Fiamme Gialle

Inchiesta sulla “banca occulta” delle mafie: 30 arresti e controlli anche a Lecco

False fatture per oltre 110 milioni di euro e trasferimenti all’estero per 68 milioni. Sequestri preventivi per più di 21 milioni di euro nell’operazione della Guardia di Finanza, che ha interessato 26 province italiane.

Inchiesta sulla “banca occulta” delle mafie: 30 arresti e controlli anche a Lecco
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Controlli anche a Lecco nell’ambito della maxioperazione della Guardia di Finanza che ha portato alla scoperta di una presunta “banca occulta” delle mafie a Pero, nel Milanese. Sono 30 le persone destinatarie di misure cautelari: per 16 è stato disposto il carcere, mentre per altre 14 gli arresti domiciliari. L’inchiesta ha inoltre portato all’emissione di un decreto di sequestro preventivo d’urgenza per oltre 21 milioni di euro.

L’operazione, condotta dai Comandi provinciali delle Fiamme Gialle di Milano e Monza Brianza, ha coinvolto complessivamente 26 province italiane, tra cui quella lecchese, con l’impiego di oltre 350 militari. Le perquisizioni sono finalizzate anche al recupero di denaro contante, disponibilità sui conti correnti, criptovalute, automobili, imbarcazioni, gioielli, orologi di lusso e macchinette conta soldi.

L’attività investigativa, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Milano e sviluppata con il supporto della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, ha visto la collaborazione del Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata e del Nucleo speciale repressione frodi tecnologiche della Guardia di Finanza. Per l’esecuzione dei provvedimenti all’estero sono state coinvolte anche le autorità spagnole e svizzere: due persone sono state arrestate in Spagna, mentre per un indagato in Svizzera è prevista l’esecuzione di una rogatoria internazionale.

La presunta banca clandestina dietro un autonoleggio

Al centro dell’indagine c’è un’organizzazione criminale che, secondo la ricostruzione degli investigatori, avrebbe gestito a Pero un vero e proprio sistema finanziario clandestino, nascosto dietro la facciata di una società di autonoleggio. La struttura avrebbe movimentato milioni di euro provenienti da attività illecite, tra cui evasione fiscale, traffico di droga e truffe online.

L’inchiesta, condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Milano con il contributo del Gruppo di Monza, ha consentito di ricostruire un’associazione per delinquere che avrebbe operato nel riciclaggio internazionale, nelle frodi fiscali, nei reati fallimentari, nel traffico di stupefacenti e nei reati legati alle armi.

Secondo gli inquirenti, il gruppo sarebbe stato guidato da tre italiani ritenuti vicini a organizzazioni mafiose: due indicati come referenti di cosche della ’ndrangheta crotonese, già condannati in via definitiva nell’ambito delle inchieste “Infinito” e “Aemilia”, e un soggetto ritenuto organico al clan dei Casalesi. L’organizzazione avrebbe inoltre potuto contare sulla collaborazione di complici cinesi e albanesi, dando vita a una rete finanziaria con ramificazioni internazionali.

Fatture false e restituzione del denaro in contanti

Il sistema si sarebbe basato sull’emissione di fatture per operazioni inesistenti attraverso una rete di società cartiere, aziende formalmente esistenti ma intestate a prestanome e prive di una reale attività economica. Le imprese compiacenti, operanti soprattutto nei settori dell’edilizia, della logistica e dei servizi, avrebbero utilizzato quelle fatture per ridurre il reddito imponibile.

Dopo il pagamento tramite bonifico delle fatture false, il denaro sarebbe stato restituito in contanti agli imprenditori, attraverso corrieri, trattenendo una commissione compresa tra il 2% e il 5%. Le somme provenivano, secondo l’ipotesi investigativa, sia da illeciti fiscali sia dal narcotraffico.

Le società cartiere, prevalentemente con sedi fittizie in Lombardia e Campania, sarebbero state destinate al fallimento dopo un determinato periodo, per essere poi sostituite da nuove imprese create appositamente per proseguire il meccanismo.

Il riciclaggio attraverso criptovalute e conti esteri

L’indagine ha ricostruito quattro fasi operative. La prima riguardava la raccolta del contante: due cittadini cinesi avrebbero reperito denaro, in prevalenza legato a illeciti tributari, mentre un soggetto di origine calabrese avrebbe consegnato in più occasioni, anche attraverso propri intermediari, oltre 5 milioni di euro provenienti dal traffico di stupefacenti.

In cambio, ai fornitori di denaro sarebbero state riconosciute somme equivalenti in criptovalute oppure effettuati bonifici verso conti in Asia, Canada e Sud America.

La seconda fase consisteva nell’emissione delle fatture false da parte delle società cartiere. La terza prevedeva la restituzione in contanti delle somme versate dalle imprese utilizzatrici delle fatture, al netto delle commissioni per il servizio illecito.

Infine, il denaro transitato sui conti delle società sarebbe stato trasferito verso conti correnti esteri in Lussemburgo, Lituania e Germania, per poi essere convertito in criptovalute e inviato a portafogli digitali riconducibili, secondo gli investigatori, all’associazione criminale.

Lo stesso circuito sarebbe stato impiegato per riciclare i proventi di truffe online basate sul phishing. Le indagini finanziarie avrebbero individuato sui conti delle società cartiere numerosi bonifici effettuati da persone che avevano denunciato di essere state raggirate mentre cercavano di investire in criptovalute.

Oltre 110 milioni di false fatturazioni

Al termine degli accertamenti sono state ricostruite fatture per operazioni inesistenti per oltre 110 milioni di euro, mentre i trasferimenti di denaro verso l’estero ammonterebbero a circa 68 milioni.

Tra le aggravanti contestate all’associazione figurerebbe la finalità di agevolare organizzazioni mafiose, tra cui la ’ndrangheta e la Società Foggiana, conosciuta anche come “Quarta Mafia”. Parte dei proventi illeciti sarebbe stata destinata al sostegno di esponenti della ’ndrangheta detenuti, attraverso una sorta di fondo di solidarietà mafioso. Contestata anche la presunta fornitura di armi e veicoli a persone vicine alla Società Foggiana.

Gli investigatori ipotizzano inoltre il ricorso al metodo mafioso, attraverso minacce sistematiche e una forma di protezione garantita alle attività illecite sul territorio di Pero, anche grazie alla disponibilità di armi e munizioni utilizzabili per tutelare i carichi di denaro e stupefacenti.

Le presunte fughe di notizie

L’inchiesta avrebbe fatto emergere anche episodi di infedeltà e corruzione. Tra le persone segnalate figurerebbe un dipendente del Tribunale di Milano che, con la complicità di un avvocato, avrebbe effettuato accessi abusivi ai sistemi informatici per informare i vertici del gruppo sugli sviluppi delle indagini.

Coinvolto anche un ex appartenente alla Guardia di Finanza, non più in servizio, accusato di aver ricevuto denaro da un indagato cinese in cambio di informazioni riservate e della promessa di agevolazioni relative a cartelle esattoriali.