Gente che fa

Castagna: “Ho imparato che bisogna fare bene il bene della comunità”

L’imprenditore lecchese spiega il suo incontro con la Fondazione Cariplo: "Realtà straordinaria"

Castagna: “Ho imparato che bisogna fare bene il bene della comunità”
Lecco e dintorni, 30 Luglio 2020 ore 16:20

«È un mondo che non conoscevo, una realtà eccezionale straordinaria, positiva, virtuosa». Natale Castagna, 66 anni, civatese, è un imprenditore che guida la Novatex, una bella realtà manifatturiera specializzata nella produzione di reti per la raccolta del foraggio, con stabilimenti a Oggiono e Ferrandina dove lavorano 220 dipendenti. Un’azienda fattura 72 milioni di euro e fa parte del gruppo israeliano Tama, leader mondiale del settore con 11 fabbriche nel mondo con 1.600 collaboratori e un giro d’affari di 600 milioni. Un imprenditore illuminato, da sempre attento al territorio dove vive e lavora, legatissimo a La Nostra Famiglia di Bosisio Parini, sostenitore delle comunità locali, vicino al mondo dello sport non solo come sponsor del NibionnOggiono Calcio, della Picco Volley di Lecco, della Tecno Team Albese Volley e del Piccolo Giro di Lombardia. Natale Castagna conosce il mondo come le sue tasche, trascorre più della metà del suo tempo lavorativo in giro per il mondo coi clienti e altri stakeholers, ma ha ancora la forza di sognare e stupirsi. «Fino al 2018 non sapevo nulla della Fondazione Cariplo, non conoscevo bene neppure il mondo dell’associazionismo del mio paese di Civate. Pensavo che tutto questo mondo potesse esistere solo nelle fiabe, invece, è tutto reale. È stata davvero una gran bella sorpresa. Grazie a loro ho scoperto che bisogna fare prima bene il bene della comunità e poi vivere, così ho deciso di dedicare più energie e più tempo a questa esperienza».

Castagna, quando ha scoperto Fondazione Cariplo?

«È stato in occasione dell’iniziativa di Novatex a favore di Arquata, il piccolo paese marchigiano colpito dal terremoto nel 2016 e che abbiamo adottato come azienda. L’ex sindaco di Civate, Rino Mauri, mi disse che anche la comunità civatese, avrebbe voluto collaborare a questo progetto, così abbiamo fatto un pezzo di strada insieme, ben volentieri. Grazie a questa iniziativa ci siamo trovati a cena, in un ristorante delle Marche, la sera prima di incontrare la comunità di Arquata, con il sindaco Mauri, amico personale, Angelo Isella, attuale primo cittadino che ora ha raccolto il testimone di Mauri, dopo la sua prematura scomparsa, e il parroco, don Gianni De Micheli. Mi raccontarono della loro idea di costituire il Fondo della comunità di Civate in collaborazione con la Fondazione Comunitaria del Lecchese mettendo insieme diversi stakeholder. Mi spiegarono il senso dell’iniziativa e la necessità di pensare al bene della comunità. Onestamente non avevo compreso di cosa stessero parlando, ma la loro filosofia era condivisibile, così ci siamo lasciati con un “vedremo”…».

La visita di una delegazione di Civate alla comunità di Arquata avvenuta nell’ottobre 2017

E così ha affrontato anche questa nuova sfida.

«All’inizio del 2019 Il sindaco Mauri ha chiesto un appuntamento in ufficio a Oggiono. È venuto accompagnato da Carlo Spreafico, che da alcuni anni aveva costituito un fondo in memoria della figlia Emanuela, medico anestesista prematuramente scomparsa, con Paolo Dell’Oro, segretario della Fondazione Comunitaria del Lecchese, e pure lui civatese. Ho scelto subito di ricordare mio cognato Domenico, scomparso nel 1988 a 30 anni, spiegando poi a mio fratello perché non avevo scelto i miei genitori. Purtroppo, Mauri non ha visto la costituzione del fondo, così abbiamo deciso di chiedere a sua moglie Pinuccia di rappresentarlo nel Consiglio di Gestione ricordandolo nella memoria delle persone al quale il fondo si sarebbe richiamato. La generosità incontrata, l’entusiasmo delle associazioni di partecipare a questo progetto, la disponibilità dei privati, mi hanno praticamente schioccato. Dobbiamo essere aperti a ampliare l’elenco delle persone, di cui sarà importante ricordare la memoria. A oggi abbiamo raccolto direttamente 140 mila euro circa. E di questo devo dire grazie a tutti».

L’ex sindaco di Civate, Rino Mauri, durante la visita ad Arquata, il paese marchigiano terremotato

Un bel risultato.

«Certamente sì, ma non solo dal punto di vista economico. Anzi, l’aspetto economico è forse quello meno importante anche di immediato impatto. Io, ad esempio, ho avuto modo di conoscere e capire meglio tutto quanto sta attorno alla Fondazione Cariplo impegnata da oltre 25 anni nel sostegno, nella promozione e nell’innovazione di progetti di utilità sociale legati ad arte e cultura, ambiente, sociale e ricerca scientifica, oltre ad apprezzare i valori della filantropia. Cose concrete, virtuose e meravigliose che ho visto realizzate anche nel nostro territorio. Contemporaneamente siamo entrati in contatto con il braccio operativo sul territorio: la Fondazione Comunitaria del Lecchese, guidata da Mario Romano Negri. Infine, ho toccato con mano l’entusiasmo e la proattività del mondo associativo civatese, un mondo che non conoscevo, non sapevo che nel mio paese esistessero così tante e valide associazioni e un senso di appartenenza alla comunità così marcato».

Come e dove state investendo questi soldi?

«Una parte significativa li abbiamo utilizzati nell’emergenza Covid 19. Abbiamo potuto donare, anche con azioni sinergiche: 3 ventilatori, 2 defibrillatori all’ospedale di Lecco e strumenti di protezione alle 2 Rsa locali e alla nostra comunità. Anche qui ho fatto una scoperta importante, ho toccato con mano la solidarietà spontanea e diffusa che ha accompagnato l’iniziativa Aiutiamoci promossa dalla Fondazione Comunitaria del Lecchese. Nelle prime settimane dell’emergenza sanitaria ho visto il paese di Civate attivo, pieno di voglia di fare, un tessuto associativo generoso che ha garantito un supporto straordinario».

Covid a parte?

«Stiamo destinando altre risorse al recupero di un affresco della Casa del Pellegrino, una realtà storica che anno dopo anno sta tornando al suo antico splendore proprio grazie alla Fondazione Cariplo. Un gioiello del XV secolo che al suo interno conserva cicli di affreschi cortesi con scene di caccia e decorazioni che risalgono alla prima metà del Quattrocento. Un edificio che fungeva da luogo di accoglienza per i numerosi pellegrini diretti all’Abbazia di San Pietro al Monte e al quale sono molto legato perché sono nato in una casa adiacente a questo bellissimo luogo, oggi visitabile grazie ai volontari dell’associazione Luce Nascosta. Fondazione Cariplo e Fondazione Comunità Lecchese hanno investito circa 2 milioni euro sul nostro territorio. Meritano un sincero grazie di cuore».

Un particolare interno del bellissimo complesso di San Pietro al Monte

A proposito del magnifico complesso romanico di San Pietro al Montela Fondazione Comunitaria del Lecchese ha avviato un iter per candidarlo come patrimonio dall’Unesco.

«È un altro dei progetti virtuosi che la Fondazione sta promuovendo e che rafforzerà questa voglia di fare rete del territorio. La Basilica di San Pietro al Monte, di san Calogero, la Cripta, altre realtà del mondo monastico benedettino, le cui origini risalgono al IX secolo, sono gioielli che la comunità civatese sta valorizzando anno dopo anno. Grazie all’associazione Amici di San Pietro, giorno dopo giorno, la comunità vive orgogliosamente i propri monumenti storici. Adesso si apre una nuova sfida, quella di riuscire a costruire e promuovere un progetto gestionale per sfruttare nel migliore dei modi questo grande patrimonio dal punto di vista socio, religioso e turistico. C’è molto lavoro da fare, ma se Unesco considerasse San Pietro proprio patrimonio, la comunità civatese, ma anche quelle limitrofe, beneficerebbe di ricadute positive e gratificanti. Il logo del Fondo di Comunità di Civate si richiama un po’ alle di questi stupendi monumenti».

Perché?

«Questa è un’opportunità che insieme abbiamo raccolto, è una lezione di vita, che personalmente mi ha stimolato e arricchito nel comprendere valori, che forse magari conoscevo ma coi quali non mi ero mai confrontato. Tutti dobbiamo essere capaci di continuare su questo percorso, capire i bisogni della comunità, dal sociale al culturale. Raccogliere fondi non è facile, ma gestirli bene è senz’altro ancora più impegnativo. Il Covid-19 ci ha forse obbligato a trascurare un poco l’aspetto culturale, ma oggi dobbiamo essere concreti. Dobbiamo essere lì a sostenere la comunità nel dopo Covid, perché nessuno di noi sa come sarà il dopo, sappiamo però che ci sarà una nuova normalità, e lì il fondo dovrà esserci a sostenere i bisogni di tutti».

Lecco è un territorio generoso e ne abbiamo avuto prova durante questa drammatica emergenza sanitaria. Anche le imprese lecchesi sono attente al loro territorio e ai delle comunità nelle quali vivono?

«Indubbiamente sì. In questi ultimi anni ci sono state tante iniziative stupende, soprattutto sotto l’aspetto culturale come dimostrano ad esempio la Fondazione Badoni e i nuovi laboratori del Fiocchi. Durante l’emergenza Covid-19 le imprese, anche trascorrendo momenti difficili, hanno declinato la Corporate Social Responsability praticamente e non a parole. Le imprese non si sono tirate indietro, hanno risposto: Presente anche nell’iniziativa “Aiutiamoci” lanciata dalla Fondazione della Comunità Lecchese. Altre hanno agito nell’ombra, ma hanno fatto tantissimo. Credo che sia giunto il momento di fare rete con maggiore convinzione, anche aiutati dalle diverse associazioni di categoria, perché sono convinto che gli imprenditori lecchesi, oggi più che mai, siano consapevoli di avere l’obbligo di svolgere un ruolo solidale, più attento ai bisogni di chi ci sta attorno. Hanno dimostrato di esserci e di essere estremamente capaci. Crediamoci».

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