L'INTERVISTA

La ricetta di Marco Tarabini: «L’Università deve lavorare insieme alle imprese»

Il Prorettore del Campus di Lecco del Politecnico di Milano: «Il Polo Territoriale è una goccia nel mare, lo sforzo di innovazione più grande lo fanno le aziende»

La ricetta di Marco Tarabini: «L’Università deve lavorare insieme alle imprese»

«Il rapporto del Politecnico con le imprese si fonda su un approccio collaborativo. In campi tecnologicamente maturi, non si tratta di portare “l’innovazione dall’esterno”, ma di lavorare insieme ai tecnici aziendali per individuare soluzioni adeguate alle specificità di ciascun contesto. In questo processo, l’esperienza accumulata dai nostri ricercatori in ambiti diversi consente di supportare imprenditori e manager nel prendere decisioni informate e consapevoli».
L’incipit è del nuovo Prorettore del Campus di Lecco del Politecnico di Milano: Marco Tarabini, 47 anni, di Mandello, sposato con due figli, laureato in Ingegneria Meccanica, dottorato in Ingegneria di Sistemi Meccanici, docente di Misure Meccaniche e Termiche, responsabile scientifico del Jrp Matt, di tre laboratori di ricerca e direttore di PoliLINK@Lecco.

Il suo approccio è molto improntato al dialogo, al confronto, allo spirito di servizio. Ed è anche grazie a queste caratteristiche che ha saputo instaurare con il mondo delle imprese un legame forte e di reciproca fiducia.

«I rapporti sono molto buoni, ci fa piacere che un numero sempre maggiore di imprese ci contattino per avviare collaborazioni o per un semplice consiglio. Il Polo è solo una goccia nel mare, il grosso sforzo di innovazione lo fanno le aziende».

Il Campus è una città nella città nella quale “vivono” quasi 1.900 studenti (poco meno del 30% sono stranieri), 170 docenti (in gran parte pendolari provenienti da tutta la Lombardia), 80 tra assegnisti e dottorandi e 40 ricercatori. Oggi possiamo dire che siete parte integrante con la città, la provincia e il sistema economico lecchese…

«Questo legame è stato rafforzato dalla visione strategica della professoressa Manuela Grecchi che ha retto il Campus negli ultimi nove anni: ha saputo coinvolgere tutti, dai bambini agli studenti delle scuole superiori, dalle persone anziane e fragili agli imprenditori, facendo comprendere a tutti che il Polo è un asset strategico di questo territorio e che il Campus è anche un posto bello da frequentare e vivere».

Il Polo Territoriale di Lecco è un’eccellenza in grado di attrarre talenti pure dall’estero. Come ci siete riusciti?

«È un lavoro che nasce da lontano dove il Sistema Lecco, coordinato da UniverLecco e dalla straordinaria visione dell’ingegnere Vico Valassi, ha svolto un ruolo determinante. A Lecco sono arrivati studenti e ricercatori provenienti da 90 Paesi del mondo… Siamo stati capaci di attrarre ricercatori, soprattutto nel campo della riabilitazione, della biomeccanica e del biomedicale grazie alla collaborazione con alcune eccellenze come La Nostra Famiglia di Bosisio Parini, l’Ospedale Valduce di Como, Villa Beretta di Costa Masnaga, la Fondazione Don Gnocchi, l’Inrca di Casatenovo, Ats Brianza e Asst. Poi, certo, ci ha aiutato la capacità di reperire finanziamenti: Regione Lombardia e Fondazione Cariplo hanno sempre garantito un supporto importante in questi campi. Per contro, il legame con le aziende ci ha permesso di fare ricerca soprattutto nei campi della meccanica e della costruzioni, mentre le istituzioni locali hanno garantito finanziato la ricerca nel campo della tutela del territorio. Quello che facciamo Polo deve interessare al territorio e non solo soddisfare l’interesse scientifico del Politecnico».

Cioè?

«Il Polo ha senso se il territorio ha bisogno del Politecnico, se c’è una visione congiunta. Scopo del Politecnico è quello di far crescere un territorio già prospero: in questi primi 160 anni di storia, siamo diventati una tra le migliori università al mondo perché quello che ci circonda – il territorio lecchese e lombardo – è infinitamente produttivo e generoso di idee».

Qual è il ruolo della ricerca oggi?

«A Lecco abbiamo più di venti laboratori, spazi aperti che accolgono ricercatori provenienti da tutto il mondo. La soddisfazione maggiore è quella di vedere che l’organico del Polo è in continua crescita, e sono certo che i nuovi spazi a completamento dell’accordo di programma (oltre 4000 m2 che realizzeremo grazie al supporto di Regione Lombardia e che ospiteranno il Villa Beretta Rehabilitation Research Innovation Institute) ci permetteranno di incrementare ancora questa attività. La speranza è quella di fungere da polo attrattivo per giovani ricercatori in tutti i campi di ricerca del Polo, per difendere la competitività di questa provincia, per creare nuove start up, per aiutare le imprese a evolversi e affrontare nuove sfide perché i competitor di oggi sono molto aggressivi».

Il contesto competitivo globale è sempre più sfidante, con nuovi attori industriali capaci di offrire prodotti tecnologicamente avanzati e con costi più contenuti. In questo scenario, un territorio a forte vocazione manifatturiera come il nostro rischia di essere progressivamente sostituito dal turismo? E come potrebbe evolvere la provincia nei prossimi anni?

«Vent’anni fa la nostra manifattura era leader in tutti i settori, occupava nicchie significative e remunerative, mentre oggi assistiamo a una certa sofferenza. Dobbiamo fare i conti con una logistica complicata, un traffico che penalizza gli spostamenti delle merci, una burocrazia spesso farraginosa e costi dell’energia elevati. Mantenere la leadership nel campo della manifattura è davvero complicato. Oggi il contesto competitivo è profondamente cambiato: sui mercati internazionali si affermano nuovi attori industriali, in particolare asiatici, capaci di proporre prodotti tecnologicamente avanzati e fortemente integrati sul piano del software, con effetti rilevanti anche sulle filiere manifatturiere europee e locali, compresa quella lecchese. Dobbiamo fare uno sforzo tutti insieme per capire oggi dove vogliamo essere fra dieci anni, nella convinzione che il turismo potrà crescere ma non potrà mai sostituire in toto il peso del manifatturiero o riconvertire totalmente una provincia pur bella come la nostra».

La sua ricetta?

«La manifattura dovrà essere sempre più sostenuta dall’intelligenza artificiale e dalla robotica. Il contributo della manodopera non specializzata è destinato a ridursi progressivamente, anche a favore di processi di automazione già oggi diffusi in molte imprese del territorio lecchese. Serviranno investimenti significativi in tecnologia, elettronica avanzata e sistemi robotici collaborativi, che potranno assumere un ruolo rilevante nella sostituzione dei lavori più usuranti. Temi che fino a pochi anni fa apparivano marginali o persino culturalmente scomodi, come quello della difesa, oggi vanno affrontati con realismo alla luce del mutato contesto geopolitico, anche nella sua declinazione industriale: la tutela della proprietà intellettuale, la sicurezza informatica, una certa indipendenza tecnologica da partner storici che possono venire meno dall’oggi al domani. Dobbiamo sviluppare una maggiore capacità di gestione e valorizzazione dei dati, che in molti settori rappresentano un vero e proprio asset strategico. In altre aree del mondo questo passaggio è stato compreso da tempo; in Europa ci siamo concentrati soprattutto sul quadro regolatorio. Se oggi le imprese creano valore principalmente attraverso la vendita di prodotti, forse domani potranno generarlo anche attraverso dati e modelli di processi produttivi utilizzati per alimentare sistemi di intelligenza artificiale».

Immaginare il futuro non è un esercizio facile.

«Nessuno ha la bacchetta magica. Ma possiamo cercare di disegnare un percorso condiviso tra imprese, associazioni, istituzioni, università e centri di ricerca. Da soli non si va da nessuna parte. Dovremo tutti rimboccarci le maniche».

Con l’arrivo della IA le difficoltà legate all’inverno demografico sono accantonate?

«Non completamente. L’intelligenza artificiale potrà certamente contribuire ad attenuare alcune delle difficoltà legate al calo demografico, soprattutto compensando la riduzione della forza lavoro in specifici ambiti e attività. Al tempo stesso, resteranno numerose aree in cui il valore della relazione umana, della competenza e della responsabilità individuale continueranno ad essere centrali. Per questo motivo la domanda di personale qualificato non sarà destinata a diminuire, ma piuttosto a trasformarsi. Le imprese avranno sempre più bisogno di profili ad alta specializzazione, capaci di governare tecnologie complesse e trasversali tra diversi campi. Da questo punto di vista, i dati sull’occupabilità dei laureati del Politecnico di Milano sono indicativi: la quasi totalità dei nostri ingegneri trova rapidamente un impiego, perché entra nel mondo del lavoro con competenze già immediatamente spendibili. Resta però una sfida aperta per i territori e per le imprese: essere sufficientemente attrattivi per trattenere e attrarre i talenti necessari allo sviluppo futuro».