10 febbraio

Lecco celebra il Giorno del Ricordo tra memoria, speranza e responsabilità

Memoria storica, valori civili e testimonianze che parlano alle nuove generazioni.

Lecco celebra il Giorno del Ricordo tra memoria, speranza e responsabilità

Tra il silenzio rispettoso e il cielo grigio di questa mattina, martedì 10 febbraio 2026, la comunità di Lecco si è riunita per celebrare il Giorno del Ricordo, un momento che parla di memoria, speranza e orgoglio condiviso. Le celebrazioni si sono svolte eccezionalmente in piazza Cermenati, a causa dei lavori sul lungolago, tra emozioni palpabili e sorrisi sinceri, in un abbraccio simbolico che ha unito generazioni. Il Giorno del Ricordo conserva e celebra la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del nostro confine orientale.

Il momento di raccoglimento ha visto la presenza della presidente della Provincia di Lecco, Alessandra Hofmann, del sindaco di Lecco, Mauro Gattinoni, e del Prefetto di Lecco, Paolo Ponta. In piazza anche il questore Stefania Marrazzo e i rappresentanti di tutte le forze dell’ordine.

Lecco celebra il Giorno del Ricordo tra memoria, speranza e responsabilità

La numero uno di Villa Locatelli, Alessandra Hofmann, ha voluto rendere omaggio a Jadran Savarin, guida storica della delegazione provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, scomparso recentemente, sottolineando che “il suo impegno e la sua tenacia nel mantenere vivo il ricordo di questi eventi rappresentano la sua preziosa eredità che ci ha lasciato e che non dobbiamo disperdere.”

Ha poi ricordato come Provincia, Prefettura e Comune abbiano organizzato la cerimonia per mantenere viva la memoria della persecuzione e dell’esodo del popolo istriano-dalmata, tragedie “per troppo tempo dimenticate dalla storia e considerate, a torto, un episodio minore di una guerra che aveva vissuto tanti drammi.” La presidente ha espresso vicinanza ai familiari delle vittime delle Foibe e agli italiani costretti all’esodo: “Con questo momento istituzionale vogliamo esprimere un sentimento di vicinanza e solidarietà ai familiari delle vittime delle stragi compiute nelle Foibe, insieme al dolore delle popolazioni italiane costrette a scappare e ad abbandonare terra, casa, lavoro, amici e affetti, incalzati dalle bande armate jugoslave.”

Ha ammonito contro l’uso strumentale delle commemorazioni, sottolineando come nel mondo ci siano ancora persecuzioni e violenze: “Le cronache quotidiane ci raccontano che in Italia, in Europa e nel mondo ci sono ancora diversi scenari di persecuzioni e violenze, con regimi totalitari e ideologie che opprimono le minoranze, negando i diritti delle persone.”

Ha poi invitato tutti ad impegnarsi per contrastare violenza, intolleranza e discriminazione e per promuovere la pace, ricordando il ruolo delle istituzioni: “Come istituzioni abbiamo il dovere di promuovere la conoscenza e la consapevolezza riguardo a questi eventi, di sostenere iniziative di ricerca storica, attività educative e manifestazioni commemorative che contribuiscano a diffondere la verità e a preservare la memoria.”

Il Prefetto Paolo Ponta ha ricordato che con la Legge 30 marzo 2004, n. 92 è stato istituito il Giorno del Ricordo per le vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, scegliendo il 10 febbraio in memoria della firma del Trattato di Pace di Parigi del 1947. Ha sottolineato che la legge ha posto fine a una lunga rimozione di questa tragedia, che ha colpito migliaia di persone uccise e centinaia di migliaia costrette all’esilio.

Il dottor Ponta ha evidenziato che “nulla poteva giustificare una violenza cieca, indiscriminata e sistematica”, definendola “una pulizia etnica in piena regola”. Ha richiamato la speranza di riconciliazione simboleggiata da Gorizia e Nova Gorica, Capitale Europea della Cultura 2025, come esempio di superamento dei confini e dei nazionalismi. Ha concluso sottolineando che il Ricordo non era solo commemorazione, ma doveva tradursi in responsabilità e rispetto verso gli altri: “Ricordo significa soprattutto impegno”, impegno al rispetto dell’altro, indipendentemente da origine, lingua, religione o idee.

Ha poi preso la parola il sindaco Mauro Gattinoni, che ha ricordato il significato profondo del Giorno del Ricordo, definendolo un esercizio collettivo di memoria consapevole. Ha ricordato la tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata tra il 1943 e il 1947, ribadendo che la memoria deve riconoscere il dolore delle vittime senza strumentalizzazioni politiche e senza creare nuove divisioni.

Gattinoni ha messo in evidenza come la memoria autentica debba unire e non alimentare rancori, ricordando il ruolo di Lecco come città accogliente, capace di offrire un nuovo inizio agli esuli istriani e dalmati, trasformando lo sradicamento in un percorso di comunità e solidarietà. Ha anche legato il Giorno del Ricordo alla contemporaneità, facendo riferimento a un recente viaggio istituzionale nei territori palestinesi: “Io non posso tacere. Racconto ciò che ho visto coi miei occhi: una popolazione scientificamente vessata nell’agire quotidiano, privata di acqua, cibo, elettricità, casa, terra.”

Ha descritto le difficoltà legate al lavoro, alla dignità e alla libertà, richiamando l’articolo 1 della Costituzione italiana e raccontando situazioni di umiliazione quotidiana che rendono il lavoro stesso un tormento: “Ecco, di che cosa vogliamo fare ricordo? Di popolazioni martoriate! Di genti che per motivi etnici o religiosi sono costrette a fuggire dalle proprie case, costrette nei fatti a lasciare la propria terra, la propria famiglia, abbandonare la propria libertà!”

Il sindaco ha riaffermato l’impegno di Lecco a mantenere uno sguardo lungo, capace di legare passato e presente, verità e responsabilità, per costruire una convivenza fondata su rispetto e pace.

Un momento particolarmente intenso è stato l’omaggio che Mario Stojanovic, collaboratore del Giornale di Lecco e Primalecco, ha fatto del padre:

“Innanzitutto desidero ringraziare per avermi invitato a rendere testimonianza sulla figura di mio padre, Raico, venuto a mancare nel 1972 a causa di una ‘morte bianca’. Mio padre era nato in una città della Serbia, sulle rive del Danubio. All’età di soli vent’anni fu chiamato alle armi e arruolato tra i partigiani del Maresciallo Tito. Durante gli anni della guerra gli venne ordinato, insieme ad altri, di partecipare all’uccisione degli italiani alle Foibe. Egli però si rifiutò di eseguire quell’ordine. A causa di questo rifiuto, insieme a pochi altri, disertò e venne catturato. Fu quindi deportato nel campo di concentramento di Bari e successivamente trasferito nel campo di concentramento di Bergamo, che sorgeva nell’area dell’attuale stadio di calcio dell’Atalanta.

Da lì riuscì a fuggire insieme ad altri cinque uomini. Per ben tre anni rimase nascosto nei boschi sotto Valcava, nel territorio compreso tra i comuni di Torre de’ Busi e Caprino Bergamasco. Mia nonna, avendo scoperto che si trovava in una frazione tra quei due comuni, portava loro cibo e coperte per la notte. In alcune occasioni mio padre scendeva anche nella sua casa e, quando arrivavano i fascisti per cercarlo, lei lo nascondeva nella mangiatoia, coprendolo con il fieno destinato alle mucche. Terminata la guerra, mio padre rimase a vivere nella casa di mia nonna e sposò mia madre. Solo nel 1966 gli fu possibile tornare in Jugoslavia. Io, suo figlio, ottenni la cittadinanza italiana al compimento del mio ventunesimo anno di età, con l’obbligo di firma ogni sei mesi presso l’Ufficio Stranieri della Polizia di Lecco. Ero inoltre in possesso di un libretto di lavoro, che doveva essere firmato dal mio datore di lavoro il giorno precedente. Al di là di tutte queste vicende, il gesto umano più grande compiuto da mio padre rimane il suo rifiuto di andare a uccidere degli innocenti, rifiutando di partecipare alle stragi degli italiani alle Foibe.”

Mario Stojanovic