Disumanizzare le persone, perché così è più facile condannarle: questo accadeva a Moria, il più grande campo profughi in Europa, situato nell’isola greca di Lesbo, devastato da un incendio nel settembre del 2020. Un luogo dove la speranza di un futuro migliore, i sogni e i progetti di vita dei rifugiati che vi hanno messo piede scivolavano nell’oblio, lasciando il posto alla desolazione e alla rabbia. Una realtà ai confini dell’immaginabile, dove la vita scorreva lenta sempre uguale a se stessa, sopra cumuli di rifiuti; dove la notte non si usciva dalla propria tenda nemmeno per andare in bagno, tanta era la paura di subire furti, violenze o stupri; dove per avere accesso ad acqua e cibo bisognava fare lunghe file all’alba; dove i servizi igienici versavano in condizioni indescrivibili. Dove la parola “umanità” non era pervenuta.

“The Ashes of Moria”: in tanti a Valmadrera per la proiezione del docufilm sul campo profughi di Lesbo
“Tanti descrivono i rifugiati come violenti: provate voi europei a passare due mesi in un campo come Moria”, è la provocazione lanciata da uno dei ragazzi che ha vissuto come rifugiato nel campo profughi intervistato dal regista Davide Marchesi, autore del docufilm “The Ashes of Moria”, prodotto da ColoreFilm e distribuito in Italia da Altreconomia, proiettato ieri sera, venerdì 24 aprile, al centro culturale Fatebenefratelli di Valmadrera, di fronte ad un numeroso pubblico (oltre un centinaio i presenti) nel corso di un incontro promosso da ResQ Valmadrera in collaborazione con Centro Farmaceutico Missionario.

L’incontro, moderato da Flavio Passerini di ResQ Valmadrera, si è aperto con i saluti di Paolo Brivio, referente del sodalizio, che ha spiegato come la realtà valmadrerese sia composta da una dozzina di persone, accomunate dalla volontà di non volersi girare dall’altra parte di fronte alle tragedie che insanguinano il Mediterraneo, rappresentate dall’opera – presente sul palco – dello street artist D.Mace10.

Quello di Valmadrera è uno dei 28 equipaggi di terra di “ResQ – people saving people” che, con le loro attività di sensibilizzazione sul territorio, forniscono sostegno all’omonima nave della Ong che salva le persone migranti – come sottolineato nella serata, infatti, prima di essere “migranti” sono “persone” – in mare nel Mediterraneo.
Presente alla serata anche il presidente nazionale di ResQ, Luciano Scalettari, che ha ripercorso la nascita della Ong, avvenuta a fine 2019, proprio prima del covid; all’inizio era composta da pochissime persone unite da un unico pensiero: non è possibile restare indifferenti di fronte alla tragedia di persone che muoiono in mare. Una questione – ha sottolineato – che non è affatto divisiva e che non riguarda la politica: “Non c’è niente di divisivo nel salvare un uomo in mare”. E’ semplice umanità. Scalettari ha inoltre spiegato che la nave di ResQ, costruita nel ’51, è stata devastata a gennaio dal ciclone Harry: sarà quindi necessario acquistare una nuova nave, più veloce ed efficiente, e per questo la Ong ha più che mai bisogno di donazioni.

Anche il sindaco Cesare Colombo ha presenziato all’evento, ringraziando gli organizzatori “perché ci aiutate a non girarci dall’altra parte: abbiamo bisogno di tornare umani”.

Si è entrati quindi nel vivo della serata, con la proiezione del docufilm di Marchesi che, attraverso la voce di rifugiati, volontari e psicologi che hanno vissuto Moria con i propri occhi, e attraverso immagini che valevano più di mille parole, ha ripercorso la vicenda del campo profughi di Lesbo. Un campo che nel tempo si è allargato sempre più, trattenendo tra i suoi confini quasi 25 mila persone, in un’area inizialmente destinata a 3000.
Moria fu costruito nel 2013 come centro di arrivo, in seguito alla “crisi dei rifugiati, che, però, era in realtà la crisi del sistema di accoglienza”. Fu una di quelle “zone cuscinetto” create in seguito all’accordo tra Unione Europea e Turchia in materia di immigrazione. Poi Moria cresce, diventa “un campo fuori dal campo”, finché, tra il dicembre 2015 e il gennaio 2016, diventa un luogo di residenza semipermanente, dove le persone si ritrovavano senza sapere che ne sarebbe stato di loro e del loro futuro, in attesa di avere un responso alla loro richiesta di asilo. Costrette a vivere sospese in questo limbo, molte di loro sviluppavano disturbi depressivi, ansia, sintomi da stress post traumatico.
“C’erano persone che non lasciavano mai le loro tende – racconta nel docufilm la psicologa clinica Carlotta Passerini, presente alla serata – Persone che risultavano più traumatizzate dalla loro permanenza a Moria che dal loro passato di guerra nei Paesi d’origine; molti bambini erano vittime di episodi di autolesionismo e tanti di loro tentavano il suicidio, qualcosa che per me è impossibile da dimenticare. Per accedere ai servizi psichiatrici di base c’era una lunga lista di attesa”.

Un campo che, secondo l’analisi delle persone intervistate nel docufilm, sembrava proprio fatto apposta come arma di deterrenza politica, per fermare gli arrivi, e che ha del tutto cambiato l’idea dell’Europa che avevano i rifugiati, ma anche gli stessi volontari europei: “Ho capito che l’idea che avevo di un’Europa basata sui diritti umani non era reale”, afferma Passerini nel docufilm. Una donna rifugiata di origine afgana confida di essersi sentita discriminata per il semplice fatto di esistere.
Dopo l’incendio, per due settimane 14 mila persone sono state abbandonate a loro stesse in condizioni disperate, senza accesso ai beni e ai servizi di prima necessità; si pensava ad una svolta, invece è stato costruito un nuovo Centro chiuso ad accesso controllato, in mezzo ai boschi, zona ad alto rischio di incendi – “lontano da tutti, perché quando non vedi i migranti ti dimentichi che esistano” – finanziato con fondi Ue.
Dopo la proiezione, spazio ad un momento di confronto diretto con il regista: “Lesbo è un posto che mi ha sempre dato tanto. Visitare Moria per la prima volta nell’autunno del 2015 è stato un momento della mia vita che ha segnato i successivi 10 anni, il modo in cui guardo all’Unione Europea, al mondo e al fenomeno della migrazione – ha spiegato – Raccontare Moria è molto difficile, ci abbiamo provato in questi 50 minuti di docufilm, un progetto indipendente e autofinanziato, che ne restituisce solo una minima parte. Tutte queste situazioni non sono estemporanee: dietro c’è un intento, come nel campo in Albania che abbiamo costruito noi italiani; la differenza, rispetto a Moria, non è nell’approccio, ma nel livello di privazione della libertà e di violenza, che viene ulteriormente innalzato. Il campo, con la sua brutalità, è solo una parte dell’esperienza di chi arriva, che si trova anche a dover affrontare un iter burocratico-amministrativo infinito, che sembra quasi essere strutturato appositamente per rendere l’accesso impossibile”.

La serata si è conclusa con interventi e domande da parte del pubblico, accomunati da una riflessione: “E’ davvero questa l’Unione Europea in cui crediamo?”.