Ieri, venerdì 25 settembre 2026, alle 20.45, nella chiesa dei Frati in piazza Cappuccini a Lecco, si è svolto il momento di preghiera del Giubileo Francescano presieduto dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini, insieme al prevosto Monsignor Bortolo Uberti e alla presenza dell’assessore Lorella Cesana, davanti a una chiesa gremita.
L’arcivescovo Mario Delpini ai Frati per il Giubileo Francescano
La celebrazione, organizzata dalla Parrocchia di San Francesco, ha ripercorso il rito del Transito di san Francesco, accompagnato da canti, silenzi e preghiere che hanno coinvolto profondamente l’assemblea, creando un clima di intensa partecipazione. L’icona del Santo, portata in processione tra turibolo e ceri accesi, è stata collocata davanti all’altare, diventando il centro simbolico della serata. La comunità ha seguito con attenzione i passaggi del rito: la notte alla Porziuncola, la lode, la croce, l’invocazione del salmo e il transito, in un clima di raccoglimento che ha reso vivo il racconto del 1226. Molti fedeli hanno vissuto la celebrazione come un ritorno alle radici della spiritualità francescana, lasciandosi guidare dalla semplicità dei gesti e dalla forza delle parole.
Nell’omelia, l’arcivescovo Delpini ha offerto una riflessione incisiva: «Si può capire il vento senza volare? Il fuoco senza ardere? L’amore senza amare?». Da queste immagini ha tratto la difficoltà di comprendere ciò che il Signore ha fatto per noi e, allo stesso modo, la figura di Francesco, che ha cercato di imitare Cristo in ogni cosa. Delpini ha ricordato che si può studiare Francesco, raccontarlo, inserirlo in libri o film, ma questo non basta: «Come uno scienziato può descrivere il fuoco senza scaldarsi, così ridurre Francesco al ricordo di un personaggio del passato ci rende incapaci di penetrare il mistero della sua testimonianza». Le sue parole hanno invitato a non fermarsi alla superficie, ma a lasciarsi provocare dalla radicalità del Santo. La distanza da Francesco, ha spiegato, nasce dal fatto che «non siamo disposti a fare quello che lui ha fatto, a desiderare quello che lui ha desiderato».

Il Santo invita alla semplicità, mentre noi siamo complicati: «Comprendete le sue parole semplicemente, senza commento. Ecco cosa ci tiene lontani: l’essere complicati». Delpini ha indicato alcuni nodi della vita cristiana: il perdono che spesso rifiutiamo, il servizio che trasformiamo in pretesa, la povertà che sostituiamo con il desiderio di avere di più. E ha aggiunto: «Francesco ha desiderato di farsi accompagnare da sora morte corporale, mentre noi non vogliamo neanche pensarci». Parole che hanno risuonato nella chiesa, invitando ciascuno a interrogarsi sul proprio cammino. La domanda lasciata all’assemblea è stata diretta: «In che modo possiamo pensare la morte come l’ingresso alla vita? Come la morte di Gesù che ci apre alla gloria». Il rito del Transito, con la lettura del Vangelo di Giovanni e la preghiera dei frati, ha dato forma concreta alle sue parole, fino alla benedizione finale e al canto dell’Ave Maria, che ha chiuso la celebrazione in un clima di pace e gratitudine condivisa. Il Giubileo Francescano, ha concluso Delpini, può essere «la grazia di entrare un poco nella testimonianza di Francesco perché ci aiuti a entrare un po’ nella vita di Gesù».
