«Io l’alba la vedo prima di tutti gli altri». Non c’è purtroppo nulla di romantico o suggestivo nelle parole di Luca Cogo, 57 anni. Perché quell’alba, Luca, la vede ogni mattina dalla sua macchina, che da mesi è diventata la sua casa.
È lì che dorme, lì che torna quando la giornata finisce, lì che cerca di difendersi da una vita che, in pochi anni, gli è completamente sfuggita di mano. La sua storia è quella di uno degli «invisibili», persone che vivono ai margini e che spesso incontriamo senza accorgercene. Ma è anche la storia di quanto possa essere sottile il confine tra una vita che tutti consideriamo «normale» e la strada. Un confine che può essere attraversato molto più facilmente di quanto si immagini, anche in una città come Lecco, ricca e benestante.
Luca è originario di Como e a Lecco è arrivato nel 2001, dopo il matrimonio. Poi la separazione, il divorzio, il lavoro che viene meno così come, progressivamente, vengono meno tutte le certezze che sembravano indistruttibili. Ora Luca vive dentro una utilitaria di 30 anni fa (per altro ora rotta) parcheggiata in via Montegrappa, davanti al civico 41, uno dei palazzoni del «Villaggio di Germanedo» dove una volta aveva il suo appartamento. La vede ancora la sua casa, ma da fuori, attraverso i finestrini della sua auto.
«Io l’alba la vedo prima di tutti». Luca e la vita ai margini in auto
«Sono arrivato a Lecco per amore e ci son rimasto nonostante tutto» racconta con pacatezza e dignità. Una dignità che si vede anche nell’aspetto curato, nella pulizia «perchè non voglio che nessuno mi dia del barbone…». Una dignità che si percepisce nel suo desiderio di rifarsi una vita. «Dopo la separazione da mia moglie ho vissuto per anni a Garlate e poi sono tornato a Lecco, proprio qui in via Montegrappa. Facevo il pendolare, perchè lavoravo in una azienda tessile comasca. Per 18 anni sono andato avanti e indietro. Non mi pesava. Anche dopo la fine del matrimonio comunque avevo la mia vita, pagavo le mie spese, le bollette, l’affitto e riuscivo persino a mettere da parte qualcosa».
Poi, nel 2020, qualcosa si rompe. «Ho lasciato la mia occupazione per motivi personali. Da quel momento in poi mi sono rivolto ad agenzie del lavoro, al centro per l’impiego, ma l’età è uno scoglio».
Solo lavoretti saltuari e non regolari per Luca. Nessuna stabilità e i risparmi che di mese in mese vengono inesorabilmente erosi. Ed è forse proprio qui che si trova uno dei passaggi più dolorosi della sua storia: non c’è un singolo momento nel quale Luca diventa un senzatetto. C’è piuttosto una lenta discesa, fatta di porte che si chiudono, lavori che non arrivano, risparmi che diminuiscono e spese che continuano a correre.
«Fino a febbraio 2025 ho pagato affitto e bollette e poi non è stato più possibile. Non sono un “cattivo pagatore”, quando non ce l’ho più fatta me ne sono andato». La prima soluzione è stata l’auto (quella dove vive tuttora), poi Luca è stato ospitato dalla Caritas di Lecco fino a gennaio di quest’anno. Quando i termini per l’accoglienza sono scaduti e per lui si sono riaperte le porte, anzi le portiere della vettura. La macchina non è soltanto il luogo dove dorme. È il punto dal quale Luca organizza ogni giornata, cercando di mantenere una routine e soprattutto una dignità. Due volte alla settimana fa la doccia alla Caritas. Negli altri giorni utilizza il bagno del cimitero di Castello. I vestiti li lava alla Caritas oppure, quando riesce ad avere qualche spiccio in tasca, in lavanderia. Cammina molto. Va spesso in biblioteca. Cerca luoghi dove poter stare, leggere, trascorrere qualche ora al riparo e continuare, per quanto possibile, a vivere una quotidianità.
«A mezzogiorno mangio alla Caritas mentre alla sera, da lunedì a giovedì passano i City Angels a portarmi del cibo, venerdì lo fanno i volontari della Croce di Malta. Sabato e domenica… ci si arrangia». Una geografia della sopravvivenza che si snoda per Lecco, tra associazioni, volontari e persone che, spesso nel silenzio, cercano di non lasciare solo chi è caduto.
C’è però un luogo dove Luca racconta di aver trovato qualcosa che va oltre l’aiuto materiale: Germanedo. «Il mio grazie enorme va alla gente del rione. Mi hanno dato cibo, vestiti, anche dei soldi che spero di restituire perché li considero un prestito, non un dono. Tutto con il passaparola: la gente di questo quartiere popolare fa quello che può senza farlo pesare. Un grande grazie va anche al signor Pier che mi porta la brioche e ad Angelo Sandionigi di Valmadrera per il supporto morale ed economico, sostenendomi in un periodo difficile».
Piccoli gesti che, messi insieme, diventano una rete. Un pasto, un paio di pantaloni, qualche euro, una parola. Persino quando passano le forze dell’ordine, racconta Luca, non si sente soltanto controllato. «Ormai non mi chiedono più i documenti, ma mi chiedono se ho bisogno di qualcosa». Sono gesti che restituiscono, almeno per un momento, qualcosa che la strada tende a togliere: la sensazione di essere visto.
Oggi Luca ha trovato un lavoretto. Un contatto a chiamata con un’impresa di pompe funebri nel Casatese. È una possibilità, un appiglio, ma ancora non basta. «Lo stipendio che prendo non è sufficiente per pagare l’affitto. Mi serve un secondo lavoro». Perché Luca non chiede di essere mantenuto. Chiede una possibilità. «Io vorrei avere un’opportunità per riavere una vita normale con le mie forze». Sono parole che raccontano molto più di una richiesta di aiuto. Raccontano la volontà di tornare a essere autonomo, di lavorare, di sentirsi nuovamente parte della società.
«Non ho un diploma, ma ho gran voglia di lavorare, di rendermi utile per me e per la società. La mia storia dimostra quanto sia facile finire in strada. Io non ci ho mai pensato, avevo un lavoro, pagavo tutto e riuscivo anche ad accantonare soldi. Poi tutto è crollato: lavoro, casa, catena inesorabile». Una frase che dovrebbe far riflettere. Perché dietro il fenomeno delle persone senza dimora non ci sono soltanto storie di marginalità di lunga data. Ci sono anche persone che fino a pochi anni prima avevano un lavoro, una casa, una famiglia, un conto in banca e una vita apparentemente stabile. E quando manca una rete abbastanza forte da fermare la caduta, la spirale può diventare rapidissima.
Luca oggi si considera comunque fortunato. «Conosco due uomini della mia età che vivono in ospedale e io mi sento un privilegiato perché ho la macchina».
Lo dice senza ironia. La sua macchina, per quanto possa sembrare paradossale, rappresenta ancora un tetto, una porta che può chiudere, uno spazio che sente suo. Ma non vuole che quella macchina diventi il suo destino. Chiunque volesse dare a Luca una possibilità può contattarlo al numero 366. 3048334.

