“La buona novella” di Fabrizio De Andrè al centro dell’incontro dell’Università della terza età – Uni 3 di Valmadrera, tenutosi nel pomeriggio di ieri, mercoledì 18 marzo 2026, al centro culturale Fatebenefratelli, con relatore Gianbattista Magistris.
Uni 3 Valmadrera: Gianbattista Magistris commenta “La buona novella” di Fabrizio De Andrè
L’incontro si è aperto con i saluti di benvenuto ai numerosi presenti da parte dell’assessore ai Servizi sociali Rita Bosisio, responsabile – in collaborazione con lo stesso Magistris – del progetto Uni 3. L’assessore, prima di entrare nel vivo dell’incontro, ha dedicato un pensiero di ricordo e riconoscenza a Paola Crimella, amata volontaria valmadrerese scomparsa nei giorni scorsi, tra le fondatrici dell’associazione valmadrerese “Il tempo di dare”, da oltre 40 anni al fianco dei più fragili, oltre ad aver ricoperto ruoli di responsabilità anche nell’Asvap Lecco, l’associazione che sostiene le famiglie con malati psichici.

Magistris, che nella vita lavorativa ha svolto la professione di elettricista, è una figura di spicco nel panorama culturale valmadrerese. Recentemente è stato autore, insieme a Vincenzo Dell’Oro, di una traduzione dialettale dell’Inferno dantesco, e in passato aveva curato altri volumi dedicati alla città di Valmadrera (come “La Valmadrera segreta”). Appassionato di “Faber”, ha approfondito la sua figura leggendo diversi saggi sulla sua produzione musicale/poetica, oltre che i suoi diari. Tuttavia, durante l’incontro, ha preferito lasciar parlare lo stesso artista, attraverso i brani de “La buona novella”.

De Andrè è stato uno dei poeti/cantautori più amati e influenti della musica italiana nel periodo compreso tra gli anni Sessanta e il 1990, anno della sua scomparsa. Dopo aver descritto brevemente la sua biografia, Magistris ha sottolineato come i protagonisti dei suoi brani fossero molto spesso figure ai margini della società: gli ultimi, le prostitute, i nomadi, gli emarginati, i criminali.
E’ l’inizio degli anni Settanta quando esce il concept album dove sono raccolti i dieci brani che raccontano la famiglia di Nazareth e la vita di Gesù, ispirata quasi totalmente dai vangeli apocrifi, in particolare da quello di Giacomo. Al concerto tenuto al Teatro Brancaccio di Roma nel febbraio del ’78 Faber eseguì solo cinque brani “provocando – ricorda Magistris – nei cosiddetti benpensanti un po’ bigotti una forte irritazione”.
Magistris ha quindi commentato “La buona novella”, che si apre con “Laudate Dominum” (coro e organo); seguono poi dieci brani, a partire da “L’infanzia di Maria”, che racconta la storia della giovane Maria, promessa fin da bambina al tempio, donata a Dio dai genitori in segno di gratitudine per la sua nascita miracolosa. Maria è quindi “emblema della purezza, ma anche vittima della volontà altrui”. “Il brano – spiega Magistris – è costruito con dolcezza e malinconia, i versi sono pieni di simboli religiosi ma trattati in modo intimo e terreno”.
C’è poi “Il ritorno di Giuseppe”, che, rientrato a casa dopo un lungo viaggio di lavoro, trova Maria incinta. “Giuseppe è deluso e confuso, ma infine sceglie l’amore”. Maria è centrale ne “La buona novella”: a lei sono dedicati i brani “Il sogno di Maria”, “Ave Maria” e “Maria nella bottega del falegname”. Segue poi “Via della croce”, dove “De Andrè mette in evidenza la sofferenza, l’ingiustizia e l’ipocrisia della società che condanna un uomo buono e innocente”, in “una riflessione amara sulla violenza, sull’ingiustizia e sull’incapacità dell’uomo di accogliere davvero il messaggio di amore e libertà”. Quindi il brano “Tre madri”, dove Maria e le madri dei due “ladroni” piangono insieme i rispettivi figli; il brano si chiude con le parole di Maria “Non fossi stato figlio di Dio, ti avrei ancora per figlio mio”.

Il nono brano è “Il testamento di Tito”: qui a parlare è uno dei ladroni crocifissi insieme a Gesù, attraverso “una riflessione sulle leggi, sulla morale religiosa e sulle contraddizioni del decalogo”, rivelando quanto “i comandamenti siano stati stravolti dalla società, usati per opprimere i deboli e per giustificare l’arroganza dei potenti”. Infine, l’ultimo brano, “Laudate hominem”, è una critica all’ipocrisia religiosa e sociale: “Una riflessione sulla falsità di una certa religiosità di facciata, che non si traduce in un comportamento veramente cristiano, compassionevole e solidale”.
Magistris ha più volte sottolineato la rara sensibilità di De Andrè e il suo estro poetico, capace di rivalutare in una chiave tutta sua anche il Vangelo, per mostrare il volto più umano e meno divino – e quindi lontano – di Gesù. Non tutti colsero subito la portata rivoluzionaria de “La buona novella”, tanto che lo stesso De Andrè affermò che il disco era stato considerato – in un periodo in cui si era nel pieno della lotta studentesca – anacronistico. “Non avevano capito – spiegava lui stesso nel prologo al concerto al Teatro Brancaccio – che la Buona Novella voleva essere un’allegoria che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e le istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simile, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali”.