Non una semplice esposizione, ma un percorso nella memoria collettiva della città. È stata presentata all’Istituto Airoldi e Muzzi la mostra “Le stagioni del tempo, la ricchezza del dono”, allestita nel nuovo Oratorio di Lecco e visitabile liberamente dal 21 maggio al 3 giugno, dalle 16 alle 19.
“Le stagioni del tempo, la ricchezza del dono”, la mostra dell’Airoldi e Muzzi
A illustrare il significato dell’iniziativa è stato il presidente dell’istituto, Giuseppe Canali, che ha sottolineato come il progetto vada oltre la dimensione espositiva: «Il titolo racchiude il senso più profondo del percorso: il tempo che scorre, le vite che si intrecciano e quel dono silenzioso e potente che attraversa le generazioni. È un racconto, ma soprattutto un gesto di memoria condivisa».
La mostra ripercorre infatti la lunga storia della Rsa lecchese, costruita attraverso secoli di cura, dedizione e lavoro quotidiano spesso invisibile ma fondamentale. «Dietro ogni documento, fotografia e parola – ha spiegato Canali – ci sono persone che hanno donato, costruito, assistito e creduto in questa realtà, lasciando un segno profondo nella comunità».
L’obiettivo è custodire e restituire alla città un patrimonio che non appartiene soltanto all’istituto, ma a tutte le persone che nel tempo ne hanno fatto parte. «È una storia che parla di un flusso continuo di generosità, un filo che lega passato e futuro e che ci invita a guardare avanti con responsabilità e consapevolezza».
Il progetto ha rappresentato anche un’importante occasione per valorizzare l’archivio storico dell’ente, grazie a un lavoro di riordino e recupero documentale sostenuto da un bando della Fondazione Comunitaria del Lecchese. Un patrimonio di grande valore che comprende documenti storici come il lascito Airoldi del 1590, la Società Muzzi del 1888, il fondo Calloni di Rancio del 1904 ed epistolari di forte interesse umano e storico. «Carte che non sono soltanto testimonianze del passato – ha aggiunto il presidente – ma voci che continuano a parlarci».
Il percorso si svilupperà in due momenti distinti: una prima fase espositiva al nuovo Oratorio e una seconda direttamente all’interno della Rsa, con iniziative pensate per coinvolgere attivamente la comunità locale e creare nuove occasioni di incontro. «Questa mostra – ha concluso Canali – è un invito a riconoscere il valore della cura e della solidarietà».
A raccontare il concept dell’allestimento è stata la professoressa Laura Polo D’Ambrosio, che ha individuato due temi centrali dell’esperienza: «Da una parte la fragilità che appartiene a ciascuno di noi, dall’altra la tenacia necessaria per realizzare un progetto. Due elementi opposti che, incontrandosi, generano qualcosa che diventa bene comune».
L’intero spazio è stato pensato come un’esperienza partecipativa, capace di offrire punti di vista differenti. Centrale il rapporto con il parco e con quattro alberi simbolici. Tre “patriarchi” – un cedro, una sequoia e un cipresso – vengono presentati come testimoni silenziosi delle vite attraversate dall’istituto nel corso degli anni. «Il rapporto con la natura e con l’albero – ha spiegato – ci aiuta a comprendere la forma stessa della vita: le stagioni, le radici, la chioma».
Accanto a questi compare un quarto albero, il bagolaro, scelto come simbolo di resilienza e tenacia: una pianta mediterranea capace di radicarsi persino nella roccia pur di trovare spazio per crescere. «Produce fiori e frutti utilizzati anche per fare liquori – ha scherzato la professoressa – magari in futuro nascerà persino un liquore dell’Airoldi e Muzzi».
L’architetto Giorgio Melesi, che ha curato il progetto insieme alla professoressa Polo, ha invece illustrato la struttura del percorso espositivo: «Abbiamo cercato di dare forma a un’esperienza circolare». Al centro sarà collocato un grande tavolo con sedute tutte diverse tra loro, simbolo dell’invito a trovare il proprio posto all’interno del percorso e della comunità.
Attorno a questo spazio si svilupperanno fotografie, installazioni e contributi video, alternando ambienti aperti e sale più raccolte. «Vogliamo mostrare un modo di essere – ha spiegato Melesi – e l’albero, come metafora, racconta perfettamente tutto questo». Il tavolo tornerà sia all’ingresso sia all’uscita del percorso, accompagnato da un’esperienza tattile che inviterà i visitatori a fermarsi ancora, osservare e “guardare oltre il mistero della fragilità”.
