L'editoriale

Giovanni Maggi l’aveva sentito prima il vento di questa Italia strana e sottosopra

Se qualcuno storcesse il naso per la recente riconferma di Giovanni Maggi in Assofondipensione, dimostrerebbe di aver capito niente.

Giovanni Maggi l’aveva sentito prima il vento di questa Italia strana e sottosopra
Lecco e dintorni, 28 Luglio 2020 ore 12:07

di Giancarlo Ferrario

 

Se qualcuno storcesse il naso per la recente riconferma di Giovanni Maggi in Assofondipensione, dimostrerebbe di aver capito niente. Giovanni Maggi, già ex presidente di Confidustria Lecco Sondrio, poi vicepresidente di Enasarco e membro di CDA di fondi di investimento, è in realtà un precursore, un anticipatore di ciò che in questo Paese sarebbe diventato prima tendenza e poi regola, e qui gliene si vuole dare atto. Molti, i più, lo ricorderanno per il tentativo maldestro di diventare presidente della Camera di Commercio, facendo le scarpe a uno come Vico Valsssi, in una riedizione sfortunata di Davide contro Golia in cui il Maggi riuscì a trascinare nell’abisso anche gli allora sodali di Confcommercio. Sfida che oggi, alla luce di tutto ciò che diremo, appare non solo fuori scala, ma anche con tratti di assoluta comicità. Altri, più propensi al gossip che agli affari, lo ricorderanno per l’andatura paffuta e sorridente con cui si aggirava tenendo al fianco la compagna Cinzia Cogliati, una sorta di Marisa Belisario in sedicesimi, anch’essa protagonista delle vicende confindustriali con un’ambizione inversamente proporzionale ai fatturati della torneria in accomandita semplice. Altri ancora, maligni, lo avranno in mente per il fallimento della Maggi Group spa, lo storico catenificio di famiglia che è andato a gambe all’aria nonostante l’alacre lavoro del fratello e l’inglesismo nella ragione sociale.

Ed è proprio qui che viene fuori il fiuto da basset hound del nostro Maggi. Aveva capito con discreto anticipo che l’Italia sarebbe diventata una cuccagna a rovescio, dove chi non aveva mai lavorato sarebbe assurto a Ministro del Lavoro, dove chi si dichiarava contro ogni infrastruttura viabilistica sarebbe stato chiamato a gestirle, dove aver dimostrato di non saperci fare in un determinato settore sarebbe stato il miglior biglietto da visita per diventarne responsabile. E quindi, si disse: mica che per fare il capo degli industriali devi dimostrare di tenere almeno a galla la tua, di ditta. Macché, roba del passato. Anzi, se le cose in azienda traballano ti può venire legittimamente in testa di voler rappresentare tutte le attività, non solo quelle di Confindustria, ma anche i mestieri e i lavori di ogni tipo, dal commercio ai servizi. E se le cose poi vanno ancora peggio e si parla di bancarotta? Che si fa? Ci si defila? Macché, imbarazzi di altri tempi. Un posto al sole lo si trova sempre, magari a Roma ché il clima è più mite e le terrazze sono più grandi, e magari per gestire non solo i soldi propri, ma quelli di tutti, quelli dei fondi pensione che i lavoratori hanno messo da parte per il futuro che verrà. E così, non avendo più bisogno di impiegare il tempo a stampar catene ma potendolo investire in relazioni, ecco fioccare un incarico e una riconferma, come le ciliegie che si tirano da sé.

Morale, se così si può dire: Giovanni Maggi l’aveva sentito prima il vento di questa Italia strana e sottosopra, e ci ha aperto le vele con andatura di poppa, lasciandosi alle spalle la (via) Caprera al momento giusto. Lasciando con un palmo di naso il vecchio associato confindustriale che ogni mese deve cercare di far quadrare i conti e saldare i salari. Per il Maggi giunge una dolce riconferma; per te che paghi la quota annuale di ciò che fu la sua rampa di lancio si conferma invece il quotidiano impegno a tirare la lima, tra una preoccupazione e l’altra. Così va il mondo, nell’Italia di oggi, ed è inutile che ti mangi il fegato e dai di matto mentre lo pensi tra un board e un webinar, o nella luce dorata delle ottobrate romane con Cinzia a fianco. Puoi consolarti solo con una cosa, a proposito di vele e naviganti: oggi a farti da presidente c’è un industriale a modo che di nome fa Riva. Un approdo che ha i tratti schietti e rassicuranti di chi non farebbe mai il capo degli industriali tutti se non fosse certo di farlo bene sotto i capannoni e sui piazzali della propria fabbrica.

 

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