un traguardo speciale

Calolzio: Enrica Bolis spegne 100 candeline

In occasione del suo compleanno, l'assessore ai Servizi sociali Tina Balossi ha incontrato la signora Enrica alla Rsa "Madonna della Fiducia", dove la centenaria risiede insieme al marito

Calolzio: Enrica Bolis spegne 100 candeline

100 anni per la calolziese Enrica Bolis. In occasione del suo compleanno, l’assessore ai Servizi sociali Tina Balossi ha incontrato la signora Enrica alla Rsa “Madonna della Fiducia”, dove la centenaria ha condiviso con lei aneddoti e ricordi della sua lunga vita. Da un anno infatti Enrica risiede all’Istituto, dove si trova bene con gli ospiti e il personale anche grazie alla sua natura educata e gentile. Accanto a lei c’è il marito che “colora” i suoi ricordi.

Calolzio: Enrica Bolis spegne 100 candeline

Nonna Enrica è nata a Calolzio l’8 luglio del 1926, era la terza di cinque figli. Il fratello maggiore è morto da piccolino in seguito ad un’epidemia, poi c’erano Lina, Franca (che diventerà suora col nome di Suor Pierina) e Anna, che gestiva il negozio di tessuti del marito Frigerio in piazza Regazzoni; il loro soprannome era “I Culeart”.

Così ricorda Enrica: “Mi dovevano chiamare Giovanna, ma questo nome in dialetto non era tanto bello, quindi mi hanno dato il nome di Enrica”. Il papà Pietro era “maestro del legno” nella scuola di avviamento e insegnava in un’aula al piano interrato del comune, mentre la mamma Agnese si occupava della famiglia e della casa.

“Abitavo in via S. Antonio – continua – e la mia casa non aveva il riscaldamento. Le finestre della mia camera d’inverno per il gran freddo si ricoprivano di ghiaccio. Il papà per renderla più calda aveva messo il pavimento di legno e alla sera passava nella nostra cameretta a rimboccarci le coperte…”. Si emoziona pensando ai suoi genitori e con le lacrime agli occhi aggiunge: “Erano d’oro, ci volevano tanto bene e anche se non c’era tanta roba si viveva meglio”.

E in quella stessa casa, ha visto nascere e crescere suo figlio Giampietro fino al trasferimento con il marito nella Rsa. “Amo la mia casa – confida con un tono un po’ malinconico – era bella, dietro c’era l’orto e davanti i gerani che dal terrazzo scendevano verso la strada. Dopo sposata Renzo l’ha ristrutturata, ha messo il riscaldamento e l’acqua calda. Sempre nella casa paterna è rimasta la mamma Agnese, che abbiamo accudito fino alla fine”.

I suoi occhi azzurri si illuminano quando mi racconta della sua gioventù: la scuola, il lavoro, le camminate, le amiche, i viaggi… Ricorda: “Ho frequentato la scuola a Calolzio, nella sede del comune, fino alla quinta elementare. Ho perso un anno a causa di un’infezione dovuta ad un vaccino al braccio. Ho sofferto tantissimo, per curarmi mettevo su ‘le pezze’ “. “Una volta non c’era niente”, ricorda, e ringrazia ancora il dottor  Galanti per le cure prestate. Da quella volta non si è più ammalata.

“Il maestro Tambella – racconta – mi chiamava ‘dormigliona’, perché ero sempre l’ultima ad arrivare a scuola. Noi invece lo chiamavano ‘il tuaia’, che significa tovaglia, perché come giudice conciliatore, doveva coprire un po’ di qua e un po’ di là, proprio come una tovaglia”.

“Ho iniziato presto a lavorare – prosegue il suo racconto – sono sempre stata alla Ditta Rosa ‘I Curunì’ in piazza V. Veneto e sono rimasta a casa alla nascita di mio figlio Giampietro. Lavoravo nella loro fabbrica e cucivo con una macchina apposita le selle delle biciclette e delle moto. La mia compagna di lavoro Adelaide ora è qui con me alla Rsa nello stesso reparto. Prima di andare al lavoro, si iniziava alle 8, una volta alla settimana, solitamente il venerdì, andavo con altre ragazze a Somasca e per devozione salivamo la Scala santa. Sempre di venerdì, all’uscita dal lavoro, si andava alla chiesina di Lourdes a recitare la Via Crucis, che sapevo tutta a memoria. I quadri della Via Crucis che sono esposti lungo le pareti erano stati donati dallo zio Francesco”.

“Mi piaceva molto camminare – aggiunge – A maggio si partiva da Calolzio in compagnia andavamo a piedi in Valcava a raccogliere i narcisi. Mi sembra di sentire ancora il loro profumo, vedo i prati verdi pieni di narcisi e le persone che con un bastone sulle spalle li tenevano infilati a mazzi”.

Le amicizie hanno lasciato in nonna Enrica una profonda traccia come lei stessa ricorda: “La mia amica Adele Papini abitava vicino a me. Da piccola andavo da lei a giocare con suo fratello Tranquillo. Non avevamo giocattoli, usavamo tirare i bottoni e vinceva chi li lanciava più vicino al muro. Ricordo che avevamo una bambola, bella, grande ed era per tutte noi quattro sorelle. Da ragazza, con Adele, la domenica mattina, andavamo a raccogliere gli stracci, li mettevano su un carretto trainato da un asino e guidato da un ragazzo. Gli stracci li portavamo dallo straccivendolo al Pascolo e i soldi ricavati li davamo alla signora Iole, che dava tanto impegno per le missioni. Era un lavoro gratificante perché sapevamo di fare qualcosa di buono per gli altri”. Sempre con le amiche nonna Enrica è andata a Lourdes, a Fatima e Medjugorje e al mare in vacanza.

E nonna Enrica non ha certo dimenticato i momenti tristi e difficili che hanno attraversato Calolzio durante gli anni della guerra… “Mi ricordo ancora quando hanno portato via l’arciprete don Achille Bolis e rivedo distintamente nella mia mente i due militari tedeschi sulle scale all’ingresso della casa dei Rosa dove lavoravo”. E continua: “E’ stata tolta anche la campana dal campanile, quella più pesante, ‘il campanone’ di ventotto quintali, perché bisognava dare una quantità di metallo per la produzione di armamenti. Che tristezza! La gente diceva: ‘Campana a tèra fa pèrt la guèra’ “.

Poi è arrivato Renzo, il giovanotto che dal bar Milano la vedeva passare a testa bassa per andare al lavoro. “Una donna tutta casa, chiesa, e lavoro”, diceva. Anche lui ora è ospite alla Rsa e, a tratti, partecipa alla nostra chiacchierata ricordando con la moglie alcuni fatti della loro vita di gioventù…

“Ho conosciuto Enrica al mare, a Grado, dove condividevamo lo stesso albergo – precisa Renzo, poi continua –  Una sera nell’albergo Enrica e la sua amica erano in camera a recitare il rosario, io nell’attiguo bagno, perché ce n’era uno solo per tutto il corridoio, ho dato dei pugni nel muro. Il mattino seguente Enrica e la sua amica volevano andarsene dall’albergo perché spaventate da quei rumori, pensavano che fossero i fantasmi! A quel punto ho dovuto confessare che ero stato io”.

“Da fidanzati andavamo al cinema all’oratorio” e, con un mezzo sorriso, dice: “Allora chi era iscritto nell’Azione Cattolica non poteva andare al cinema perché si pensava fosse indecoroso, tanto meno andare a divertirsi al lago. Io il lido del Pascolo l’ho visto solo dopo sposata”.

Poi la coppia ha dato vita ad un simpatico battibecco, ricordando il loro fidanzamento. “S. Gerolamo ha scelto per me”, dice Renzo, e racconta che a quei tempi lui aveva simpatie per alcune ragazze e non sapeva quale scegliere… A questo punto nonna Enrica precisa: “Renzo era un bravo ragazzo lavoratore, dispettoso e furbetto, con un bel caratterino…”. Ma anche Enrica ha sempre avuto un carattere forte e deciso. Beh, alla fine, Renzo senza indugio ha scelto Enrica e con lei ha trascorso fino ad oggi 67 anni di vita insieme. Anche qui alla Rsa Enrica e Renzo si fanno compagnia.

Si sono sposati a maggio del 1959 nella chiesa arcipresbiterale di Calolzio. Era una bella giornata di sole e lei aveva un bellissimo vestito bianco. “Mi ha accompagnata all’altare lo zio Francesco, purtroppo il caro papà ci aveva lasciate che era ancora giovane”, ricorda Enrica: gli anni della malattia del papà sono stati per lei gli anni più tristi. In viaggio di nozze sono andati in treno a Roma, dove hanno potuto visitare la città accompagnati da alcuni conoscenti che abitavano proprio lì.

“Enrica – racconta l’assessore Balossi – ad ogni compleanno mi ha sempre detto: ‘Il Signore non mi vuole, non credevo di arrivare a questa età … e pensare che ho già il posto al cimitero, e bello anche!’.  La fede è sempre stata un pilastro nella sua vita. La preghiera ancora oggi le è di conforto e l’aiuta ad affrontare con serenità ogni giorno”.

Il lungo percorso di nonna Enrica è ricco di saggezza, di preziosi ricordi e di tanto amore verso la sua famiglia. “Ho un figlio e una nuora d’oro – sottolinea riconoscente – loro mi sono sempre vicini. E’ sempre stato un bravo figlio anche da piccolo e ora ancora di più. Tutti i giorni viene a trovarci e per me e mio marito la sua presenza è un momento di vera gioia, anche perché ci aggiorna sulle vicende dei miei due nipoti e pronipoti”.

“Auguri nonna Enrica, ti siamo grati per aver condiviso con noi il tuo lungo cammino e, insieme all’Amministrazione comunale e a tutti i cittadini, ti auguriamo di festeggiare questo splendido traguardo con le persone che ti vogliono bene”, conclude l’assessore Balossi.