Lecco è tra le province coinvolte nell’operazione della Guardia di Finanza che ha smantellato un presunto sistema di truffe legate al mining di criptovalute. L’indagine, coordinata dalla Procura distrettuale di Trento, ha portato all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di cinque persone e al sequestro preventivo, anche per equivalente, di oltre 877mila euro nei confronti di due indagati. L’importo sarebbe riconducibile ai profitti illeciti contestati.
L’intervento ha interessato, oltre al territorio lecchese, le province di Cremona, Mantova, Milano, Monza Brianza, Pavia, Trento, Treviso e Vicenza, con attività investigative svolte anche in Belgio. I finanzieri hanno inoltre effettuato perquisizioni e acquisizioni documentali in Trentino-Alto Adige, Lombardia e Veneto.
L’inchiesta è stata condotta dal G.I.C.O. del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Trento, con il supporto dello S.C.I.C.O., del Nucleo speciale repressione frodi tecnologiche e di numerosi reparti territoriali del Corpo. L’attività di cooperazione giudiziaria internazionale è stata assicurata da Eurojust. Gli accertamenti sono iniziati nell’aprile 2024.
Truffa sulle criptovalute, operazione anche a Lecco: sequestrati oltre 877mila euro
Al centro dell’indagine c’è «Hashburst», un progetto che, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe utilizzato il richiamo dell’intelligenza artificiale e delle criptovalute per attirare investitori, proponendo un’attività di mining presentata come innovativa e a basso impatto ambientale.
Il sistema sarebbe stato promosso attraverso incontri organizzati in alberghi del Trentino, campagne sui social network e una rete di contatti riconducibile anche a un consulente finanziario locale. Alcuni degli indagati si sarebbero presentati come esperti informatici e responsabili di un progetto tecnologico all’avanguardia, proponendo l’acquisto di dispositivi elettronici destinati, nelle intenzioni dichiarate, all’estrazione di valute digitali.
Per ciascun apparecchio venivano richiesti investimenti compresi tra 4mila e 30mila euro. In cambio, agli acquirenti sarebbero stati prospettati rendimenti particolarmente elevati, quantificati in 0,8-1 Bitcoin al mese oppure all’anno, da ricavare attraverso il mining di criptovalute come Bitcoin, Ethereum, Dogecoin e Litecoin.
A garanzia degli investimenti sarebbero state presentate anche lettere di patronage emesse da una società estera, che secondo gli investigatori sarebbero state prive di effettivo valore.
Computer assemblati e guadagni soltanto apparenti
Gli accertamenti avrebbero fatto emergere una realtà ben diversa da quella prospettata ai clienti. I dispositivi venduti, anziché essere apparecchiature tecnologiche particolarmente avanzate, sarebbero stati semplici personal computer assemblati, dotati di una capacità di calcolo insufficiente per svolgere le attività di mining promesse.
Anche i siti internet e le applicazioni messi a disposizione degli investitori per controllare i presunti rendimenti sarebbero stati ingannevoli, mostrando guadagni che non corrispondevano a effettivi proventi dell’attività dichiarata.
Quando i risparmiatori chiedevano spiegazioni per il mancato pagamento dei rendimenti promessi, gli indagati avrebbero trasferito loro piccoli importi, nell’ordine di alcune decine di euro, presentandoli come ricompense. I ritardi e l’assenza dei guadagni sarebbero stati giustificati facendo riferimento a cambiamenti nella composizione delle società coinvolte oppure a problemi tecnici.
I soldi trasferiti all’estero
Un ulteriore elemento emerso dalle indagini riguarda la struttura finanziaria attraverso cui sarebbero transitati i pagamenti. Secondo la ricostruzione investigativa, gli incassi derivanti dalle vendite venivano fatturati da due società di diritto inglese riconducibili ai presunti responsabili, mentre il denaro versato dalle vittime confluiva su conti correnti esteri, soprattutto presso istituti bancari con sede in Belgio. Una rete che, secondo gli inquirenti, avrebbe reso più difficile ricostruire i movimenti delle somme.
Il danno economico documentato attraverso le querele raccolte ammonta a circa 877mila euro. La stima relativa al solo Trentino-Alto Adige, riferita al cosiddetto «cluster di Trento», arriverebbe però a circa 5 milioni di euro. Gli investigatori ritengono inoltre che lo schema possa essere stato riproposto in altre regioni italiane, coinvolgendo risparmiatori, imprenditori, pensionati e liberi professionisti.
Tra gli indagati una figura già coinvolta in altre inchieste
Tra i soggetti individuati dagli investigatori figurerebbe anche un uomo originario della Lombardia, residente in Svizzera e gravato da numerosi precedenti in materia economico-finanziaria. In passato, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sarebbe stato vicino ad ambienti criminali riconducibili alla ’ndrangheta.
Lo stesso soggetto era già stato raggiunto nel giugno 2023 da una misura cautelare personale nell’ambito di un’altra vicenda, relativa a presunte frodi e all’indebita percezione di finanziamenti collegati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).
L’inchiesta sul progetto Hashburst punta ora a ricostruire l’intera rete dei presunti responsabili e i flussi di denaro, anche oltre i confini nazionali. Le contestazioni dovranno essere verificate nelle successive fasi giudiziarie, nel rispetto della presunzione di innocenza degli indagati.