Economia
Eccellenze lecchesi

Unicalce punta su biomasse e idrogeno

L’azienda di Lecco ha 12 stabilimenti, occupa 500 addetti e fattura 140 milioni. Il dottor Luigi Gnecchi: «Siamo molto attenti alle tematiche ambientali e sempre meno dipendenti dal carbon fossile. La calce è un prodotto naturale e fa parte della nostra vita»

Unicalce punta su biomasse e idrogeno
Economia Lecco e dintorni, 23 Settembre 2021 ore 16:10

E' a un passo del centesimo compleanno, ma è un'azienda innovativa, in continua crescita e che gode di ottima salute. Unicalce oggi è un campione nazionale con 12 stabilimenti sparsi in Italia, 22 forni per la produzione di 2 milioni di tonnellate di calce e 4 impianti di premiscelati. Una realtà "made in Lecco", fondata nel 1923, che occupa ben 500 dipendenti e fattura 140 milioni di euro.

Unicalce  dalle origini a oggi

Le origini, infatti, coincidono con la nascita della Gnecchi e Donadoni a Maggianico. Nel 1936, sempre a Lecco, nasce la Dolomite Colombo della famiglia Colombo anch'essa operante nel settore estrattivo e produttivo e che nei primi Anni Sessanta acquisisce il pacchetto azionario della Gnecchi e Donadoni diventando la società finanziaria del nascente Gruppo Unicalce. Nel 1969 la Dolomite Colombo stringe una forte alleanza con la Giovanni Ghisalberti, fondata nel 1927 a Brembilla, in provincia di Bergamo, dando vita alla Sider Calce con stabilimento a Campiglia Marittima, in provincia di Livorno, che a sua volta, nel 1986 acquisisce un importante concorrente: la San Pellegrino Calce operante a Narni, in provincia di Terni. Il Gruppo Unicalce si rafforza ulteriormente alla fine degli Anni Ottanta con l'ingresso di Calce Dolomia e Simet, importanti realtà di produzione calci e derivati con stabilimenti a Bernezzo (Cuneo) e Taranto; espansione che prosegue nei primi anni Novanta con l'acquisizione di Campania Calce di Marcianise (Caserta) e Latincalce di Itri (Latina); continua nel 1994 con l'arrivo di Industriale Calce di Sedrina (Bergamo).  Nel 1997 nasce Unicalce Spa, approdo della collaborazione di successo tra la Gnecchi e Donadoni e la Ghisalberti, che nel 2000 acquisisce dal Gruppo Italcementi Calci Idrate con stabilimento a Sedrina (Bergamo) e il ramo produzione di calce idrata dello stabilimento di Colleferro (Roma) e sempre con il gruppo cementiero della famiglia Pesenti avvia Suez Lime per la produzione di calce in Egitto.  All'espansione e alla crescita dimensionale nel 1991 arriva la costituzione di Europrogetti, società di engineering del Gruppo che fornisce le competenze necessarie per il deciso salto di qualità e favorire un processo di diversificazione che introduce a fianco delle calci e del pietrisco la produzione e vendita di premiscelati a secco con il marchio Premier che attualmente dispone di due stabilimenti a Terni, uno a Taranto e uno a Campiglia Marittima diventando così il terzo produttore italiano di premiscelati.

 

Come si costruisce un gruppo leader in Italia e tra i primi cinque player europei?

«Tutto nasce dall'intraprendenza di mio zio Giuseppe Colombo che ha gettato  le basi per mettere insieme le competenze della Dolomite Colombo e della Gnecchi e Donadoni per poi dare vita a una serie di acquisizioni che oggi ci ha portato ad essere il gruppo leader in Italia e posizionarci tra le prime cinque realtà operanti in Europa - ha esordito il dottor Luigi Gnecchi, dal 2010 presidente del Gruppo Unicalce e dal 2020 presidente della holding Dolomite Colombo - Dal 1995 siamo stati partecipati dalla Cementeria di Merone, poi entrata a far parte del gruppo svizzero Holcim, sino al 2000. Oggi il Gruppo Unicalce, attraverso la Holding Dolomite Colombo, è controllato in maniera paritetica dalla mia famiglia e dal colosso belga Carmeuse, mentre la gestione del gruppo è affidata a noi e al management italiano. Un matrimonio, quest'ultimo, che ci permette di competere in un mercato sempre più globalizzato e che negli ultimi anni è stato caratterizzato da numerose concentrazioni».

Il gruppo, dopo l'anno della pandemia, sta tornando a correre.

«Abbiamo chiuso l'esercizio 2020 con un fatturato di 140 milioni. Quest'anno siamo partiti molto bene e contiamo di chiudere a quota 160 milioni».

Unicalce ha fatto anche un interessante percorso di internazionalizzazione.

«Ad oggi la quota export supera il 20% del fatturato. I nostri prodotti si trovano in Cina, India, Singapore, Oman, Messico, Cile e alcuni Paesi europei come Svezia e Norvegia». 

Ma è possibile svolgere questa attività nel rispetto dell'ambiente?

«L'azienda è molto attenta alle tematiche ambientali. Attualmente gli impianti produttivi sono alimentati per il 35% con le biomasse, quota che a breve salirà al 60% Ma non ci accontentiamo. Come molte realtà industriali stiamo valutando la possibilità di produrre con idrogeno, un'ipotesi che stiamo già testando nello stabilimento di Taranto. La CO2 che viene emessa dal processo di decarbonatazione per circa il 70% viene ricatturata naturalmente dalla calce stessa; da qui la calce aerea che si contraddistingue da quella idraulica che reagisce con l’acqua. Per il rimanente 30% sono in corso studi internazionali, ai quali collabora anche il Politecnico di Milano, per recuperare la CO2 a fini industriali, un impiego è ad esempio quello di iniettarla nei serbatoi vuoti della produzione di gas metano e petroli o come stoccaggio oppure per aumentare il recupero degli idrocarburi stessi. La calce è un prodotto naturale, fa parte della nostra vita di tutti i giorni e trova impiego soprattutto nell’acciaio, dove toglie alcuni elementi inquinanti come lo zolfo, non a caso i nostri poli produttivi sono vicini ai più importanti complessi siderurgici. Ma ci sono anche tanti altri impieghi».

Ce li spieghi…

«I fumi che fuoriescono delle ciminiere vengono trattati con la calce che è in grado di catturare zolfi e gli inquinanti. Le centrali elettriche vengono depurate con calce idrata e/o carbonati. La calce si usa nelle lavorazioni del litio, elemento indispensabile per la produzione delle batterie. Fa parte della nostra quotidianità ed è un'importante alleato dell'agricoltura».

Si spieghi meglio...

«Restiamo sull'agricoltura. In un contesto agricolo sempre più difficile la calce si pone come un prodotto antico e conosciuto ma, al tempo stesso, innovativo, dinamico e in grado di mantenere o aumentare i margini economici che sembrano allontanarsi sempre più dalla realtà agricola del nostro Paese. La calce è una preziosa alleata per i raccolti di qualità, un prodotto naturale in grado di ripristinare le condizioni ottimali dei suoli agricoli, garantendo produzioni abbondanti. La calce negli orti aiuta a purificare il terreno. E' un prodotto ecologico che si usa anche nelle stalle per modificare il PH e tutti i batteri; si usa nella depurazione di acqua, fanghi e fumi. Fiumi e laghi, ad esempio, possono ammalarsi per un indiscriminato inquinamento dovuto a un impiego di fertilizzanti o scarichi civili e industriali non depurati: la calce, ben dosata nell'acqua, rimedia ai danni dovuto all'eccesso di fosforo. Negli anni scorsi, ad esempio, abbiamo collaborato con successo con il CNR di Pallanza che aveva la necessità di correggere il PH del lago d’Orta attestato al 3% per portarlo al 7%: hanno immesso nel lago i nostri fanghi di lavaggio - calcare purissimo al 99% - e lo specchio d’acqua è tornato a vivere e ad essere frequentato anche da pescatori. Stiamo parlando di qualcosa come 35.000 tonnellate di calcare. La calce è indispensabile per le grandi infrastrutture, autostrade, strade, gallerie, ferrovie, linee dell’alta velocità…».

La natura ha generato il calcare e la storia della calce inizia negli oceani primordiale. Ma voi che calcare usate?

«I nostri calcari vengono da ere geologiche diverse, da 60 a 200 milioni di anni fa. In quel periodo Lecco era simile alle attuali Bahamas. Sono calcari puri e molto selezionati. In Italia ci sono molti calcari ma pochi possono essere utilizzati per produrre calce a causa dei requisiti di purezza necessari».

Chi fa il vostro mestiere, però, è spesso al centro di qualche polemica. Succede ad esempio a Lecco per la cava del Magnodeno.

«La nostra è un’azienda seria e anche la nostra famiglia ha tradizione di imprenditori attenti all’ambiente e alla sostenibilità. Oggi più di ieri. Siamo innanzitutto persone, famiglie composte anche da figli giovani ai quali vogliamo garantire un futuro sostenibile. Poi, come dicevo prima, Unicalce sta diventando sempre meno dipendente dal carbon fossile, i nostri impianti vengono sempre più alimentati da biomasse, stiamo facendo esperimento con l’idrogeno. Poi certo a volte il mestiere di cavatore evidenzia qualche criticità, ma oggi l’attività di cavazione prosegue di pari passo con il recupero ambientale di quell’area. Queste criticità non si avvertono nelle cave di pianura, come quelle che abbiamo nel tavoliere della Puglia. Non si vedono neppure a Brembilla, in provincia di Bergamo, dove abbiamo la cava sotterranea più grande d’Europa e tra le più grandi al mondo che tutti vengono a visitare per vedere come lavoriamo, l’attenzione che prestiamo al ripristino ambientale. Qui facciamo attività estrattiva in cameroni da 600 mila mc, uno spazio grande come il Duomo di Milano».

Perché non si aumenta la coltivazione sotterranea del calcare come fate nella Bergamasca?

«La coltivazione sotterranea si può fare solo in determinate situazioni morfologiche e geomeccaniche, ad esempio a Brembilla il calcare è a stratificazione verticale, se invece la stratificazione fosse orizzontale non sarebbe possibile perché non ci sarebbero le condizioni di portanza».

E il tema Magnodeno a Lecco?

«Abbiamo il progetto d’ambito approvato dall’autorità competente che ci porterà sino al termine del piano cave che scadrà nel 2034, lavoriamo rispettando scrupolosamente tutte le leggi e le disposizioni, caviamo dall’alto al basso, ripristiniamo l’ambiente immediatamente. Ma siamo sempre pronti a venire incontro alle esigenze del territorio».