Siamo di fronte ad un inverno demografico: la situazione è, ormai da tempo, sotto gli occhi di tutti e di conseguenza anche le imprese del nostro territorio sono chiamate a ragionare e ad affrontare questo complesso fenomeno che la nostra società sta attraversando. È questo l’argomento di cui si è discusso nel quarto appuntamento del ciclo di incontri «Imprese e capitale umano. Il lavoro del domani », andato in scena lunedì 6 maggio al Ristorante Cascina La Salette di Verderio e intitolato “L’inverno demografico e le sue conseguenze sugli equilibri economici e sociali”. Ad organizzare la colazione di lavoro è il nostro gruppo editoriale Netweek, in collaborazione con l’agenzia Allianz 231 di Merate, Opiquad e Confapi Lecco e Sondrio. All’incontro, svoltosi davanti ad una ricca platea di imprenditori e stakeholders locali, ha partecipato in qualità di autorevole relatore Gian Carlo Blangiardo, ricercatore, esperto di statistica e demografia, past president di Istat.
Il video e l’intervista al professor Blangiardo
Come è calata la natalità in Italai
“Negli ultimi dieci anni la popolazione è diminuita di un milione e mezzo di abitanti, siamo nel pieno di una crisi demografica che attanaglia soprattutto il nostro paese ” ha esordito Blangiardo nella sua spiegazione.
“La situazione è aggravata dagli italiani che lasciano la nazione, oggi sono circa 6 milioni e il 44% ha meno di 34 anni, ed è un dato preoccupante. Nel 2013 l’Italia ha avuto 514mila nati e per la prima volta si stabilito il record della più bassa natalità di sempre: tale primato è stato continuamente superato al ribasso in tutti gli anni seguenti , arrivando alle 379mila nascite nel 2023. Dal 1993 abbiamo perso 2,5 milioni di persone, al momento che per trent’anni ci sono stati più morti che nati, eccezion fatta per il 2004 e il 2006. Fino ad un certo punto il saldo migratorio compensava il crollo delle nascite, ma ora non è più così. Perché espongo questi dati? Non voglio terrorizzare nessuno, ma l’obiettivo è mettere le persone di fronte alla realtà, perché la dinamica demografica è questa”.

Quali conseguenze dobbiamo aspettarci? Continua Blangiardo:
“Oggi siamo 59 milioni, le proiezioni dicono che diventeremo 45,8 milioni, con una “scomparsa” di circa 13 milioni di abitanti. Attualmente siamo un G7, ma non bisogna scordare che una certa posizione geopolitica internazionale richiede una consistenza demografica importante, di fronte ad una diminuzione della popolazione avremo minore rilevanza. Inoltre dobbiamo mettere in contro una domande crescente di welfare, in cui cresce la quota degli over 80 ed è necessario garantire la sanità a tutti. Non è tutto: oggi le persone in età da lavoro sono 35 milioni, con il cambiamento demografico diventeranno 9 in meno, quindi si accentuerà il problema del reperimento della manodopera. Pensiamo anche al PIL: semplicemente considerando l’effetto demografico in quarant’anni spariranno circa 500 miliardi, fondi che servirebbero per alimentare il welfare. A livello complessivo dobbiamo considerare che se cambiano le famiglie, si modificano anche i consumi e il perciò il sistema produttivo ne deve tenere conto”.
Come contrastare l’inverno demografico
A fronte di tutto ciò che risposte si possono fornire?
“Il rilancio della natalità passa dalle 3C, ovvero costi, in termini di soldi e tempo, cura giornaliera, e conciliazione con i tempi del lavoro, a cui se ne potrebbe aggiungere una quarta, ovvero contesto e cultura. Penso poi all’importanza di governare l’immigrazione e in parallelo di arginare l’emigrazione, ma anche alla ridefinizione dei confini delle stagioni della vita, agevolando uno scambio di competenze e conoscenze con i giovani. Il mondo è cambiato e forse non siamo stati capaci di digerire in fretta la velocità di questo cambiamento, siamo ancora fermi ai modelli tradizionali. Ora si tratta di acquisire sensibilità, serve risolvere un problema mettendo in campo tutte le forze disponibili”.

Il dibattito con gli imprenditori
Fra i primi imprenditori ad intervenire troviamo Daniele Bianchi, Ceo di Opiquad, che ha posto l’attenzione su un aspetto particolare:
“Spesso si è detto che dopo i cinquant’anni non c’è più possibilità di trovare lavoro, ma personalmente non credo proprio che sia così. Ora vedo un “buco” fra i 40 e i 50 anni, non ci sono le competenze richieste. Mi piacerebbe anche approfondire il tema del confronto con gli altri paesi, quali sono le maggiori differenze?”.
Risponde Blangiardo:
“In merito al primo quesito può esserci stato un “fur to” di cervelli in quella precisa fascia d’età, sul secondo ricordo che il problema demografico è europeo, non soltanto italiano. Nessuno stato del Vecchio Continente è sopra al livello di ricambio generazionale, ovvero due figli per ciascuna coppia. In Italia siamo a 1,24”.
In seguito non sono mancate le parole di Marco Ghezzi dell’Agenzia 231 Allianz di Merate: “Credo manchi lungimiranza in chi deve decidere, perché gli imprenditori cercando di rendere la loro macchina più efficiente mentre la politica spesso ragiona in base alle prossime elezioni. Sono convinto che sia necessario fare cultura, dare più nozioni, ma la vera scossa deve arrivare dall’alto, ragionando sul medio-lungo periodo”. Mentre Giuseppe Martinelli di Allianz Bank ha lanciato una provocazione: “Quando si arriverà alla natalità zero in Italia?”.

A tutte queste domande, ma anche agli spunti evidenziati dai presenti, ha risposto Blangiardo:
“Sul fronte demografico la sensibilizzazione è il primo passaggio, poi serve l’intervento del mondo dell’economia, centrale nel nostro paese. Non bisogna pensare che debba fare tutto lo Stato, deve avere un ruolo da regista. Dal punto di vista imprenditoriale c’è grossa attenzione al problema, ma occorre che ci siano le condizioni affinché ciò sia possibile. Ai giovani voglio dire di uscire dagli schemi classici, cercando di immaginare qualcosa di diverso, affrontando una situazione che sta cambiando e che rischia di travolgerci. Un popolo vecchio fa manutenzione, se invece è giovane fa investimenti. Purtroppo noi stiamo diventando vecchi. Credo inoltre che la mia generazione avesse una maggiore propensione ad accettare il rischio, dobbiamo restituire ai ragazzi il piacere di rischiare, di mettersi in gioco, portando poi a casa una maggiore soddisfazione”.