Botte alla fidanzata, botte a tre uomini colpevoli solo di passare davanti a casa sua e sospettati di essere ladri, viaggi in Iraq per prendere confidenza con fucili e bazooka, spedizioni punitive contro presunti rivali e poi lo smercio di armi, lo scambio di pistole, ma anche mitragliatori e kalashnikov. Un mondo neanche troppo sotterraneo, visto che buona parte di tutto questo veniva postato con incredibile orgoglio sui social. È il mondo di Baby Gang, al secolo Mouhib Zaccaria, cresciuto a Calolziocorte, finito per l’ennesima volta in manette. Baby Gang è stato arrestato, di nuovo, nella notte tra il 16 e il 17 marzo 2026 nella comunità dove si trovava agli arresti domiciliari.
Il fortino di Baby Gang crolla: botte, pistole e bazooka. Il rapper torna in carcere
Un arresto che arriva pochi giorni dopo la recente condanna per ricettazione e detenzione di una pistola clandestina con matricola abrasa frutto di un’operazione dello scorso 11 settembre strettamente legata al maxi blitz operato questa notte dai Carabinieri di Lecco a Garlate, Primaluna, Abbiategrasso, Pioltello, Vermezzo, Cabiate e Sondrio, e ovviamente a Calolziocorte, base operativa del clan del rapper. All’alba, in campo sono scesi decine e decine di Carabinieri di Lecco, supportati dai colleghi di Milano, dai nuclei antiterrorismo, dalle unità cinofile e anche dal supporto di un elicottero.
Calolziocorte infatti, all’alba di oggi, si è svegliata sotto assedio. Decine di Carabinieri hanno perquisito palmo a palmo l’abitazione del rapper, ribattezzata dagli investigatori “il fortino”. Controlli e perquisizioni hanno coinvolto anche l’intero quartiere delle case Aler di via Di Vittorio, soprannominato “NPT – non parla tanto”, un’etichetta che compare persino su Google Maps e racconta da sola il clima di silenzio e paura.
Insieme a Baby Gang sono finite in manette altre sei persone (tutti giovani italiani, italiani di seconda generazione e stranieri), mentre per altri due è scattato il divieto di tornare in provincia di Lecco. Tutti, secondo gli investigatori, fanno parte di un vero e proprio clan criminale legato al rapper, dedito a traffico di armi e violenze.
L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Lecco, guidata dal Dottor Ezio Domenico Basso, e condotta dalla Compagnia Carabinieri di Lecco, parte da lontano. Tutto inizia il 14 febbraio 2025, giorno di San Valentino per la precisione, quando un pregiudicato macedone viene fermato con due pistole rubate, già utilizzate in due sparatorie a Milano (la prima in Corso Como tra il 2 e il 3 luglio 2022 in via di Tocqueville, durante la quale due cittadini senegalesi rimasero feriti, e la seconda in via Baroni il 7 aprile 2023) e riconducibili a Mouhib, cedute al macedone per il giro di violenza e intimidazione.
Da qui emerge un quadro inquietante: detenzione, cessione e porto di armi comuni e da guerra, alcune già sequestrate, utilizzate per spedizioni punitive e ronde contro chi era considerato un rivale. Un quadro confermato, come detto, lo scorso settembre, quando Baby Gang era stato arrestato in un hotel di via Vallazze a Milano dopo il concerto di Emis Killa, perché trovato in possesso di una pistola calibro 9 con nove proiettili e matricola abrasa. Non solo: in quella occasione, nella sua abitazione di Calolziocorte, situata a poca distanza dalle case popolari di via Di Vittorio, erano state rinvenute e sequestrate altre due pistole (una scacciacani modificata con silenziatore e un’arma americana rubata a febbraio in provincia di Como), nascoste in un doppio fondo di un mobile.
Pesantissime le accuse nei confronti di Baby Gang e inquietanti gli episodi che gli vengono contestati, come quello di questa estate. La sera del 15 giugno 2025, tre cittadini rumeni fermatisi a parlare davanti alla sua abitazione furono accerchiati, trascinati all’ingresso secondario e picchiati brutalmente da Baby Gang e altre cinque persone, tutte finite oggi in carcere. “Dopo aver trascorso la serata in un bar, i tre cittadini rumeni passano sotto casa di Mouhib. Baby Gang esce insieme a un gruppo di fiancheggiatori e i tre vengono circondati, minacciati e aggrediti fisicamente. Durante l’aggressione subiscono pugni e spinte, e vengono maltrattati in modo violento, il tutto ripreso dalle telecamere. “Cosa fai, vieni a rubare in casa del ladro?” si sente chiaramente in un fotogramma.
Le vittime, molto spaventate, inizialmente non denunciano nulla. Solo successivamente, quando Mouhib e “i suoi” condividono sui social video e foto della vicenda, decidono di reagire e segnalare l’accaduto. I familiari e altre persone coinvolte vengono informati online, e finalmente le vittime si decidono a denunciare.
“Tutto questo avviene mentre Baby Gang, sottoposto a sorveglianza speciale – ha sottolineato senza mezzi termini il tenente colonnello Andrea Domenici – doveva rispettare vincoli precisi: rimanere a casa e comunicare all’autorità giudiziaria tutti i suoi spostamenti. Queste regole sono state sistematicamente violate. In un episodio particolarmente grave, è stato possibile accertare che durante la sorveglianza speciale si è recato in Iraq partendo dalla Svizzera, dove ha potuto compiere ulteriori azioni illecite”.
“Proprio relativamente a questo viaggio in Iraq, al momento non vi è nessuna contestazione relativa a presunti atti di terrorismo o affiliazione come foreign fighters – ha specificato il comandante provinciale, colonnello Nicola Melidonis – ma questo è un ulteriore elemento che ci fa capire la pericolosità del gruppo, lo sprezzo delle regole e la familiarità con armi pesanti anche da questa. Proprio per questo, questa notte si è reso necessario un ingente spiegamento di uomini e mezzi militari da Lecco, Milano, Como e Sondrio, perché la situazione, sebbene poi tutto si sia compiuto senza conseguenze, era a estremo rischio”.
“È un gruppo agguerrito — ha aggiunto ancora senza mezzi termini il tenente colonnello Andrea Domenici — Mouhib è un cantante, lo sappiamo, e nel suo modo di creare e editare la musica trasporta il suo vissuto reale. Le rapine, i sequestri e le armi che vediamo nei suoi video non sono oggetti di scena, sono autentiche. Quando lo abbiamo arrestato nel settembre del 2025, abbiamo constatato che aveva un Kalashnikov sequestrato in passato e utilizzato nei video. Non si trattava di armi finzionate. Questo dimostra come lui viva il crimine come parte reale della sua vita, tra aggressioni, intimidazioni e spedizioni punitive. Le armi non erano solo per mostrarsi, servivano realmente a minacciare e colpire chi considerava un ostacolo. Il gruppo agiva in modo organizzato, spregiudicato e violento, e non ha mai rispettato le prescrizioni della sorveglianza speciale. Anche le armi che abbiamo trovato oggi sono assolutamente pericolose. C’è uno vero e proprio scambio di armi: ce ne sono molte, comprese pistole e tracce di Kalashnikov. Sono presenti anche piccole pistole automatiche, e ci sono segni di altre armi già individuate in precedenza.”
Una storia di criminalità, arroganza e violenza, tra notorietà social e paura reale, che mostra quanto sottile e pericoloso possa essere il confine tra fama e illegalità. Una illegalità che era anche tra le mura di casa. La violenza non si limitava agli estranei: la compagna convivente, una ragazza italiana di 22 anni, subiva quotidiane vessazioni psicologiche e fisiche. In un episodio drammatico, Mouhib la colpì ripetutamente al volto, provocandole la frattura del setto nasale, prima di allontanarla da casa. “Si tratta di violenze che sono continuate dal 2023 fino al 2025 – ha sottolineato il procuratore capo basso, mettendo il luce la gravità dell’orrore – Un orreo fatto di lesioni e minacce subite tra le mura di casa che la vittima non aveva avuto la forza di denunciare ma che aveva addirittura tentato, come spesso capita in casi di violenza domestica, di giustificare”.



