la storia

Dall’ergastolo per omicidio al giornalismo: la nuova vita di Mirto Milani dietro le sbarre

Il calolziese, condannato per l’assassinio di Laura Ziliani, racconta la sua quotidianità sulle pagine di «Cronisti in Opera»

Dall’ergastolo per omicidio al giornalismo:  la nuova vita di Mirto Milani dietro le sbarre

Dal delitto di Temù alla scrittura e alla musica. È una vita completamente diversa quella che oggi conduce Mirto Milani, il giovane cresciuto tra Calolziocorte e Olginate, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Laura Ziliani, ex agente di Polizia Locale di Temù, nel Bresciano, uccisa l’8 maggio 2021. Milani era il fidanzato di Silvia Zani e presunto amante della sorella Paola, entrambe figlie della vittima. I tre sono stati condannati al «fine pena mai» per aver assassinato la madre delle due donne. Le condanne sono diventate definitive nel 2025.

Dall’ergastolo per omicidio al giornalismo: la nuova vita di Mirto Milani dietro le sbarre

Secondo la ricostruzione emersa nel processo, Laura Ziliani venne prima stordita con benzodiazepine somministrate attraverso alcuni dolci e successivamente uccisa. Il suo corpo venne occultato lungo il fiume Oglio e ritrovato tre mesi dopo, l’8 agosto 2021, quando una piena smosse il terreno. Tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 Milani confidò il delitto a un compagno di cella. Il 25 maggio 2022 confessò poi formalmente agli inquirenti. In seguito anche le sorelle Zani ammisero le proprie responsabilità. Nel corso del procedimento era stato inizialmente ipotizzato un movente economico, legato al patrimonio della vittima. Le motivazioni delle sentenze hanno però delineato un quadro più complesso, individuando nell’omicidio anche una componente legata al rapporto tra i tre membri del gruppo. I giudici hanno riconosciuto a Milani un ruolo attivo e paritario nella pianificazione e nell’esecuzione del delitto, escludendo che uno dei tre fosse sottoposto psicologicamente agli altri. Il progetto, secondo la Corte d’Assise d’Appello, era stato preparato nei dettagli, compresi l’organizzazione dell’agguato, l’occultamento del corpo e gli strumenti necessari per portarlo a termine. È questa la vicenda giudiziaria che ha segnato definitivamente la vita di Milani. Ma oggi, «dietro le sbarre» della Casa di reclusione di Milano Opera, la sua quotidianità è fatta anche di parole, musica e incontri.

Milani ha infatti scelto di scrivere. È tra gli autori di «Cronisti in Opera», il trimestrale realizzato all’interno del carcere da un gruppo di persone recluse che frequentano il laboratorio «Leggere Libera-mente», fondato e diretto da Barbara Rossi. La rivista è stata registrata in Tribunale nel 2022. Ha un direttore responsabile, Stefano Natoli. Il giornale viene distribuito all’interno dell’istituto penitenziario, mentre le copie digitali vengono inviate ad associazioni, scuole di giornalismo, giornalisti e a chi sottoscrive un abbonamento. È sulle pagine di questo giornale che Milani racconta oggi una parte della sua esperienza. In uno dei numeri ha pubblicato «La misura del buio – Quei gesti di prossimità che ci fanno sentire umani», una lunga riflessione sulla detenzione (pubblicata recentemente anche su Giustizia NewsOnline, quotidiano del Ministero della Giustizia), sulla sofferenza e sul rapporto con gli altri. Un testo nel quale Milani riconosce innanzitutto la propria fragilità di fronte alla realtà carceraria. «Prima di precipitare in questo luogo che non auguro a nessuno, pensavo di essere pronto, ma non lo ero», scrive. Il carcere viene descritto come un luogo di buio e di prova, ma anche come uno spazio nel quale può avvenire una trasformazione. «La luce, anche se è solo un fioco barlume, è sempre presente, c’è sempre speranza», afferma nella sua riflessione. E proprio la speranza, nel racconto di Milani, passa soprattutto attraverso gli altri. Guardando ai suoi «compagni di sventura» e cercando di venire incontro alle loro necessità, racconta di essersi «riscoperto umano». È questo il cuore del suo articolo: la possibilità di ritrovare una dimensione di umanità nei piccoli gesti quotidiani, nella vicinanza e nell’aiuto reciproco. La metafora dominante è quella della lava che lentamente diventa acqua e, infine, permette la nascita di nuovi germogli. La conclusione è affidata proprio a questa immagine: «La vita può sempre essere feconda, anche nel dolore», scrive Milani, sottolineando l’importanza di continuare nei «gesti, sinceri, di spontanea prossimità».

«La misura del buio» non è un episodio isolato. Nel periodico Milani ha firmato anche altri contributi, affrontando temi diversi. Ha inoltre scritto, insieme a Raffaele Stolder, «La redenzione di Jo», una storia di cambiamento e fiducia ambientata dentro il carcere, e «La necessità impellente di umanizzare il digitale», una riflessione sul rapporto tra tecnologia e dimensione umana. Articoli diversi per argomento, ma accomunati dalla volontà di guardare oltre la dimensione strettamente giudiziaria e raccontare ciò che accade dentro il carcere e tra le persone che lo abitano.

Dentro il carcere Milani ha ritrovato anche l’altra grande passione della sua vita: la musica. È un noto sopranista, con una formazione al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. La sua voce è tornata a farsi sentire anche dietro le sbarre. Nel gennaio 2026, infatti, Milani si è esibito come soprano durante un concerto organizzato nel carcere di Opera e diretto da Riccardo Muti, che in quell’occasione lo ha anche accompagnato al pianoforte. Un momento particolare, che ha riportato al centro quella dimensione artistica che apparteneva alla sua vita prima del carcere.

Oggi, dunque, la quotidianità di Milani si sviluppa lungo due binari: la musica e la scrittura. Da una parte la voce da sopranista, tornata a risuonare anche all’interno del carcere; dall’altra la penna con cui racconta pensieri, incontri e riflessioni sulle pagine di «Cronisti in Opera». È una nuova dimensione della sua esistenza, che non cancella naturalmente la gravità della vicenda giudiziaria per la quale sta scontando l’ergastolo. La condanna resta il punto fermo della sua storia e il delitto di Laura Ziliani rimane sullo sfondo e nell’anima. Ma dentro le mura di Opera c’è anche il tempo che viene dopo la sentenza. Un tempo lungo, quello della pena, nel quale Milani ha scelto di dedicarsi alla scrittura e di riprendere a cantare. E così il suo nome, un tempo legato esclusivamente alle cronache del delitto di Temù, oggi compare anche sulle pagine di un giornale nato dentro un carcere. Parole e musica diventano gli strumenti attraverso cui raccontare una nuova quotidianità dietro le sbarre.