Giustizia

Lecco inaugura il centro di giustizia riparativa: «Non solo pena, ma relazioni da ricostruire»

L’accesso alla giustizia riparativa non prevede filtri rigidi. Il percorso può essere avviato anche prima della condanna.

Lecco inaugura il centro di giustizia riparativa: «Non solo pena, ma relazioni da ricostruire»

Un nuovo tassello nel sistema della giustizia prende forma a Lecco. Nel pomeriggio di mercoledì 22 aprile 2026, a Palazzo delle Paure, è stato presentato ufficialmente il Centro di giustizia riparativa, frutto di un percorso costruito negli anni sul territorio.

Lecco inaugura il Centro di giustizia riparativa: «Non solo pena, ma relazioni da ricostruire»

Ad aprire l’incontro è stata Manuela Agnello, che ha sottolineato il valore dell’iniziativa: «È un piacere accogliervi oggi», ha detto, ricordando come l’evento rappresenti l’avvio concreto del nuovo servizio.

Un passaggio evidenziato anche dal sindaco Mauro Gattinoni, che ha ricostruito il percorso nato dal cosiddetto “tavolo dell’Innominato”, oggi evoluto in un servizio strutturato coordinato dal Comune. Un risultato reso possibile anche dal quadro normativo nazionale: «Quella che era un’esperienza locale diventa ora un servizio a tutti gli effetti», ha spiegato, richiamando il ruolo della comunità non solo nel riconoscere la colpa, ma anche nel favorire il reinserimento. «C’è sempre un secondo tempo per tutti», ha aggiunto, citando Alessandro Manzoni e la figura di Fra Cristoforo come esempio di riconciliazione.

Sulla stessa linea il prefetto Paolo Ponta, che ha parlato di una città «ancora una volta all’avanguardia». Secondo Ponta, la giustizia riparativa rappresenta un passaggio fondamentale perché punta a «restituire alla società ciò che è stato tolto», andando oltre la sola funzione punitiva del carcere.

Per Antonio Pasquini, intervenuto a nome della Provincia, il cuore del percorso sta nella ricostruzione del rapporto tra autore del reato e vittima: un passaggio che, se ben gestito, può contribuire a ridurre il rischio di recidiva e a rafforzare il tessuto sociale.

Dal punto di vista giuridico, il presidente del Tribunale di Lecco Marco Tremolada ha evidenziato una delle novità più rilevanti: l’accesso alla giustizia riparativa non prevede filtri rigidi. Il percorso può essere avviato anche prima della condanna e, in caso di esito positivo, può portare a un’attenuazione della pena. Fondamentale, però, è il riconoscimento del danno causato: «Occorre prendere consapevolezza degli effetti delle proprie azioni», ha spiegato, sottolineando come non sia sempre necessario un confronto diretto con la vittima.

Un’impostazione condivisa anche dal procuratore capo Domenico Basso, che ha parlato di una sfida complessa ma necessaria: rendere la pena davvero rieducativa. «Tutto ciò che contribuisce a rendere più umana la pena e a rispondere ai bisogni delle persone offese è un passo nella giusta direzione», ha osservato.

Uno sguardo più ampio è arrivato da Bianca Maria Bianchi, presidente della sezione penale, che ha evidenziato i limiti del sistema tradizionale: «Il processo spesso si limita a stabilire colpe e risarcimenti, che però restano una monetizzazione del dolore». La giustizia riparativa, invece, prova a intervenire sulle relazioni e sulla convivenza sociale.

Il percorso lecchese affonda le radici in un lavoro iniziato anni fa, come ha ricordato Lucio Farina. Dal 2012, con il coinvolgimento di associazioni, istituzioni e cittadini, è nato un cammino che ha portato alla costruzione di un modello riconosciuto a livello nazionale. «Non è un’utopia – ha spiegato – ma un’esperienza concreta fatta di formazione, incontri e lavoro sui conflitti, anche nelle scuole e nei condomini».

Un’esperienza che, come ha sottolineato Bruna Dighera, si basa sulla capacità della comunità di farsi parte attiva: non per sostituirsi alla giustizia, ma per contribuire a «riparare legami» e affrontare il conflitto in modo costruttivo. «La comunità sa ascoltare il dolore e non lascia solo nessuno», ha detto, richiamando il valore di una responsabilità condivisa.

L’istituzione formale del Centro, avvenuta il 12 febbraio 2026, è stata illustrata da Michela Maggi: un lavoro corale che ha portato alla definizione di un protocollo, alla formazione di mediatori qualificati e alla creazione di una struttura organizzata, con spazi accessibili e una segreteria dedicata.

A chiudere, l’intervento di Grazia Mannozzi, che ha allargato lo sguardo al significato più profondo della giustizia riparativa: «Non siamo qui solo per inaugurare un luogo, ma per costruire una giustizia che non si esaurisce nel reato». Un percorso che punta a rigenerare relazioni e a creare spazi di dialogo, anche grazie alla collaborazione con l’università. «Non si tratta solo di fare giustizia, ma di servirla», ha concluso.

Un progetto che ora entra nella sua fase operativa, con l’obiettivo di rendere la giustizia più vicina alle persone e al territorio.