Cronaca
Calolziocorte

Don Giancarlo, guarito dal Covid, racconta la sua "battaglia"

Don Giancarlo, guarito dal Covid, racconta la sua "battaglia"
Cronaca Valle San Martino, 30 Maggio 2020 ore 11:37

Era stato ricoverato il 15 marzo a causa del Coronavirus, ha vinto la sua battaglia e ora don Giancarlo Scarpellini, arciprete di Calolzio, ha raccontato la sua esperienza sul notiziario "Tre Voci Una Parola" dell’Unità Pastorale Calolzio, Foppenico e Sala.

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Il racconto di don Giancarlo

"Non pensavo proprio di buscarmi quella pandemia; ritenevo di essere forte in salute. Ero uscito martedì 3 marzo a portare la comunione agli anziani di quella giornata; portavo la mascherina nell’entrare nelle case e prendevo la precauzione della distanza. Tutto era andato bene. Dovevo riprendere le comunioni dal giovedì al sabato. Mi hanno dissuaso in tanti. Così ho rinunciato informando telefonicamente di tale rinuncia gli anziani interessati. Nel frattempo però cominciavo ad avvertire dei sintomi di malessere - ricorda don Giancarlo - Dal 5 al 15 marzo il malessere continuava. Mi veniva sconsigliato il ricovero sia perché i miei sintomi apparivano leggeri sia perché l’ospedale in quel momento appariva un alleato della pandemia. Dal 10 al 15 marzo, solo in casa, mi è capitato almeno tre volte, durante il giorno, di svegliarmi per terra, senza rendermi conto di cosa fosse successo. La prima volta mi sono ritrovato con la testa immersa in una piccola pozza di sangue, forse sceso dal naso, un bernoccolo sulla testa e le borse nere delle occhiaie attestava una caduta. La sera di domenica 15 marzo mi telefonano Paola e il direttore della nostra casa di riposo, Venturini. Non avverto le chiamate. Chiedono a Paolo il favore di raggiungere casa mia. Vengo trovato in condizioni non buone. Così viene chiamata l’ambulanza. Sono circa le ore 22. Vengo ricoverato all’ospedale Manzoni di Lecco. La prognosi della radiografia e del tampone è quella di affezione da Covid-19. Ma non mi ritengono da terapia intensiva".

La battaglia in ospedale

Così inizia la battaglia di don Giancarlo in ospedale. "Quella sera e nei giorni seguenti passo in tre reparti differenti dell’ospedale. Le prime notti in ospedale sono state angosciose; la paura, più psicologica che reale, era alimentata anche dalle notizie della TV che ogni ammalato aveva a disposizione gratis. Di notte non dormivo per timore di avere una crisi respiratoria e mi sembrò di essere vicino alla morte. Dei tre compagni di camera che si sono succeduti accanto a me, uno della mia età l’ho visto morire - continua il sacerdote - Il 24 marzo il nuovo tampone eseguito risulta negativo. Le mie dimissioni sono previste per sabato 28 marzo. Il venerdì 27 marzo il Vescovo mi aveva avvertito, con un messaggio al cellulare, che la diocesi aveva messo a disposizione una casa apposta per sacerdoti reduci dal Coronavirus. Ma io ero impaziente di tornare a casa; per cui inizialmente ho declinato gentilmente l’invito. La notte di quel venerdì 27 non ho dormito per niente; mi tormentavano alcune domande: se a casa ho una crisi respiratoria chi mi dà una mano? E come faccio a gestirmi in casa? E per il mangiare come me la sbrigo? Ero talmente agitato che sabato 28 alle 4.45 del mattino ho mandato un sms al Vescovo chiedendo di essere ospitato nella casa messa a disposizione dalla diocesi".

L'uscita dall'ospedale e il ritorno a casa

Sabato 28 così don Giancarlo è stato trasportato da Lecco a Bergamo. "Ora ero tranquillo anche se la notte ho continuato a dormire poco, probabilmente come strascico dell’epidemia. I giorni comunque sono trascorsi sereni, anche se il pensiero era alla parrocchia. Mi tenevano legato a essa i messaggi e le telefonate che ricevevo e che mandavo e le riflessioni che ho iniziato a spedire digitalmente il sabato a commento della Parola domenicale. Il 14 e 16 aprile ho eseguito i due tamponi che dovevano concludere la quarantena. L’esito sembrava non arrivasse più. Ho fatto diventare matti tutti per poterlo avere al più presto; finalmente venerdì 24 aprile mi avvertono: tamponi negativi - conclude il sacerdote - Non ho voluto aspettare altro tempo. Ho chiesto subito di essere trasportato a Calolzio. Erano passati 40 giorni dalla mia partenza per l’ospedale e tornavo guarito".