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Paolo Ceriani: da Barzio a Stoccolma per la ricerca e contro il cancro

Una storia di successo, non senza fatica

Paolo Ceriani: da Barzio a Stoccolma per la ricerca e contro il cancro

A volte il talento nasce dalla fatica e le scelte decisive prendono forma nei momenti più difficili. Paolo Ceriani ha 26 anni, è di Barzio e oggi studia Biomedicina al Karolinska Institutet di Stoccolma, una delle università più prestigiose al mondo. Un percorso di eccellenza internazionale che affonda però le radici in una storia personale segnata da perdite profonde e da una promessa mantenuta: trasformare il dolore in conoscenza.

Paolo Ceriani: Da Barzio a Stoccolma per la ricerca e contro il Cancro

Paolo perde prima il padre e poi la madre, colpita da un brutto male, quando è ancora giovanissimo. “Mia mamma sognava di vedermi studiare in un grande ateneo internazionale – racconta – e quando l’ho persa ho deciso che avrei realizzato questo desiderio anche per lei”. Una scelta maturata nel tempo, non una fuga, ma un progetto costruito con consapevolezza.

Dopo il diploma si iscrive alla triennale in Biologia all’Università Bicocca di Milano. Sono anni complessi, divisi tra lo studio e l’assistenza alla madre durante le terapie. È proprio in quel periodo che nasce la passione per l’oncologia. “Mi sono trovato davanti a un bivio: cercare di capire cosa fosse successo a mia mamma oppure cambiare strada. Ho scelto di capire”. Una scelta umana prima ancora che scientifica.

Da qui l’idea dell’estero, non come abbandono dell’Italia, ma come ricerca di un contesto dove la ricerca possa davvero svilupparsi. Paolo viene ammesso al Karolinska Institutet, tra 50 studenti selezionati su circa 800 candidati da tutto il mondo. “Siamo in classe in 50, provenienti da 23 Paesi diversi. È una contaminazione straordinaria”. L’ateneo che assegna il Nobel per la Medicina non lo cambia nel carattere: resta riservato, consapevole del lavoro svolto e lontano dall’esibizionismo. “Qui non contano solo i voti, ma anche il percorso personale e l’impegno”.

Il confronto con l’Italia è inevitabile: “La fuga di cervelli esiste perché spesso all’estero le condizioni di lavoro e di vita sono migliori. In Italia ci sono eccellenze, ma vengono valorizzate poco. La precarietà continua non dà serenità”. Nonostante questo, il legame con casa resta fortissimo. “Mi manca Barzio, la Valsassina, gli affetti. Qui ho costruito la mia realtà, ma il legame con casa non si spezza”.

A Stoccolma scopre un altro modo di vivere lo studio e la ricerca: equilibrio tra lavoro e vita personale, collaborazione al posto della competizione. Accanto all’università porta avanti anche Onkologik, un progetto di divulgazione scientifica per rendere accessibili gli studi oncologici al grande pubblico. “La scienza deve essere patrimonio di tutti”.

A giugno si laureerà e il futuro immediato è ancora in Svezia, con l’obiettivo del dottorato. Ma l’Italia resta una possibilità. “Per tornare servono investimenti veri e una visione che consideri la ricerca una priorità”. Raccontare la propria storia, spiega, non è autocelebrazione: “Anche dai momenti più bui si può uscire bene. Ognuno ha i suoi tempi e il diritto di seguire i propri sogni”.