Lecco

Testamento biologico, Beppino Englaro: «Nessuno deve più poter dire di non sapere»

Dalla vicenda di Eluana Englaro alle Disposizioni Anticipate di Trattamento: «L’autodeterminazione è fondamentale per evitare che siano altri a decidere».

Testamento biologico, Beppino Englaro: «Nessuno deve più poter dire di non sapere»

Il lecchese Beppino Englaro ha nella voce la determinazione che per anni l’ha spinto a non mollare, per restituire alla sua Eluana la dignità di una morte che lei stessa avrebbe voluto per sé. Più di cinquemila giorni di attesa e di battaglie per difendere e poter esercitare un diritto già scritto: quello di poter decidere noi stessi della nostra vita. E, che piaccia o meno, la morte ne fa parte.

Se oggi quel diritto è sancito da una legge (la 219 del 22 dicembre 2017, entrata in vigore il 31 gennaio 2018, ndr), riconosciuto e rispettato, lo si deve anche e soprattutto alla sua lotta consumata dentro le aule di Tribunale, fino alla svolta che arrivò solo nel 2009 (diciassette anni dopo l’incidente che condannò la giovane Eluana allo stato vegetativo) con l’attuazione della sentenza di sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione forzata avvenuta nella residenza sanitaria assistenziale «La Quiete» di Udine.

Testamento biologico, Beppino Englaro: «Nessuno deve più poter dire di non sapere»

Dal calvario di una famiglia, di un padre e una madre (Saturna Englaro è scomparsa nel 2015 vinta dalla malattia, ndr) che non si sono arresi ai limiti della burocrazia, è nato un movimento, sostenuto anche dall’Associazione Luca Coscioni per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di veder riconosciuti l’autodeterminazione e i diritti di fine vita.

Una prerogativa oggi garantita dalla possibilità di depositare le Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat) che permettono a tutte le persone maggiorenni capaci di intendere e di volere di esprimere le proprie volontà sui trattamenti sanitari, inclusi il consenso o il rifiuto di accertamenti diagnostici, scelte terapeutiche e trattamenti salvavita (come nutrizione e idratazione artificiali).

Sono poche, però, finora le persone che hanno scelto di esprimere le proprie volontà: la Lombardia si attesta al decimo posto e i dati per Comune  non dipingono un quadro incoraggiante.

Negli ultimi anni si è molto discusso attorno al cosiddetto «testamento biologico». Perché, allora, ancora così poche persone lo hanno depositato?

«Quello che manca è senz’altro un’adeguata informazione che dovrebbe raggiungere ogni persona maggiorenne in modo capillare. Dopo quello che è successo a Eluana nessuno deve poter dire di non sapere. L’autodeterminazione è fondamentale per evitare che siano altri a decidere. Non può un medico avere il potere di condannare una persona a essere curata. Con quale diritto si può disporre così della vita altrui?»

E’ quello che vi siete trovati a dover combattere per Eluana?

«Quattro giorni dopo l’incidente la situazione era già chiarissima. Per i medici le possibilità per Eluana erano poco superiori allo zero con rischi a 360 gradi. Non ebbi dubbi: “Voi dovete lasciarla andare”, dissi a medici perché conoscevamo fin troppo bene la volontà di Eluana e non avrebbe mai voluto essere trattenuta. Il suo era un diritto già esigibile, ma i medici non vollero sentire ragioni. Non capivano come due genitori potessero decidere di “non dare una speranza alla propria figlia”. Ci dicevano che “non potevamo sapere dove sarebbe arrivata la scienza in futuro”, ma l’unica cosa che sapevamo per certo era che Eluana non avrebbe voluto questo. Lo disse apertamente, poco tempo prima dell’incidente quando la stessa sorte capitò a un suo amico. Andò in chiesa e accese un cero non per chiedere un miracolo, ma per pregare affinché morisse e fosse liberato da quella condizione di sofferenza. Di certo, quei medici, non si aspettavano che questi due genitori avrebbero portato avanti la loro battaglia, sfidando l’opinione pubblica che sapevano ci avrebbe massacrato. Lo abbiamo fatto rispondendo solamente alla nostra coscienza e alla Costituzione. Lo abbiamo fatto senza mai mollare, nonostante i tanti “no” dai Tribunali, prima Milano e poi Lecco. Non ci saremmo mai arresi».

E lo avete dimostrato, mettendo da parte l’egoismo umano per affermare ciò che sapevate giusto per Eluana, ma che i medici non riuscivano ad accettare…

«La medicina, le nuove tecniche di rianimazione fanno delle cose meravigliose, ma in alcuni casi finiscono solo per trattenere qualcuno che non c’è più. Quello che quei medici non erano in grado di fare era “andare oltre alla cura” e accettare che non esiste solo una morte clinica, ma anche uno stato di morte personale. In quelle condizioni, quella persona che si trattiene artificialmente dalla morte, non c’è già più. Quando si attuò la sentenza non si fece altro che riprendere il naturale processo del morire. Persino, l’allora premier Silvio Berlusconi tentò di fermarci provando a emanare un decreto-legge d’urgenza, il 6 febbraio 2009, per imporre la ripresa dell’alimentazione di Eluana che, però, non venne firmato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano».

Oggi il tema tende a confondersi a tratti a quello dell’eutanasia, nonostante ci siano delle differenze sostanziali. Cosa ne pensa?

«Sono due situazioni molto diverse: l’eutanasia è un nuovo diritto e come tale avrà bisogno di tempo per trovare la sua strada. Nel caso di Eluana si parlava di diritto all’autodeterminazione, che già esisteva nel gennaio del 1992, ma che abbiamo dovuto attendere 17 anni per veder riconosciuto. Nonostante la Chiesa stessa non abbia esitato a definirmi un assassino, quello che ho sempre difeso per Eluana e che oggi tutti possono pretendere per loro stessi è poter decidere di morire prima che la medicina faccia peggio. Le Disposizioni Anticipate di Trattamento rendono possibile e legittima una scelta libera e consapevole».