Spiritualità

Delpini a Lecco: «Vorrei che ciascuno tornasse a casa con un motivo per sperare»

L'appuntamento, intitolato "Un'onda di suono nella notte dell'inquietudine", ha richiamato fedeli e cittadini in un momento di ascolto e confronto che ha preso le mosse da una delle pagine più celebri dei Promessi Sposi

Delpini a Lecco: «Vorrei che ciascuno tornasse a casa con un motivo per sperare»
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Una riflessione sull’inquietudine, sulla ricerca di senso e sulla possibilità di ritrovare la speranza anche nei momenti più bui dell’esistenza. Sono stati questi i temi al centro della serata che si è svolta giovedì 15 ottobre 2026 al Santuario della Beata Vergine della Vittoria di Lecco, dove l’Arcivescovo Mario Delpini ha incontrato la comunità lecchese nell’ambito del percorso legato alla proposta pastorale della Diocesi di Milano per il 2026-2027.

Delpini a Lecco: «Vorrei che ciascuno tornasse a casa con un motivo per sperare»

L’appuntamento, intitolato “Un’onda di suono nella notte dell’inquietudine”, ha richiamato fedeli e cittadini in un momento di ascolto e confronto che ha preso le mosse da una delle pagine più celebri dei Promessi Sposi. Non una scelta casuale, soprattutto in una città profondamente legata alla figura di Alessandro Manzoni, ma un modo per rileggere attraverso la letteratura alcune delle domande che attraversano ancora oggi la vita delle persone e delle comunità.

Ad aprire la serata è stato don Bortolo Uberti, che ha introdotto l’Arcivescovo Mario Delpini. Nel suo saluto iniziale, Delpini ha subito indicato il senso dell’incontro: «Vorrei che ciascuno andasse a casa con un motivo per sperare. Dare una parola che ci aiuti». Un invito che ha fatto da filo conduttore all’intera serata.

A seguire l’attore Fabio Sarti ha accompagnato il pubblico nella lettura della celebre Notte dell’Innominato, il passaggio del romanzo in cui il potente signore tormentato dai propri errori attraversa una lunga notte di angoscia prima di intravedere una possibilità di cambiamento. Proprio questa immagine letteraria rappresenta il punto di partenza della nuova proposta pastorale dell’Arcivescovo, intitolata “Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?”. Come ricordato nei materiali di presentazione del percorso, il simbolo scelto dalla Diocesi è il suono delle campane che raggiunge il castello dell’Innominato interrompendo la sua notte di disperazione e aprendo uno spiraglio verso una prospettiva nuova. La figura dell’Innominato, sconvolto dall’incontro con Lucia e oppresso dal peso del male compiuto, è diventata così una metafora dell’uomo contemporaneo, spesso chiamato a confrontarsi con fragilità, paure e incertezze.

Dopo la lettura si è aperto il dialogo con l’Arcivescovo attraverso le domande poste da alcuni laici presenti. Il primo intervento è stato quello di Virginio Brivio, che ha chiesto quale significato assuma oggi l’espressione «fare con» anziché «fare per», interrogandosi sul valore della corresponsabilità e della costruzione condivisa del bene comune.

Nella sua risposta Delpini ha richiamato il tema della speranza come orizzonte collettivo. «Se sperassimo tutti la stessa speranza», ha osservato, richiamando anche la Ballata della speranza di padre David Maria Turoldo. L’Arcivescovo ha sottolineato come ogni persona sia chiamata a una missione unica e come sia necessario coltivare una mentalità capace di considerare la solidarietà un bene e non un sacrificio. La condivisione di uno stile comune, ha aggiunto, non coincide con un insieme di trattative alla ricerca di compromessi, ma con la capacità di guardare insieme alle sfide del territorio. Ogni domanda che emerge dalla vita delle comunità, infatti, richiede la disponibilità a sperare insieme.

Successivamente è intervenuto Pietro, insegnante impegnato nel lavoro con i giovani, che ha posto una riflessione sul nuovo anno pastorale appena avviato. Come muovere i primi passi? Come collaborare con le diverse realtà cittadine, comprese quelle più lontane dall’esperienza ecclesiale? E ancora: come far sì che le comunità cristiane possano diventare davvero una casa accogliente per chi vive situazioni di difficoltà, disagio o smarrimento, permettendo a queste persone di sentirsi ospitate e di potersi fidare?

Rispondendo, Delpini è tornato nuovamente a Manzoni, richiamando in particolare la figura del cardinal Federigo Borromeo, protagonista del capitolo XXII dei Promessi Sposi. Proprio nell’atteggiamento del cardinale ha individuato una possibile chiave di lettura per il presente: la pratica dell’amabilità. Una disponibilità autentica all’incontro e all’ascolto che può aiutare le comunità, gli oratori e le realtà educative a diventare luoghi capaci di accogliere chi si sente smarrito e di restituire fiducia a chi fatica a trovare il proprio posto.

Il confronto è poi proseguito con gli interventi di altri laici presenti in sala, che hanno allargato la riflessione a ulteriori aspetti della vita delle comunità cristiane e della società contemporanea. Attraverso le diverse domande emerse dal pubblico, Delpini ha approfondito i contenuti della nuova proposta pastorale, soffermandosi sul bisogno di costruire relazioni autentiche, sulla responsabilità condivisa nelle comunità e sulla necessità di offrire punti di riferimento credibili in una realtà segnata da fragilità e incertezze.

Al centro delle varie sollecitazioni è rimasta la ricerca di un significato autentico della gioia e della speranza, temi che attraversano l’intero cammino pastorale inaugurato dalla Diocesi e che trovano nella vicenda dell’Innominato una delle immagini più efficaci per raccontare la possibilità di una rinascita personale e comunitaria.

La serata si è conclusa con un momento di preghiera condivisa, suggellando un appuntamento che ha voluto essere prima di tutto un’occasione di ascolto. Un invito a fermarsi, a guardare oltre il rumore quotidiano e a confrontarsi con quelle domande essenziali che attraversano ogni epoca. Domande che, a distanza di quasi due secoli dalle pagine manzoniane, continuano a risuonare con sorprendente attualità anche nel cuore della comunità lecchese.