizia vediamo segnali di ripresa in questo avvio di 2021…

«La programmazione delle assunzioni condotta dalle imprese del lecchese negli ultimi due trimestri dello scorso anno veleggiava tra le 3.600 e le 3.800 unità, in netto ribasso rispetto alle previsioni precedenti la pandemia. Si ha qualche timido segnale prospettico di ripresa nel primo trimestre 2021, in cui le imprese del territorio hanno previsto di effettuare complessivamente 5.260 nuovi ingressi. In crescita anche la quota di imprese che cercano nuovo personale: dal 17,4% del quarto trimestre 2020 al 18,7%. È nondimeno vero che nel primo trimestre 2020 le assunzioni previste dalle aziende lecchesi erano state superiori, e il calo rispetto ai primi tre mesi dello scorso anno è pari a 670 unità, un -11,3%».

Argomento caldo sono le vaccinazioni in azienda, considerate fondamentali per il tanto invocato «cambio di passo» nella campagna italiana e verso l’auspicata ripartenza. Cosa ne pensa?

«Nella delibera di Regione Lombardia c’è stato un inserimento in extremis, sicuramente tardivo, di un inciso che asserisce la volontà “di un pieno coinvolgimento delle Organizzazioni Sindacali Confederali sui principi contenuti nell’allegato 1 (…), perfezionando il percorso già avviato”. Con Cgil e Uil non mancheremo di chiedere la dimostrazione fattuale di tale volontà, nonché delle modalità realizzative di tale impegno. Altrettanto singolare è la posizione di Confindustria e di Confapi, che pure sottoscrissero il protocollo condiviso anti-contagio ed erano al tavolo del Governo con le Parti sociali per attivare il confronto sull’aggiornamento del protocollo in relazione a un’estensione del piano vaccinale nei luoghi di lavoro, compatibilmente con la disponibilità di vaccino».

Su quali punti c’è ancora da discutere?

«La delibera recita “l’estensione della vaccinazione in azienda non supera le priorità individuate a livello nazionale e i criteri previsti nel piano regionale vaccini che rimangono integralmente confermate e rispettate”. Ma nei fatti si determina un percorso preferenziale rispetto a target di priorità e generalità dei lavoratori, in palese dissonanza rispetto alla linea del piano nazionale vaccini aggiornato. Inoltre la delibera non può nemmeno garantire che la vaccinazione in ambiente di lavoro possa essere erogata a tutti i dipendenti. Ne restano esclusi quei dipendenti aziendali residenti o domiciliati in altra regione e non iscritti al servizio sanitario regionale lombardo. Va inoltre rilevato che, pur indicati in delibera i requisiti minimi di sicurezza per la gestione del servizio vaccinale in azienda, nulla è previsto quanto al controllo sul rispetto di detti requisiti, anche in riferimento al ruolo che possono avere i comitati aziendali. Quanto al coinvolgimento del sindacato in azienda è prevista unicamente l’informazione da dare ai lavoratori ai fini dell’adesione all’offerta erogativa del vaccino. Un’adesione del lavoratore che la delibera dispone sia raccolta dall’azienda, senza alcuna esplicita garanzia riguardo al rispetto delle tutele che sono state oggetto anche di un recente intervento del Garante della privacy».

Nei giorni scorsi il Governo Draghi ha emanato il Decreto Sostegni, come giudica questo provvedimento?

«E’ sicuramente necessario e positivo, ma non certo sufficiente a dare risposte strutturali a un tessuto sociale ancora prostrato, con centinaia di migliaia di posti di lavoro a rischio e milioni di famiglie che avranno bisogno di sostegno almeno per tutto il 2021. Anche in relazione al metodo si palesano luci ed ombre. L’Esecutivo deve scegliere con coerenza la strada di un vero dialogo sociale sui singoli dossier e di rinnovata concertazione con le parti sociali come si è fatto due settimane fa sul pubblico impiego. Inaccettabile ridurre le questioni a slogan».

In particolare è arrivata la proroga al 30 giugno del blocco dei licenziamenti.

«Questa proroga è solo un primo passo. La situazione economica, sociale, sanitaria continua ad essere drammatica. Per questo continuiamo a chiedere l’estensione dello stop dei licenziamenti senza selettività per tutta la durata dell’emergenza sanitaria e un forte investimento sui contratti di solidarietà difensivi ed espansivi per salvare i posti di lavoro ed evitare esuberi. Positiva è indubbiamente la proroga della Cassa Covid, il sostegno ai lavoratori con Naspi scaduta e la sospensione del decreto Dignità sino a fine anno. In ogni caso nostra intenzione è quella di apportare modifiche e miglioramenti ai contenuti del provvedimento durante la fase di conversione in legge».

Recovery Fund, il varo del Def, il piano vaccinale, il ruolo delle regioni: nel breve periodo c’è tanto da fare, che cosa può fare la Cisl?

«Nelle prossime settimane c’è da ultimare il Recovery Fund e varare il Def con un nuovo scostamento di bilancio che servirà a spingere la ripresa e dunque occorre accelerare le scelte concrete ed i progetti di spesa. Il sindacato confederale ha chiesto al presidente Draghi di aprire un tavolo vero di confronto per condividere insieme gli obiettivi da raggiungere, ragionare su risultati attesi e ricadute economiche e occupazionali, strumenti operativi e il cronoprogramma degli investimenti che si vogliono mettere in campo nei diversi ambiti. La finalizzazione non può che essere orientata alla creazione di nuova e stabile occupazione per i giovani e le donne. Attorno al piano vaccinale si addensano ancora troppi coni d’ombra e ingiustificati ritardi. Occorrono invece certezze, a partire da un piano nazionale condiviso con le parti sociali per favorire le vaccinazioni nei luoghi di lavoro unito a verifiche e aggiornamenti dei protocolli firmati l’anno scorso su Salute e Sicurezza. Nei giorni scorsi si è avviato il confronto su questi temi con il governo. Diciamo no alle frequenti le fughe in avanti delle Regioni».

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