L'editoriale

Il Buon Natale nella stagione dell’amore debole

“La fedeltà ai sogni, la cura dell’altro e la forza dell’amore vero”

Il Buon Natale nella stagione dell’amore debole

Di monsignor Bortolo Uberti, prevosto di Lecco

In questa stagione dell’amore debole vorrei scrivere ancora “Buon Natale!” e vorrei augurarlo a chi incontro. Naturalmente per me è il Natale di Gesù, non altro. E’ il mistero dell’incarnazione di Dio nella storia dell’uomo; è l’incontro tra l’uomo e Dio, lì dove l’uomo s’arrabatta, vive, lavora, ama, sogna, crea legami, li spezza, gioisce, piange… Un incontro che lascia il segno.

L’amore debole è quello di chi, se fosse stato al posto di Giuseppe, in quella storia in cui di chiaro c’era poco o nulla, avrebbe fatto un passo indietro, sentendosi, per di più, con la coscienza a posto e dalla parte giusta. Meglio non rischiare: viva la normalità! Vorrei augurare, invece, il coraggio di mettersi in gioco, di buttarsi dentro gli affetti, il lavoro, la vita della città e di questo tempo. Vorrei augurare l’audacia della responsabilità, quella che mette al primo posto le persone, poi il resto, leggi e ideologie comprese.

L’amore debole è quello di chi, se fosse stato al posto di un pastore a Betlemme, all’annuncio dell’angelo nel cuore della notte, si sarebbe girato dall’altra parte. La giornata era stata pesante e all’alba non mancava molto. Meglio dormire. Vorrei augurare, invece, una curiosità che si faccia interesse, un osare che metta in cammino, un provare che scavalchi l’indifferenza. Quello che accade mi riguarda: che sia sotto casa o all’altro capo del mondo.

Vorrei augurare la bellezza del prendersi cura dell’altro. A cominciare dal più debole e dal più piccolo. Senza girare la faccia altrove.

L’amore debole è quello di chi, se fosse stato al posto di uno dei Magi, alla scomparsa della stella si sarebbe rassegnato e sarebbe tornato a casa. Di strada ne aveva già fatta abbastanza e alla meta non era arrivato. Sembrerebbe saggio farsene una ragione ed elaborare il fallimento.
Vorrei augurare, invece, la fedeltà ai sogni e la determinazione a ritrovare la via dopo essersi persi. La vita sarà buona non se non si sbaglia mai strada ma se si sa trovare quella giusta dopo aver sbagliato.
È la perseveranza di chi ricomincia, guardando avanti dove si nasconde il sogno e non indietro, dove ci si è persi.

L’amore debole è quello di chi, se fosse stato al posto di un angelo, invece di far squillare le trombe di un annuncio di gioia, avrebbe cantato un lamento per via di quella notte fredda e di quel posto sperduto tra i pascoli. Vorrei augurare di avere voce per dare respiro alla bellezza e alla giustizia, di avere sapienza per trovare parole di stima nei confronti dell’altro, fosse anche un avversario o un nemico.
Auguro di riempire ogni nostro discorso di parole di consolazione, soprattutto per chi è solo, triste, nel dolore. Ci sia data la virtù della pacatezza e la dolcezza di parole di comunione. I nostri inni non siano quelli di una parte contro l’altra ma quelli che scaldano il cuore e sostengono il cammino.
Vorrei augurare di essere gente di parola, di parole buone.

Gesù dice che l’amore debole è quello che è diventato freddo: «Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti» (Mt 24,12).
Vigiliamo sul disordine interiore, sull’ingiustizia che ci avvolge, sull’indifferenza che ci annebbia. Il Natale di Gesù scaldi il cuore, restituisca la voglia di amare davvero, seriamente, senza temere i sacrifici, senza aver paura della fedeltà. Solo qui si miscelano i sogni e le responsabilità, la cura e la determinazione, le parole vere e gli abbracci sinceri. Dentro casa, tra le strade della nostra città, per le vie del mondo. Buon Natale! A tutti!