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PARLA LA PSICOTERAPEUTA

Il lutto ai tempi del Coronavirus, differente (e più complicato): strategie per affrontarlo

Greta Chiara Pagani: "Nell'emergenza Covid-19 i consueti riti che da secoli accompagnano le prime fasi della rielaborazione aboliti".

Il lutto ai tempi del Coronavirus, differente (e più complicato): strategie per affrontarlo
28 Aprile 2020 ore 10:32

Greta Chiara Pagani, psicologa e psicoterapeuta, in forze al team attivato dall’associazione nazionale (con sede a Monza, in Brianza) Cancro Primo Aiuto combatte il Covid-19 in prima linea, al fianco di medici e infermieri.

Ci aveva raccontato cosa succede nell’Hospice dell’ospedale Bassini, centro milanese d’accoglienza e ricovero per pazienti verso il termine della vita (in particolare, ma non esclusivamente, malati di cancro) convertito in ospedale Covid-19, per fronteggiare l’emergenza sanitaria.

Ma anche le modalità di vivere il processo luttuoso cambiano in tempi di Coronavirus e possono rivelarsi più complicate e difficili da gestire, complici anche le restrizioni in atto mirate a prevenire i contagi. E’ quindi fondamentale dotarsi di tutti gli strumenti necessari per affrontare consapevolmente quei momenti di profondo dolore, mettendo in campo nuove risorse e approcci. 

Il lutto ai tempi del Coronavirus

Il coronavirus ha posto il lutto come elemento quotidiano, quasi centrale, nella vita degli italiani. Per prima cosa ci dà una definizione clinica del lutto?

L’etimologia della parola lutto si ricollega al latino lūctus -us, dal verbo latino lugere = piangere, ed in senso più ampio, soffrire per la perdita di una persona cara.

In antropologia con questo termine si intende quell’insieme di pratiche, di attività rituali, di atteggiamenti e di stati d’animo che caratterizzano un individuo o un gruppo sociale in seguito alla morte di una persona.

In psicologia il lutto è una risposta naturale a una perdita; il termine è stato introdotto in psicoanalisi da Sigmund Freud (Lutto e Melanconia, 1915), dove l’analisi del processo del lutto avveniva attraverso lo studio della depressione negli adulti. Umberto Galimberti (1999) lo definisce come unostato psicologico conseguente alla perdita di un oggetto significativo che ha fatto parte integrante dell’esistenza”.

E’ una condizione che molte persone sperimentano nell’arco della propria vita e che riassume in sé svariati aspetti fra cui la presenza di un evento di perdita, le reazioni personali alla perdita, gli aspetti socio-culturali che costituiscono lo sfondo dell’evento e che contribuiscono a modificarne le risposte soggettive. Insomma, un evento che nell’arco della vita dobbiamo affrontare, purtroppo, con una certa frequenza ma che molti di noi riescono a fronteggiare e superare, raggiungendo un successivo buon adattamento. Tuttavia, una minoranza di persone sviluppa un lutto complicato, ovvero una condizione caratterizzata da distress psicologico reattivo e secondario alla perdita subita che si traduce in disturbi sul piano fisico e psicologico. 

La sua esperienza sul campo, durante la battaglia al coronavirus, in cui ha fornito assistenza psicologica a malati in fase terminale e ai loro congiunti, cosa le ha permesso di capire in questa situazione fuori dall’ordinario sul lutto ai tempi di Covid-19?

Beh la prima cosa che colpisce, se consideriamo le definizioni di lutto appena citate, è come questa situazione (stra)-ordinaria di emergenza sanitaria annulli, esercitando un impatto negativo, molti degli aspetti antropologici e psicologici che “normalmente” caratterizzano le condizioni di lutto. 

Ai tempi del Coronavirus tutto è mutato così rapidamente e velocemente che, anche noi operatori sanitari, abbiamo avuto difficoltà ad accorgerci, e sviluppare una pronta consapevolezza, di ciò che stava accadendo. 

Immagino le difficoltà vissute e sperimentate dai nostri pazienti e dai loro famigliari. Quest’ultimi non possono partecipare alla fase terminale della vita del loro caro, che spesso gli viene strappato così improvvisamente e velocemente da non rendersi conto di quanto sta loro accadendo. I famigliari perdono ogni contatto con lui, una volta ricoverato non sentono più il suono della sua voce né possono giovarsi della vista del suo volto, dei suoi lineamenti, né, tanto meno accarezzarlo e tenergli la mano durante quella fase di accompagnamento alla morte tanto importante per chi ci lascia ma allo stesso tempo così fondamentale per chi di noi rimane.

Le pratiche ed i rituali religiosi, così come i vari riti celebrativi e funebri, che rivestono un’estrema importanza all’interno della società in cui ognuno di noi è inserito, non possono essere mantenuti e, di conseguenza, non fungono da facilitatori all’elaborazione del lutto. In questo modo viene a mancare l’avvio di un processo di lutto anticipatorio; tutto rimane sospeso in un’attesa tormentata ed angosciata scandita da un tempo infinito, in cui non si conosce l’esito finale della battaglia che il paziente sta combattendo, denso di emozioni ambivalenti che si alternano, creando false aspettative o preannunciata disperazione.

Ciò che rimane nei parenti, sovente anch’essi in quarantena domiciliare, è, quindi, un profondo senso di perdita e di sofferenza, unito ad un’impotenza e a rabbia intensa che priva della possibilità di creare un significato  e un senso a ciò che sta accadendo. Si vive il dolore nel dolore.

Nelle telefonate di supporto psicologico che ho effettuato ai famigliari dei pazienti ricoverati in struttura la richiesta di poter entrare in reparto, anche solo per pochi istanti, per un ultimo saluto al proprio affetto è stato un leitmotiv straziante, denso di commozione e, talora, di accalorate suppliche alle quali l’équipe intera ha dovuto rispondere coralmente negando con dolore consapevole tale possibilità. Ecco, l’équipe in cui ognuno di noi è inserito, è l’altro elemento costantemente implicato in questa drammatica realtà di perdite e di lutti. Esposta al rischio di ammalarsi e così costantemente immersa nelle altrui perdite da sviluppare un coinvolgimento empatico così risonante da rischiare di tradursi in quello che in letteratura è descritto come trauma vicario; ovvero un’esposizione indiretta a un evento traumatico altrui, che però causa un cambiamento negativo degli schemi mentali e delle credenze in chi esercita una professione di aiuto rispetto al proprio lavoro e alla realtà.

Il lutto ha un suo percorso, non a caso si parla di fasi. Non poter vedere i propri cari negli ultimi giorni di vita (per contenere i contagi) e non poterne celebrare i funerali rende più complicata l’elaborazione del trauma?

Certo, è assolutamente vero, le morti per Coronavirus hanno delle caratteristiche peculiari che riguardano le modalità con cui i pazienti vengono ricoverati ma anche ciò che accade e, soprattuto, non accade successivamente il loro decesso. Se consideriamo la modalità in cui si svolge il processo del morire, ovvero il rapido decadimento clinico, la separazione traumatica per il ricovero, l’assenza di contatti visivi e verbali durante la degenza, la comunicazione telefonica dell’exitus, il contesto di plurime perdite in cui il parente a domicilio sovente è vittima, l’impossibilità di svolgere un rito funebre, e, più in generale, la completa assenza di qualunque tipo di ritualità e il completo isolamento dei superstiti in quarantena, capisce bene che questi sono tutti aspetti che espongono ad un elevato rischio di patologie del lutto.

In questa specifica fase della vita dei nostri pazienti e dei loro famigliari, sarebbe così importante, per avviare un sano processo di elaborazione della perdita, riuscire a mantenere un contatto visivo e verbale con il proprio caro morente prima e con il suo corpo privo di vita poi. Gli atti di vestizione del defunto e di celebrazione del rito funebre, prima del coronavirus erano momenti fondamentali e pieni di senso in quanto aiutavano i famigliari a prendere consapevolezza con quanto accaduto e restituivano un significato alla vita e alla morte che rimane sempre un evento senza senso.

Morire ai tempi del coronavirus prevede che i consueti riti che da secoli accompagnano le prime fasi del lutto sono aboliti. Molti famigliari mi chiedono cosa accadrà agli oggetti del loro caro e alla salma, se dovrà essere necessariamente cremata. Molti beni personali non vengono recuperati dai famigliari che ci chiedono di eliminarli al posto loro in quanto potenzialmente infetti. Si comprende molto bene come il corpo senza vita viene considerato pericoloso e le mille attenzioni che fino a pochi mesi fa caratterizzavano la vestizione e la preparazione vengono improvvisamente meno, con un ribaltamento di prospettiva sostanziale e drammatico. Vorremmo avvicinarci, non possiamo farlo e addirittura ciò diviene potenzialmente nocivo.

Non è possibile ricevere il conforto di famigliari, parenti, amici e conoscenti; in un’assenza totale di vicinanza fisica, di condivisione del dolore e di compassione.

Per me e per i miei colleghi che lavoriamo in un contesto di Cure Palliative, dove l’importanza dell’accompagnamento durante gli ultimi giorni di vita del paziente è un aspetto saliente della nostra cultura professionale, questo scenario così radicalmente mutato rimane e rimarrà per sempre profondamente inaccettabile. L’esserci nel momento del morire, proprio in quell’istante, è una possibilità che viene così ingiustamente strappata ai famigliari che diviene anche per noi operatori fonte di profondo malessere. Per questo motivo, proponiamo a tutti i parenti prossimi quotidiane videochiamate anche nel caso in cui i pazienti, purtroppo, non siano più responsivi. Inoltre, quando i famigliari lo richiedono, celebriamo l’unzione degli infermi grazie ad un sacerdote che si è reso disponibile ad entrare nelle stanze dei pazienti positivi al Covid19, naturalmente utilizzando i necessari ed indispensabili dispositivi di sicurezza. Speriamo, in questo modo, di favorire un dolce accompagnamento verso il fine vita e di rendere meno traumatizzante questo difficile momento di perdita.

Siamo consapevoli che i famigliari non solo sono privati dall’opportunità di salutare il loro caro quando è ancora vivo ma perfino di congedarsi da lui dopo la sua scomparsa. Non potranno fare una veglia, o meglio, anche se decideranno di farla a casa nella solitudine domestica della quarantena, sarà una veglia dove mancherà la salma e la presenza consolante dei parenti ma, almeno, sarà stato possibile mantenere un pizzico di quella ritualità che avvia il processo di separazione dalla persona amata.

Per non rischiare che la ferita resti aperta e non cicatrizzi in che modo ci si può aiutare per gestire un iter luttuoso tanto complicato?

Avviare il processo di elaborazione del lutto significa, gradualmente, fare i conti con quello che è stato e non potrà più essere, riflettere su quello che avrebbe potuto essere e non sarà, per poi finalmente raggiungere quello che potrà comunque essere e così recuperare una quotidianità e una progettualità nuova.

Per rendere questa sospensione una ferita che riesca, con il tempo necessario è chiaro, a cicatrizzarsi, è necessario suggerire piccoli riti di accompagnamento e di commiato che possono essere ripetuti anche più volte al giorno.

La tecnologia ci può aiutare e può svolgere in questo momento un ruolo anche di pubblica utilità. Una famiglia può riunirsi attraverso una videochiamata per recitare una preghiera insieme o accendere una candela o raccontare ciò che il defunto è stato per ognuno di loro e soffermarsi su piccoli aneddoti e racconti famigliari. Vorrei soffermarmi sul ruolo che la narrazione può rivestire in questo particolare momento storico che stiamo vivendo. Attraverso la narrazione raccontiamo e ricostruiamo la storia e il personaggio del defunto riuscendo in questo modo a restituirgli la sua unicità. Raccontare chi è stato e parlargli come se fosse ancora presente e potesse ascoltarci diviene una concreta possibilità per rassicurarlo – e rassicurare noi stessi- che lo porteremo sempre con noi nel viaggio della nostra vita. 

Naturalmente, la creazione di una nuova ritualità può essere svolta anche individualmente in momenti privati intimi e quasi sommessi che divengono spazi per ricostruire un senso e un significato a quanto accaduto. Alla fine di questa emergenza sanitaria, quando il distanziamento sociale sarà concluso, auspico che sarà possibile effettuare eventi di ritualità collettiva che possano consolidare elaborazioni del lutto già avviate precedentemente grazie alla rinnovata capacità di introdurre elementi innovativi e personalizzati. Mi rendo conto che è ben poca cosa rispetto a quanto ci è stato privato ma la ferita aperta diventa cicatrice solo dopo che è stata curata, atti dopo atti, seppur piccoli che siano.

C’è anche un’altra questione che ci riguarda tutti: la sensazione di potenziale lutto imminente. Soprattutto al cospetto di un virus “nuovo” per il quale non vi sono ancora risposte scientifiche sufficienti. C’è una percezione di grande incertezza che ci fa vivere temendo che da un momento all’altro i nostri cari con situazioni cliniche più compromesse possano infettarsi. Come si può gestire questo aspetto?

Le emozioni coinvolte sono tante e si alternano fra di loro. Un turbinio emotivo che crea ambivalenza e rapidi mutamenti, si passa dalla paura, all’impotenza, alla rabbia e alla delusione. Ne cito solo alcune fra tante. L’incertezza crea ansietà, in quanto determina la spiacevole consapevolezza di essere impotenti e di non poter controllare un evento così impattante come lo è stata questa pandemia. 

Il poter esercitare controllo sulle situazioni è alla base del meccanismo dell’ansia e in senso più ampio del nostro assetto emotivo. Maggiore è la possibilità di controllare gli eventi quotidiani di vita e minore è la quota di ansia, di preoccupazione e di apprensione che sperimentiamo. 

Ho parlato prima di trauma vicario, ognuno di noi ne è potenzialmente esposto, soprattutto gli operatori sanitari che svolgono una professione d’aiuto in ospedale. Continuare ad essere esposti a notizie relative al Covid19, ai lutti e alla possibilità di sviluppare la malattia soprattutto se tali notizie arrivano da persone a noi vicine ci porta a rispecchiarci empaticamente in queste situazioni.

Il meccanismo neurofisiologico alla base della trauma vicario si basa sul rispecchiamento dell’altrui condizione dolorosa che comporta l’attivarsi delle proprie aree del dolore. Dati provenienti dalle neuroscienze evidenziano che empatizzare con il dolore degli altri comporti provare realmente un certo grado di dolore, proporzionale al coinvolgimento affettivo con colui con il quale si partecipa emotivamente.

Ma è proprio vero che non c’è niente che possiamo fare per provare ad esercitare un minimo controllo su questa situazione? 

Per prima cosa seguire le norme di sicurezza che quotidianamente ci vengono ricordate da programmi televisive, interviste e pubblicità progresso è un primo importante passo per mettere noi stessi e i nostri cari in una situazione di protezione. Mantenere il distanziamento sociale, uscire di casa solo per necessità non derogabili, usare mascherine, gel igienizzanti e guanti monouso protegge noi e gli altri. Piccoli gesti di attenzione che ci ricordano quanto sia importante la solidarietà in questo momento. Si riscoprono le buone regole di vicinato e l’aiuto reciproco.

Questi piccoli ma grandi gesti che per ancora qualche mese faranno parte della nostra vita, ci permettono di esercitare un minimo di controllo attivo sul rischio di ammalarsi e fare ammalare le persone che incontriamo.

In questo periodo in cui tutto è sospeso e congelato possiamo occupare il tempo a nostra disposizione per mantenere attive le nostre relazioni sociali, per occuparci di noi stessi, della nostra famiglia e del nostro ambiente domestico. Valorizziamo le nostre risorse interiori e personali così da liberare la nostra energia. Rimaniamo informati ma affidiamoci a fonti autorevoli ed ai canali ufficiali evitando di essere eccessivamente bombardati da notizie relative al coronavirus che rischiano, se eccessive, di determinare ancgoscia. La paura è da considerare una sana emozione se pensiamo al contessto in cui stiamo vivendo. Diviene protettivo temere un virus di cui si conosce ancora molto poco e che ha avuto riperussioni così inimmaginabili sulla nostra società. Manteniamo un atteggiamento lucido e critico: ci aiuterà ad affrontare la situazione e ad evitare che la paura si trasformi in uno stato di angoscia disperata.

Rimaniamo uniti, non arrendiamoci, insieme ce la possiamo fare!