Lecco

Primo Maggio a Lecco: “Quando il lavoro non è sicuro smette di essere dignità”

Un giorno di memoria e responsabilità condivisa per chi ha perso la vita lavorando e per chi ogni giorno chiede sicurezza e rispetto

Primo Maggio a Lecco: “Quando il lavoro non è sicuro smette di essere dignità”

“Quando il lavoro non è sicuro smette di essere dignità”. Bastano queste parole, pronunciate nella mattinata di oggi dal vicesindaco di Lecco Simona Piazza, per riassumere il senso profondo del Primo Maggio, Festa del Lavoro. Quel lavoro che è l’elemento fondante della nostra Repubblica ma che ancora oggi è terreno di dolore.

Come da tradizione, cittadini e istituzioni si sono ritrovati stamattina, venerdì 1 maggio 2026, in Largo Caleotto davanti al Monumento ai Caduti sul Lavoro realizzato da Pablo Atchugarry. Presenti, oltre alla vicesindaco, i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil, Gian Franco Longhi, presidente di ANMIL Lecco, il prevosto di Lecco monsignor Bortolo Uberti, il consigliere provinciale Antonio Pasquini, il consigliere regionale Gian Mario Fragomeli, il senatore Tino Magni, presidente della Commissione d’Inchiesta del Senato sulle condizioni di lavoro in Italia.

Primo Maggio a Lecco: “Quando il lavoro non è sicuro smette di essere dignità”

Non hanno fatto mancare la loro presenza gli assessori lecchesi Emanuele Manzoni e Renata Zuffi. Presente anche Francesco Genna della struttura Prevenzione e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro di ATS Brianza.

Un momento intenso di omaggio e tributo, lontano dalla retorica, nei confronti delle vittime del lavoro e dei loro familiari. Ma anche una cerimonia che ha acceso i fari, perché ancora purtroppo ce n’è bisogno sulle tematiche di stretta attualità.

“La sicurezza sul lavoro non è un tecnicismo, non è un costo, non è un adempimento burocratico, ma è un diritto fondamentale, è una priorità assoluta – ha detto Piazza – Sappiamo quanto il lavoro sia parte integrante della nostra storia, della nostra cultura e del nostro senso di comunità, ma proprio per questo dobbiamo avere il coraggio di dire che non basta lavorare, bisogna lavorare bene, lavorare in sicurezza, lavorare con i diritti. E questo riguarda tutti: istituzioni, imprese, sindacati, lavoratori, mondo della formazione. Riguarda anche il modo in cui immaginiamo la crescita della nostra città, una crescita che non può prescindere dalla qualità del lavoro, dalla tutela delle persone, dalla capacità di coniugare sviluppo economico e dignità”.

Tante, troppe le famiglie che piangono per infortuni sul lavoro, anche mortali.

“Nel 2025 abbiamo avuto tre vittime in provincia di Lecco – ha ricordato Gian Franco Longhi – Non aggiungo altro perché queste sono solo percentuali utili alle statistiche, ma dietro ogni numero c’è una persona, una famiglia, degli amici, un’intera comunità. Non può essere ridotto tutto a una percentuale in più o in meno. Da anni i dati oscillano: un anno l’1,1%, un altro lo 0,5%. Gli infortuni e i morti sul lavoro restano sostanzialmente costanti, con lievi aumenti e diminuzioni. Ma una persona non è uno zero. Purtroppo siamo abituati a ragionare in termini di numeri. Le statistiche sono utili e servono a individuare tendenze, ma nel mondo del lavoro non bastano più. Bisogna davvero, tutti insieme, come ha ricordato il Presidente Mattarella, impegnarsi per mettere fine a questa situazione”.

Nel 2026 non può accadere che una persona cada da un ponteggio o esploda un serbatoio. Non erano situazioni accettabili in passato e non lo sono nemmeno oggi.

“Dobbiamo arrivare all’obiettivo degli infortuni zero – ha aggiunto il numero uno di ANMIL Lecco – Servono ore di educazione a scuola per parlare di cultura della sicurezza. È necessaria una formazione vera e continua, non solo sulla carta ma sul campo. Gli infortuni sul lavoro dovrebbero avere corsie preferenziali anche nel sistema della giustizia, senza processi che durano dieci anni”.

Serve un impegno corale di tutte le istituzioni quindi e la Provincia di Lecco non si sottrae: “Oggi non dobbiamo riflettere solo sulla quantità del lavoro, che a Lecco non manca, ma sulla qualità del lavoro – ha dichiarato il consigliere di Villa Locatelli Antonio Pasquini – La sicurezza sul lavoro non può essere un costo, ma deve essere un diritto. Dietro ogni infortunio c’è una storia di persona e di famiglia. Servono formazione e adeguati controlli e dobbiamo affrontare le sfide della gig economy che non garantisce sicurezza e stabilità. Non può essere un algoritmo a decidere il destino di una persona. Il compito delle istituzioni è accompagnare questi cambiamenti”.

“Le morti sul lavoro non sono mai una fatalità – ha ricordato il senatore Tino Magni – Sono il risultato di una problematica strutturale che spesso passa attraverso il meccanismo del massimo ribasso, dove a farne le spese è la sicurezza. Gli infortuni tra i giovani aumentano anche perché manca una formazione adeguata. Il lavoro povero e il lavoro nero aggravano ulteriormente il quadro. In alcuni casi si tratta di persone che non parlano nemmeno italiano, con evidenti difficoltà di comprensione delle procedure di sicurezza. Capire il contesto è fondamentale: caporalato, lavoro sottopagato e scarsa formazione sono elementi che, insieme, producono insicurezza e aumentano il rischio di incidenti”.

Guardando al monumento che ricorda in modo concreto e plastico le vite spezzate e il sacrificio delle famiglie che non hanno visto rientrare i propri cari, Francesco Genna ha ricordato che: “L’infortunio mortale ha una pregnanza enorme: rappresenta il fallimento dell’azienda e, più in generale, delle organizzazioni della prevenzione. Un infortunio mortale è intollerabile. Questo monumento ci interroga: cosa stiamo facendo davvero? Molte dinamiche sono prevedibili e quindi evitabili. Eppure continuano a ripetersi”.