8 marzo

Giornata della donna, dove sono i diritti? Ben 258 sono finite in Pronto soccorso a Lecco e Merate

La dottoressa Cristina Lorini: «È solo la punta dell’iceberg. Crescono anche le ragazzine vittime di violenza. Il fenomeno riguarda soprattutto donne italiane e spesso resta nascosto».

Giornata della donna, dove sono i diritti?  Ben 258 sono finite in Pronto soccorso a Lecco e Merate

«Nel Pronto soccorso di Lecco e in quello di Merate, nel 2025 sono arrivate 258 donne vittima di violenza di genere. Ma questa è solo la punta dell’iceberg, c’è un mondo sommerso di cui non siamo a conoscenza».

Giornata della donna, dove sono i diritti? Ben 258 sono finite in Pronto soccorso a Lecco e Merate

Lo afferma Cristina Lorini, medico del Pronto soccorso del Manzoni che fa parte di un team di dottori e infermieri specializzati nel Codice rosso. Oggi, 8 marzio 2026, nella Giornata internazionale dei diritti delle donne, i dati che emergono, anche in città e dintorni, fanno pensare che la strada da percorrere è ancora lunga.

«Usiamo il rosso come metafora – l’esordio della dottoressa Lorini – visto che il colore viene usato in diversi contesti. Nell’ambito dell’emergenza urgenza il rosso sta a indicare un paziente che è in pericolo di vita e ha un immediato bisogno di cure. Quando parliamo di violenza di genere non è detto che in triage si assegni un codice rosso, ma viene usato il termine in riferimento a una legge 69 del 2019 che interviene in materia di codice di procedura penale sulla violenza domestica e di genere. Una norma mirata ad accelerare le risposte giudiziarie. I magistrati, grazie a questa normativa, sono tenuti a sentire in brevissimo tempo (tre giorni) la persona offesa. C’è anche un inasprimento delle pene e si prende in considerazione non solo la violenza fisica e sessuale ma anche il revenge porn. Il compito del medico di Pronto soccorso è di individuare precocemente, se possibile già al triage, una donna vittima di violenza e poi attraverso una rete composta da assistenti sociali, Forze dell’ordine e strutture del territorio, attivare questo Codice rosso.

Quanti accessi codice rosso in Ps ci sono stati nel 2025? Sono aumentati o diminuiti negli ultimi anni?

«Dalle analisi effettuate proprio in questi giorni con Lucia Olivadoti, abbiamo visto che c’è stato un aumento di donne, vittime di violenza domestica, entrate nei Ps sia di Lecco che di Merate. Nel 2021 abbiamo registrato 184 casi; nel 2022 189; nel 2023 erano 216; nel 2024 sono stati 211; nel 2025 sono stati 258. Probabilmente il fenomeno è aumentato, ma forse c’è anche una maggiore capacità da parte delle donne di richiamare l’attenzione su questo fenomeno oltre ad una maggiore sensibilità da parte degli operatori sanitari nel riconoscere questo tipo di problematica e a far emergere una situazione che spesso resta molto nascosta».

Aumenta il numero delle ragazzine vittime del fidanziatino. Quante sono state lo scorso anno?

«Sì, abbiamo notato un aumento dei numeri, pur rimanendo nell’ambito di poche decine. Nel 2025 si sono rivolte al Pronto soccorso 17 ragazze under 16 anni, di queste 11 a Lecco e 6 a Merate. Nel 2021 le ragazzine vittima della violenza di genere erano state 8 (6 a Lecco e 2 a Merate), lo stesso numero nel 2022 (5 a Lecco e 3 a Merate); nel 2023 i casi sono stati 10 (8 a Lecco e 2 a Merate); nel 2024 erano state 8 (3 a Lecco e 5 a Merate). La violenza nei confronti dei minori è un aspetto molto delicato perché non è che con l’età adulta una persona diventa autore di violenza e una donna diviene vittima. C’è tutto un substrato che nasce molto prima su cui bisogna ragionare in termini di modelli culturali, di famiglia, di contesto sociale, di stereotipi… ed è proprio durante l’adolescenza che i ragazzi acquisiscono quei comportamenti a causa dei quali poi rischiano di sviluppare nel tempo l’abitudine alla violenza sia nella relazione che costruiscono con le altre persone che, in particolare, nel rapporto uomo donna. Fondamentale per evitare che certi comportamenti sfocino in violenza è l’educazione trasversale che non deve interessare solo la scuola ma anche la famiglia, i contesti sportivi e i momenti di socialità dei giovani con un focus importante sull’uso dei social. È fondamentale farli ragionare sulle emozioni. Sottolineo anche che l’azione violenta non è solo di tipo fisico ma è anche di tipo psicologico, che si può esprimere nella limitazione della libertà dell’altro».

Da addetta ai lavori qual è la sua percezione? C’è un mondo sommerso di donne che non denuncia o dice di essere caduta dalle scale?

«Assolutamente sì, c’è un mondo in cui il sommerso è la gran parte dell’iceberg. Ci sono situazioni di cui i sanitari, i consultori e gli assistenti sociali non verranno mai a conoscenza. Purtroppo per tante donne è difficile scegliere di denunciare il partner».

Sono più le donne italiane o le straniere a finire in Pronto soccorso per i maltrattamenti in famiglia?

«Sono più le italiane. Le do un dato. Se prendiamo i 258 casi del 2025 abbiamo 199 donne italiane e 59 straniere. Diversamente dalla percezione che spesso si ha, sono le nostre connazionali a venire più spesso in Pronto soccorso per maltrattamenti. Il fenomeno è decisamente trasversale e molto frequente in Italia. Poi ci sono donne che provengono dall’Est Europa, dal Sud America ma anche dalla Germania, dall’Africa e dall’Asia. Non c’è un Paese straniero che emerge in maniera significativa. Anche negli anni passati le donne italiane erano in prevalenza: nel 2021 erano entrate in Ps 153 italiane e 31 straniere; nel 2022 151 di nazionalità italiana e 38 provenienti dall’estero; nel 2023 172 italiane e 44 straniere. E infine nel 2024 179 del nostro Paese e 32 provenienti dall’estero».

Sono dati impressionanti…

«Sì proprio perché se non si entra nei dettagli dei dati nella percezione comune si pensa che il fenomeno riguardi maggiormente le donne straniere. Così come si immagina che siano le classi sociali più fragili o con maggiori difficoltà economiche ad avere problemi di questa natura. Ma non è così».

Quindi dove ci sono maggiori fragilità il problema si presenta di meno?

«No. Questo è l’altro aspetto del problema. Le donne che hanno una maggiore fragilità economica possono denunciare meno perché corrono il rischio di finire in mezzo ad una strada con i figli. Le donne che non sono di nazionalità italiana invece hanno spesso un problema di barriera linguistica, perché viene impedito loro di imparare l’italiano e quindi hanno una maggiore difficoltà ad accedere ai servizi che possono essere d’aiuto. Spesso non sono neanche a conoscenza della rete di supporto. Anche nel momento in cui denunciano, si trovano in un contesto familiare dove la decisione di abbandonare la famiglia, divorziare, lasciare il fidanzato… diventa un fatto di vergogna che non coinvolge solo i due attori principali ma anche i parenti dai quali ricevono pressioni e questo è impattante sulle loro decisioni. Ci sono anche donne che hanno un vissuto di violenza, arrivano alla denuncia ma poi entrano in quello che viene chiamato il ciclo della violenza dove di fronte alla promessa del partner di non reiterare questi comportamenti rientrano in famiglia, vivono una prima fase di normalità, poi c’è un’escalation e finiscono nella stessa situazione. Il loop si ripete».

Stress sul luogo di lavoro e mobbing: ci sono dei dati? Ci sono accessi in Ps per stati di ansia?

«Sì, assolutamente, questo è uno dei campanelli d’allarme. Spesso ci rendiamo conto che la donna che arriva per l’ennesimo episodio di violenza ha degli accessi precedenti in cui ha avuto attacchi di panico o stati di ansia senza spiegarne le motivazioni. Dobbiamo essere disponibili all’ascolto per capire se c’è un problema di questa natura».

C’è un caso (o più casi) che le è rimasto maggiormente impresso?

«Io i casi che ho trattato me li ricordo tutti. Farei un torto a tutte le donne, vittima di violenza, che ho incontrato se ne citassi solo uno tralasciando gli altri. Ogni storia merita la dovuta attenzione».