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“La tua impronta resterà nella nostra comunità”: conferita la cittadinanza onoraria a don Andrea

Le parole del questore: "Don Andrea non ha mai cercato visibilità: ha sempre lavorato dietro le quinte, e credo sia questa la vera grandezza di un uomo. Ha coeso la nostra collettività, dando a tutti la parola giusta nel momento giusto"

“La tua impronta resterà nella nostra comunità”: conferita la cittadinanza onoraria a don Andrea

“La tua impronta resterà nel comune di Malgrate”: con queste parole il sindaco Michele Peccati ha conferito nella mattinata di oggi, domenica 4 ottobre 2026, la cittadinanza onoraria a don Andrea Lotterio, parroco uscente della Parrocchia di San Leonardo nonché Cappellano della Polizia di Stato delle province di Lecco e di Sondrio, che ha assunto nuovi incarichi in territorio erbese. La cerimonia si è tenuta all’interno del palazzo municipale alla presenza di numerosi cittadini e autorità.

“La tua impronta resterà nella nostra comunità”: conferita la cittadinanza onoraria a don Andrea

“Don Andrea, in questi 15 anni, è andato ben oltre il ruolo di parroco, diventando un punto di riferimento per la comunità, e secondo me questo va molto al di là del ruolo che rappresenta – ha detto il primo cittadino – A mio avviso tutte le grandi persone riescono ad instaurare questo tipo di rapporto, indipendentemente dalla loro funzione, entrando nel cuore della gente e facendo sembrare semplicissimo tutto quello che fanno: una dote che non tutti hanno. Abbiamo voluto insignire don Andrea della massima onorificenza perché è un gesto che viene dal cuore, per ringraziarlo per tutto quello che ha fatto per noi in questi anni”.

Il sindaco Michele Peccati

Tra le motivazioni ufficiali del conferimento della cittadinanza onoraria, si legge: “Durante il suo mandato, don Andrea ha rappresentato una presenza costante e qualificata, promuovendo valori come la coesione, il dialogo e la partecipazione, accompagnando la comunità nella sua evoluzione, prestando sostegno costante alle famiglie, ai giovani, agli anziani e alle associazioni e rafforzando il tessuto sociale. In aggiunta all’impegno pastorale, ha ricoperto il ruolo di cappellano della Polizia di Stato, offrendo vicinanza e supporto al personale; incarico adempiuto con senso del dovere, rafforzando il legame tra le istituzioni civili e religiose e facendosi promotore dei principi di solidarietà, responsabilità e rispetto”. Don Andrea, visibilmente emozionato, ha ringraziato i presenti per questa onorificenza, ricordando come i suoi quasi 15 anni trascorsi a Malgrate siano stati “un tempo molto bello”.

A prendere la parola anche il questore di Lecco, Stefania Marrazzo: “Sono onorata di aver incontrato, come cappellano, don Andrea: il nostro ‘poliziotto ad honorem’ perché incarna tutti i nostri valori. Credo che don Andrea abbia fatto del dialogo il suo punto di forza: con le sue parole e la sua vicinanza è stato capace di arrivare a tutta la comunità malgratese. Don Andrea non ha mai cercato visibilità: ha sempre lavorato dietro le quinte, e credo sia questa la vera grandezza di un uomo. Ha coeso la nostra collettività, dando a tutti la parola giusta nel momento giusto. E’ riuscito a dare fiducia e speranza a quanti si trovavano in difficoltà, soprattutto a noi della Polizia di Stato. Il nostro lavoro è fatto di sfide, tensione e preoccupazioni, ma lui è riuscito sempre ad avere una parola di conforto per i poliziotti. In fondo, la sua e la nostra missione sono molto simili”.

Il questore Marrazzo

Il discorso di saluto di don Andrea alla sua comunità

Dopo il conferimento della cittadinanza onoraria, nella chiesa parrocchiale di San Leonardo i fedeli si sono stretti a don Andrea per salutarlo ufficialmente.

Qui di seguito riportiamo integralmente il suo discorso di saluto alla comunità:

Inutile nasconderlo: oggi per me è difficile scrivere e parlare. Questa celebrazione fa battere il cuore forte, e guardare i vostri volti fa riaffiorare una quantità infinita di ricordi di questi 14 anni 8 mesi e 8 giorni vissuti insieme. Quando a novembre del 2011 il Vicario generale, mons. Redaelli, mi disse che l’allora nuovo arcivescovo card. Angelo Scola mi destinava a Malgrate, suo paese natale, sorrisi dentro di me, perché tornavo in una realtà conosciuta, quella lecchese, dove ero già stato in precedenza e terminando il compito di Assistente ecclesiastico regionale dell’AGESCI, ero certo di trovare una comunità bella…

La Parola di Dio che ascoltiamo oggi sembra scritta apposta per noi. “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli…”. È così che le parole di Gesù fanno oggi da sfondo alla festa del poverello d’Assisi, San Francesco. E lui che forse piu di tutti gli altri ha incarnato l’ideale di “farsi piccoli”. E lui che ha intuito che la migliore relazione con Dio la si gioca nella semplicità dell’amore e non nei nostri ragionamenti contorti. Perché “farsi  piccoli” non significa rifiutare di capire, ma significa comprendere che per capire bisogna ascoltare prima ancora che presumere. Noi quasi mai abbiamo l’umiltà di stare semplicemente in silenzio ad ascoltare la vita stessa che spiega se stessa ponendosi davanti a noi. Francesco comprende questa immensa verità. Sarà questo il motivo per cui canta la creazione, e canta anche quegli angoli della vita che non sono proprio luminosi, come la stessa “sorella morte”.

Un “piccolo” non sa tutto ma ascolta tutto, e in questo trova pace: “Venite a me…. io vi darò ristoro… imparate da me, che sono mite e umile di cuore…”. Dalle braccia di chi ci ama le cose si capiscono meglio, semplicemente perché rassicurati dall’amore non viviamo più in difensiva. Francesco è innanzitutto questo: un vangelo vivente. È tutta la sua vita ad essere una buona novella, perché è chi mostra, più ancora che dimostra, che ciò in cui si crede è cosi vero che ne si ha la vita trasformata. Diventare piccoli significa concepirsi come totalmente dipendenti da Dio. La grande differenza con le relazioni umane sta nel fatto che quando umanamente parlando siamo totalmente dipendenti da qualcuno, questo testimonia una mancanza di libertà. Nell’esperienza di fede invece più si è dipendenti da Dio e più Dio ci dona una radicale libertà su noi stessi, sugli altri, sulle circostanze, su tutto. Un bambino piccolo se sa che c’è suo padre con lui allora si sente abbastanza sicuro da arrischiarsi anche in cose che da solo non farebbe mai. La memoria della presenza del padre gli dà libertà dalla paura delle cose. Farsi piccoli significa sentirsi completamente nelle mani di Dio e proprio per questo sentirsi totalmente liberi.

Alla luce di questa Parola oggi diciamo che i preti cambiano, ma il Signore resta. lo ho solo cercato di camminarvi accanto, non davanti per indicare la strada, forse dietro per non lasciare indietro nessuno, e tantissime volte in mezzo a voi, semplicemente per condividere la vita di tutti i giorni.

Vorrei riprendere un pensiero che, entrando in questa comunità il 12 febbraio 2012, usavo nell’omelia e che oggi mi sembra ancora più bello iniziando un nuovo cammino: “La comunità non è mai data dalla somma delle ricchezze e delle forze di ciascuno, ma dalla condivisione delle debolezze e delle fragilità di ognuno”.

E in queste settimane un altro pensiero mi accompagna, un proverbio africano che dice: “Da soli si va più veloci, ma insieme si va più lontano”. Da soli si va veloci: quando agisci in autonomia, decidi subito e non devi coordinarti con nessuno. Risolvi i problemi in fretta ma le tue energie sono limitate. Insieme si va lontano: collaborare richiede pazienza, ascolto e condivisione e dividere il peso del cammino ti permette di affrontare traguardi enormi che da solo non potresti mai raggiungere.

Vorrei che questi due pensieri accompagnassero i gesti quotidiani delle nostre comunità. Ecco, allora, che la parola che oggi mi riempie il cuore è un GRAZIE immenso, spontaneo e sincero.

Grazie perché mi avete fatto sentire a casa fin dal primo giorno. Non mi sono mai sentito solo. Ed è con questo stesso “sentirmi già a casa” che vado nella nuova comunità. Grazie per la vostra pazienza, il vostro affetto e una stima immeritata. Grazie a tutti coloro che collaborano, a chi ha speso ore, e non solo tempo, per la parrocchia, ma grazie soprattutto a chi mi ha regalato un sorriso, a chi mi ha offerto un dolcetto (si sa che non solo sono goloso, ma mangio solo dolci…), ai bambini e ragazzi che ho conosciuto con gioia e che ho visto crescere in questi anni, agli adulti di tutte le età e alle famiglie e persone che ho incontrato e che mi hanno accolto non solo nelle loro case, ma nella loro vita, a tutti coloro che sono passati da questa comunità per celebrare la presenza del Signore nei sacramenti o semplicemente si sono sentiti accolti…, mi avete fatto diventare quello che sono oggi.

Abbiamo condiviso tanto: la gioia dei battesimi, la festa dei matrimoni, ma anche il silenzio e le lacrime nei momenti del dolore, aperti però ad una speranza più grande. Le nostre storie si fondono in una comunione profonda.

Accanto al grazie, voglio chiedere sinceramente PERDONO. Per quello che potevo fare e non ho fatto, per quello che ho sbagliato senza chiedere scusa… per non essere riuscito a raggiungere tutti come avrei voluto.

Adesso per tutti noi inizia una stagione nuova. lo porto nel cuore voi e questa terra, e con questa forza vorrei servire la nuova comunità cristiana: essere qui vicino – sono stato “egoista” nel rimanere nei dintorni e ho colto come un invito della Provvidenza la scelta dei Padri Barnabiti di ritirarsi dall’affidamento di quelle parrocchie… – mi spinge a continuare il cammino con gioia.

Qui siamo nella terra dei “Promessi Sposi” e dunque ci accompagnino anche le parole che il Cardinale Federigo rivolge a Lucia: “Prendete in pace anche questa separazione, e l’incertezza in cui vi trovate, confidate che sia per finir presto, e che il Signore voglia guidar le cose a quel termine a cui pare che le avesse indirizzate; ma tenete per certo che quello che vorrà Lui, sarà il meglio per voi”. (Cap. XXV)

Lascio questa comunità da una parte e mantengo gli altri compiti nelle altre realtà, la Polizia di Stato, le Associazioni e Movimenti, l’Ecumenismo… Una parrocchia non è del prete, è di chi ci vive accogliendo e annunciando il vangelo. Siete voi le pietre vive che la rendono una casa accogliente per tutti, specialmente per chi è in difficoltà.

Nel suo testamento san Francesco scrive: “IL SIGNORE MI DONO’ DEI FRATELLI” (FF 116). II Signore ha donato anche a me voi tutti, fratelli e sorelle di questa Comunità di Malgrate. Vivere la fraternità vuol dire vivere una storia fatta di persone, di relazioni, di vita condivisa e di sogni.

tutti voi, bambini, ragazzi, giovani e adulti di tutte le età, vorrei dire la mia riconoscenza, la mia gratitudine e il mio affetto, per questo tratto di cammino vissuto insieme come fratelli donati gli uni agli altri!