Lettere al Giornale

Omicidio di Sogno, Pigazzini: “Interrogativi aperti, contraddizioni, incongruenze che aspettano una risposta”

"Roberto ha fatto della sua dignità, e della dignità della sua famiglia il punto di resilienza del suo essere innocente in carcere"

Omicidio di Sogno, Pigazzini: “Interrogativi aperti, contraddizioni, incongruenze che aspettano una risposta”
Valle San Martino, 09 Ottobre 2020 ore 10:18

Riceviamo e pubblichiamo la lettera dello psicologo  Mario Pigazzini sull’omicidio di Sogno per il quale Roberto Guzzetti, accusato di aver ucciso nel 2016 la pensionata di 87 anni Maria Adeodata Losa, è stato condannato a 22 anni di carcere.

Omicidio di Sogno, Pigazzini: “Interrogativi aperti, contraddizioni, incongruenze, che aspettano una risposta”

Gentile Direttore

Ho letto l’articolo che riporta: Omicidio di Sogno: la condanna è definitiva. e le scrivo per offrire una riflessione sulla frase: l’assassinio dell’anziana signora si era consumato per mano del Guzzetti. Le posso testimoniare, signor Direttore, che Roberto Guzzetti non ha consumato alcun omicidio, anche se è vero che era presente in casa della signora Adeodata poco prima dell’omicidio. Seguo Roberto fin dai primi giorni del delitto, luglio 2016, come perito e come psicologo; da allora ogni giovedì mattina, con autorizzazione della Procura che ringrazio, mi reco nel carcere di Monza. La mia testimonianza potrebbe non interessare nessuno, ma i fatti che porto, frutto dell’analisi di questi anni del comportamento del signor Guzzetti, uniti alla mancanza di prove a suo carico come omicida, pongono domande che prospettano la necessità di una riapertura del caso, come previsto dalla legge. 

  1. Nella sentenza della corte di Appello di Milano si fa esplicito riferimento al fatto che il padre, fino a prova contraria, è degno di fede; ora il padre ha sempre testimoniato sotto giuramento che Roberto quel pomeriggio è risalito in casa non sporco di sangue, mentre l’anatomopatologo nella sua perizia ha scritto che l’assassino doveva essere lordo di sangue.
  2. I RIS, che hanno messo sotto sopra la casa, l’auto e gli indumenti di Roberto, non hanno trovato che una piccola goccia di sangue sotto una scarpa, poco compatibile con il lago di sangue che c’era in casa, ma compatibile con una goccia di sangue caduta dalla bocca della Adeodata, cui qualcuno aveva messo in bocca un pettinino perché non urlasse. 
  3. La signora Adeodata, che non faceva entrare nessuno in casa, quel primo pomeriggio del 9 giugno chiama il signor Guzzetti che abita nella casa sopra e gli chiede se può guardare il lavandino che perde acqua. Roberto controlla, ma non c’è nessuna perdita; l’Adeodata però insiste e allora lui si sdraia per terra e con dei fazzoletti di carta che ha in tasca fa passare tutto, ma non trova traccia di perdite; dopo un po’ di minuti si rialza a fatica per via dei suoi disturbi recenti e si trova di fronte l’Adeodata con un faccia deformata, che biascica qualcosa di incomprensibile, gli prende la mano sinistra e lo trascina verso di sé come per proteggersi. Roberto non si accorge che quel volto è deformato per via del fatto che qualcuno le ha cacciato un pettinino in bocca (glielo diranno poi gli avvocati in carcere). Cacciare un pettinino in bocca ad una donna più robusta e forte di lui, reduce da poco da chemio e radioterapia, non è facile; Roberto ha ricordato, nella ricostruzione che abbiamo fatto in carcere per mesi, di aver sentito una voce di donna flebile e una di uomo più corposa. Leonilde ha ricordato lucidamente che c’era un uomo in camera, ma che non era Roberto.
  4. Nella descrizione dell’anatomopatologo compaiono della abrasioni sul gomito e polso, due abrasioni tipiche di chi lo sfrega contro un muro; Adeodata è stata spinta giù dalle scale e ha tentato di parare la caduta col braccio. Qualcuno l’ha spinta giù dalle scale, qualcuno che era di sopra, ma non era Roberto.
  5. Roberto trascinato dalla Adeodata le cade addosso, vede la testa tremante per via del pettinino in bocca, le mette una mano dietro la nuca per tenerla ferma, sente del liquido caldo, la ritrae vede il sangue e, spaventato dal sangue, mette la mano sul tavolo si rialza, lasciando due piccole impronte sulla tovaglia, e scappa lasciando la porta aperta. Questo lo ricorda benissimo; ma la porta è stata trovata chiusa. Sotto passa la strada che va al piccolo cimitero, difficile non vedere su una porta aperta che tutti sanno sempre chiusa; qualcuno l’ha chiusa, forse proprio per evitare sospetti.
  6. Come mai non c’erano altre impronte in casa? Chi è entrato e ha pulito tutto lasciando solo le due piccole impronte ben in vista sulla tovaglia? Non c’è materiale biologico del Guzzetti in tutta la casa e sul corpo della vittima. Non è possibile che chi ha dato 10 coltellate alla povera Adeodata, non abbia lasciato segni.
  7. Il Guzzetti ha una lateralità imperfetta, ossia è mal-destro, causa un mancinismo curato a scuola a suon di punizioni; la mamma ha affermato che in casa non usava i coltelli proprio perché mal-destro e spesso si era tagliato; come è possibile che un uomo mal-destro possa diventare d’emblée un perfetto assassino che sa maneggiare con abilità coltelli che non ha mai preso in mano?
  8. C’era un corrimano in legno dietro la casa della Adeodata lungo la scala che saliva alla via Piave; come mai il giorno dopo è sparito e nessuno l’ha mai cercato? Perché non si trovano travi in legno su cui molto probabilmente l’assassino, passando dal sentiero dietro la casa, luogo sicuro ed invisibile per una fuga che dava accesso ai boschi, ha lasciato delle impronte di sangue? Il giorno dopo, dice il padre, c’erano dei camini vicini che fumavano; il 10 giugno!
  9. Come mai la sorella Leonilde, ultranovantenne allettata, viene trovata 48 ore dopo pressoché in buone condizioni igieniche, nutrita e non disidratata? 
  10. Da ultimo ma non ultimo, Roberto ha sempre chiesto: “ditemi che movente avrei avuto per uccidere una donna che non mi ha mai fatto del male. Non è vero, come qualcuno ha detto, che eravamo in conflitto, che siamo delle rogne, che non ci potevano vedere: tutto falso. Per favore attribuitemi un movente!”

Ci sono altri interrogativi aperti, contraddizioni, incongruenze, che aspettano una risposta, ma non voglio tediarvi; sto scrivendo un libro con Roberto: Io non posso uccidere… aspettiamo la sentenza della Cassazione per portarlo a termine. 

Intanto vi ricordo che Roberto ha fatto della sua dignità, e della dignità della sua famiglia il punto di resilienza del suo essere innocente in carcere, un modo di essere semplice, corretto, senza uso di farmaci perché la sua coscienza è pulita e può dormire tranquillo; infatti ha rifiutato patteggiamenti, infermità o semi infermità mentale – che un vero criminale avrebbe accettato – che potevano garantirgli una soluzione di comodo, più rapida dei 22 anni di carcere. 

 

Mario Pigazzini, psicologo

mario.pigazzini@gmail.com 

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