Il Lario è sempre più in sofferenza. Del volume di invaso disponibile resta ormai appena il 6% e il livello del lago è sceso al minimo stagionale tra quelli registrati negli ultimi 80 anni. È il quadro tracciato da Legambiente Lombardia, che lancia un nuovo allarme sulla crisi idrica destinata a mettere in difficoltà l’agricoltura lombarda proprio nel pieno dell’estate.
Un’emergenza confermata anche da Regione Lombardia. Proprio ieri, giovedì 30 luglio, intervenendo a Lecco durante il tavolo dedicato alla gestione del territorio e delle risorse naturali, l’assessore regionale all’Agricoltura, Sovranità alimentare e Foreste, Alessandro Beduschi, aveva descritto la situazione del Lario con parole che trovano pieno riscontro nei dati diffusi oggi da Legambiente: «Anche il Lario sta vivendo una situazione difficile: siamo circa 30 centimetri sotto il livello di riferimento». L’assessore aveva inoltre lanciato un monito sulle prospettive delle prossime settimane: «Siamo arrivati con fatica a garantire il primo raccolto. Ora l’acqua è davvero poca e la nostra proiezione è arrivare ai primi giorni di agosto, dopodiché entreremo in una fase di criticità severa, con una disponibilità probabilmente insufficiente per il mondo agricolo».
Lario ai minimi storici: resta solo il 6% della riserva, allarme per l’agricoltura e l’irrigazione
Secondo Legambiente Lombardia, i grandi laghi della regione, dalla cui regolazione dipende la disponibilità di acqua per l’irrigazione dei campi nei mesi estivi, hanno ormai esaurito le proprie riserve. Con livelli vicinissimi al limite minimo di regolazione, la quantità d’acqua che possono rilasciare corrisponde sostanzialmente a quella che ricevono dagli immissari. In assenza di precipitazioni, questi apporti derivano ormai quasi esclusivamente dalle acque di fusione dei ghiacciai alpini, anch’essi sempre più in sofferenza.
L’unico bacino che mantiene ancora una situazione relativamente favorevole è il Lago di Garda, che conserva oltre la metà del proprio volume di invaso. Per il resto la situazione è critica: il Lago Maggiore e il Lago di Como dispongono ormai soltanto del 6% della loro riserva, il Lago d’Iseo è fermo al 10% e continua a diminuire, mentre il Lago d’Idro è sceso sotto il 5%.
Anche le portate rilasciate dagli emissari sono ormai circa la metà rispetto ai valori stagionali. Il quadro peggiore riguarda il Lago Maggiore, che rilascia appena 70 metri cubi al secondo contro una media stagionale superiore di oltre quattro volte, con pesanti conseguenze per le risaie lombarde e piemontesi. Il Lario, intanto, ha raggiunto il livello minimo stagionale tra quelli registrati negli ultimi ottant’anni.
L’associazione riconosce comunque che Regione Lombardia e gli enti irrigui hanno gestito nel migliore dei modi le limitate risorse disponibili. Già dal mese di marzo, infatti, la scarsità di neve sulle montagne lasciava presagire un’estate particolarmente difficile. Il tavolo regionale per la gestione della crisi idrica ha adottato tutte le misure possibili, ma il deficit accumulato si è rivelato troppo elevato.
Il 2026 è infatti la seconda annata meno piovosa dell’ultimo decennio, preceduta soltanto dalla siccità record del 2022. Da inizio anno è mancato circa un quarto delle precipitazioni attese sui bacini montani e nei grandi laghi sono entrati circa 4 miliardi di metri cubi d’acqua in meno rispetto agli oltre 10 miliardi normalmente disponibili in questo periodo. Nemmeno il contributo dei bacini idroelettrici, anch’essi poco pieni, è sufficiente a colmare un deficit di tali dimensioni.
Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia, invita quindi a cambiare approccio: «La crisi climatica presenta il conto del troppo poco che si è fatto per evitarla fino ad oggi. Dobbiamo ormai fare fronte ad un riscaldamento irreversibile del clima, i cui segnali sono inequivocabili. Se in generale bisogna moltiplicare gli sforzi per abbandonare per sempre la dipendenza da fonti energetiche fossili, nella pianura padana ciò significa anche ripensare l’agricoltura, modificando il paesaggio produttivo per renderlo idoneo al nuovo scenario di temperature e precipitazioni. Non serve solo dirlo, come sta finalmente iniziando a succedere anche in ambienti istituzionali, ma bisogna iniziare a farlo. Serve cioè una efficace strategia di adattamento per le coltivazioni che ne riduca la dipendenza dalle ormai scarse disponibilità idriche estive, modificando il paesaggio produttivo ed abbracciando la transizione agroecologica, anche per ridurre gli impatti che l’agricoltura intensiva determina su ambiente, qualità dell’aria e sul clima stesso».