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Capolavoro per Lecco: Giovanni Valagussa in dialogo con Giovanni Frangi

Il curatore della mostra “Capolavoro per Lecco” Giovanni Valagussa dialogherà con l’autore di “Esercizi di Lettura”, l’affermato artista contemporaneo Giovanni Frangi. Il racconto della sua genesi artistica e delle tappe della sua brillante carriera nel Webinar è in programma domani, martedì 20 Aprile alle 18 su Demio

Capolavoro per Lecco: Giovanni Valagussa in dialogo con Giovanni Frangi
Cultura Lecco e dintorni, 19 Aprile 2021 ore 10:05

Nuova puntata degli appuntamenti  virtuali di Capolavoro per Lecco con Giovanni Valagussa in dialogo con Giovanni Frangi. L’iniziativa si inserisce nel progetto Capolavoro per Lecco che ha portato a Lecco la mostra “Lotto: l’inquietudine della realtà. Lo sguardo di Giovanni Frangi”, promossa dall’Associazione culturale e dalla Comunità parrocchiale Madonna del Rosario in collaborazione con il Comune di Lecco e la Fondazione Comunitaria del Lecchese, con il contributo di Fondazione Cariplo e di numerosi partner pubblici e privati. L’esposizione, che è stata prorogata sino al 6 giugno, al momento rimane inaccessibile al pubblico, ma proseguono gli appuntamenti virtuali.

Capolavoro per Lecco: Giovanni Valagussa in dialogo con Giovanni Frangi

Il curatore della mostra “Capolavoro per Lecco” Giovanni Valagussa dialogherà con l’autore di “Esercizi di Lettura”, l’affermato artista contemporaneo Giovanni Frangi. Il racconto della sua genesi artistica e delle tappe della sua brillante carriera nel Webinar è in programma domani, martedì 20 Aprile alle 18 su Demiohttps://my.demio.com/ref/apcKWVtv2QZ41Trn

Giovanni Frangi

Giovanni Frangi nasce a Milano il 12 maggio 1959 ed inizia a dipingere molto presto.
Dopo aver frequentato il liceo classico, si diploma all’Accademia di Brera nel 1982. L’esperienza presso l’Accademia è occasione di contatto e di confronto con coetanei che condividevano la sua stessa passione e nutrivano le medesime aspirazioni. In questi anni, Frangi si rende conto che per lui dipingere “è un modo per ritrovare un equilibrio, un benessere”, condizione che si mantiene costante nel corso della sua carriera ed è valida più che mai anche ora, dopo anni di intenso lavoro.

Il 1983 è l’anno della sua prima personale alla Galleria La Bussola di Torino, una mostra molto significativa per l’artista, che può contare sul sostegno di Gianfranco Bruno. La personale torinese ha successo e rappresenta per Frangi un essenziale momento di confronto tra la sua arte e il pubblico, in quanto “il valore di un’opera d’arte è anche dovuto a come l’opera viene recepita. Per cui un’opera d’arte non vive di per sé, da sola, ma vive grazie a questo rapporto che riesce a stabilire col mondo.” Il momento espositivo diventa, quindi, un momento di verifica, in cui il giudizio delle persone è fondamentale perché spinge anche a porsi di fronte al proprio lavoro con un certo distacco, osservandolo con occhi diversi e valutandolo in maniera differente.

E proprio grazie a quest’esperienza, alla giovane età di ventitré anni l’artista realizza che “con quel lavoro poteva vivere”. Si tratta di una consapevolezza cruciale perché permette a Frangi di costruire un ponte che connette la dimensione della sua vita da studente e la sua attività in studio con il mondo del mercato, delle gallerie d’arte e del rapporto con il pubblico.

Nel giro di soli tre anni, nel 1986 viene organizzata una sua personale alla Bergamini di Milano e il catalogo viene curato da Achille Bonito Oliva (19), figura di spicco nel panorama culturale che svolge un ruolo importante nella carriera di Frangi. La mostra è composta da tele raffiguranti finestre, poltrone, sedie, tavoli e segna l’invenzione di un proprio alfabeto.

Nel 1987 espone presso la galleria Poggiali e Forconi di Firenze, dove negli anni successivi sarà presente in altre occasioni monografiche.
Nel 1989 Frangi esordisce per la prima volta in un contesto internazionale alla Galerie du Banneret a Berna, dove torna nel 1990 e nel 1992. Seguiranno poi Barcellona nel 1989, New Orleans nel 1993, Carmel nel 1994, Losanna nel 1995, Hong Kong nel 1997, Marsiglia nel 1998, San Francisco nel 2000, Los Angeles nel 2001, Pechino nel 2005, Hanoi nel 2007 e Francoforte nel 2008.

Nel 1997 una mostra antologica a Palazzo Sarcinelli di Conegliano riassume il lavoro svolto da Frangi per dieci anni intorno al tema dominante del paesaggio, soggetto su cui aveva iniziato a lavorare sin dai suoi esordi e con il quale si è sempre trovato particolarmente a suo agio. In quest’evento espositivo, paesaggio corrisponde alla rappresentazione di tangenziali e svincoli autostradali.

Il 1997 è anche l’anno in cui l’artista vince il premio della XII Quadriennale ed espone nella sala del Cenacolo di Montecitorio a Roma il ciclo La fuga di Renzo (2), il racconto di un viaggio nella laguna. Ispirandosi ai canali industriali di Porto Marghera, vicino a Venezia, Frangi traccia un itinerario che parte da un porto al tramonto e giunge in piena notte davanti ad un impianto industriale illuminato dalla luna. Per la prima volta l’artista non pensa a tele singole, ma ad un progetto unitario e, grazie a queste serie, egli comprende come proprio la rappresentazione di paesaggi naturali sia in grado di soddisfare il suo desiderio di esprimersi liberamente e spontaneamente. Frangi aveva iniziato a dipingere realizzando dei quadri aventi per soggetto delle periferie urbane perché particolarmente interessato alla città e al rapporto tra la città e l’area urbana in cui questa finisce. “E poi è come se piano piano fossi uscito dalla città”, avvertendo una certa rigidità nella rappresentazione di strutture architettoniche, per scoprire “una maggiore scioltezza nel rappresentare dei paesaggi in cui c’era una visione della natura”.

La fuga di Renzo costituisce una tappa importante perché segna l’inizio della ventennale collaborazione con Giovanni Agosti, professore dell’Università Statale di Milano con cui Frangi è legato da una profonda sintonia che dà vita a numerosi progetti diversi.

Nel 1998 alla Compagnia del Disegno di Milano espone Il giorno e la notte (3), due soli quadri dello stesso formato che si fronteggiano fino a far scoppiare lo spazio della galleria. I due dipinti hanno misure identiche, enormi rispetto allo spazio espositivo, ma la trama è diversa, più fitta ne Il giorno, più rada ne La notte, e con essa anche l’effetto e le impressioni che producono sono differenti.

In questa stessa sede era stata montata dieci anni prima Testori – Frangi – Milano con un testo di Giovanni Testori (20), figura fondamentale nella formazione di Frangi, e nel 1992 Opere 1991-1992, questa volta con un testo di Luca Doninelli.

Nel 1999 Frangi allestisce al Palazzo delle Stelline di Milano un bosco costituito da 13 tele: Il richiamo della foresta (4)(5). Tutti i dipinti sono della stessa altezza e vengono posizionati in una sala lunga e stretta, non appesi alle pareti, bensì collocati a terra e sorretti da strutture autoportanti in ferro, come delle quinte teatrali. Quando gli spettatori entrano nella sala, questa sistemazione dei dipinti offre loro la ricostruzione di un ambiente naturale attraverso cui avventurarsi, respirando il mutare delle stagioni fino ad un enorme scenario innevato che chiude la sala.

Questa mostra (5) ha rappresentato un passaggio molto importante per Frangi: qui si concretizza l’idea di creare un ambiente attraverso la pittura. “La pittura viene sfruttata come mezzo per creare una sorta di installazione” e nella sala del Palazzo delle Stelline l’effetto è generato dall’insieme di tutti i tredici dipinti. Da questo momento in poi, il modo di esporre dell’artista cambia radicalmente ed egli non concepirà più di realizzare delle mostre apponendo le sue opere alle pareti.

Sempre nel 1999 debutta alla Biennale di Venezia lo Zio Vanja di Čecov per la regia di Federico Tiezzi. Il sipario propone la rappresentazione di un bosco e il suo artefice è Giovanni Frangi.

Sperimentazioni dal 2000 al 2010

Nel 2000 alla galleria Lawrence Rubin di Milano va in scena la mostra di Giovanni Frangi Sculture. Una mostra per l’estate, che si compone di tredici opere su carta di grandi dimensioni e dai colori accesi realizzate con l’emulsione acrilica Primal AC 33. Tali opere propongono ognuna un soggetto diverso: acque di laguna, alberi, edifici industriali, montagne, voli di uccelli e arcipelaghi. Inoltre vi è una grande scultura bianca e rosa esposta nel giardino della galleria intitolata Fiordifragola. Da qui comincia il Frangi scultore. Lo stesso anno la Galleria dello Scudo di Verona espone Viaggio in Italia congedi da temi molto frequentati (per esempio le vedute di Porto Marghera) e aperture su nuove direzioni: gli uccelli che volano, i sassi, i pesci nell’acqua ecc. Inoltre riprende il lavoro di incisore, una tecnica da sempre molto amata da Frangi. E infine sempre nel 2000 realizza la mostra Paintings and papers 1999-2001, presso la Brookings Gallery di San Francisco.

Nel 2001 la Galleria dello Scudo presenta al Miart di Milano Come un’ installazione. Lo stand della fiera diventa luogo poetico dove dipinti di dimensioni molto varie sono accostati a sculture che dal pavimento risalgono sulle pareti. Nello stesso anno Giovanni Frangi pubblica 45 giri, una raccolta di quarantaquattro piccole tele dove le opere instaurano un imprevisto gioco di rimandi con i rispettivi titoli. Inoltre tiene un’altra esposizione all’estero Twelve months pictures, alla Ruth Bachofner Gallery di Santa Monica.

Un’esperienza che Frangi ricorda con particolare affetto e soddisfazione è la mostra che si è tenuta dal 15 febbraio al 21 marzo del 2004 a Villa Panza, dimora settecentesca posta sul colle di Biumo Superiore da cui si gode una vista panoramica unica sulla vicina città di Varese. Il conte Giuseppe Panza è stato uno dei più importanti collezionisti di arte americana in Italia. Infatti a partire dagli anni ‘50 iniziò una collezione d’arte del XX secolo con oltre 150 opere di artisti americani, ispirate ai temi della luce e del colore, che convivono in perfetta armonia con gli ambienti antichi della Villa, oggi proprietà del FAI in seguito alla donazione di Giuseppe Panza nel 1996. La mostra di Frangi si intitola Nobu at Elba (7)(8)(9) e riflette sul tema della notte. Il problema legato all’interpretazione della notte porta Frangi, artista che utilizza il colore come elemento fondamentale del proprio mondo espressivo, a lavorare in sottrazione, realizzando tele prevalentemente monocromatiche. L’opera infatti si compone di quattro grandissime tele (complessivamente lunghe quaranta metri) dipinte quasi esclusivamente coi toni dei grigi, dei bianchi e dei neri, al fine di trasmettere la sensazione di una notte vicino a un corso d’acqua in un ambiente disabitato.

Il progetto di Frangi è molto ambizioso poiché si propone di ricreare la stanza che ospita la sua installazione come fosse un ambiente naturale, al fine di raggiungere un effetto di immersione totale da parte dello spettatore nel suo lavoro. L’artista ricopre le pareti delle scuderie di Villa Panza con le sue tele che compongono un’unica immagine, ispirata al fiume nel momento in cui cala la notte, e che girando attorno alle pareti trasmettono l’idea di immersione totale nell’opera. Frangi realizza anche una ventina di opere scultoree in gommapiuma bruciata dipinte, che vengono disposte nell’ambiente come se fossero dei pezzi che fuoriescono dalle tele, divenendo perciò delle rocce, dei sassi o dei tronchi che si inseriscono armoniosamente nello spazio. Inoltre elemento di novità per Frangi che caratterizza questa mostra è la luce. L’artista vuole ricreare quel delicato e suggestivo momento di confine tra notte e giorno, ben sintetizzato dal termine inglese “twilight”, quella luce debole e fioca che caratterizza appunto il crepuscolo. Frangi studia un sistema di illuminazione della Scuderia Grande di Villa Panza che permetta allo spettatore lo svelamento progressivo del suo lavoro dal buio alla luce: ogni 12 minuti si andava dal massimo della luce al buio più totale. Le persone potevano entrare in qualunque momento ed assistere gradualmente al variare della luce, il cui mutare conferiva un ulteriore senso naturalistico all’ambiente.

Sempre nel 2004 alla Galleria dello Scudo di Verona è la volta di Take off, una nuova serie di paesaggi ripresi dall’alto, quasi una Italia vista dal cielo.
Nel 2005 da Antonella Cattani a Bolzano organizza la mostra Ti ci porto. Qui ricostruisce un racconto alpino: una grande cascata, quadri con il fondo del Tambac e Cacao, un’installazione di 14 sassi dipinti dispersi sul pavimento. Nello stesso anno partecipa alla seconda edizione della Biennale di Pechino.

Nel 2006 a Firenze presso la galleria Poggiali e Forconi apre View master, mostra che prende il nome dai giocattoli diffusi negli anni Sessanta che permettevano di vedere immagini stereoscopiche. Le sale della galleria sono trasformate in un’unica opera, un diorama naturale fatto di gommapiuma che si può spiare solo attraverso piccoli fori. Un omaggio all’Étant donnés di Marcel Duchamp, una sorta di grande scultura che invade gli spazi della galleria la cui visione è consentita solo da buchi che rivelano due scenari naturali: la ricostruzione di un fondale marino da un lato e un’immagine ispirata al disgelo dei ghiacci dall’altro.

Nel 2007 al Miart di Milano nello spazio della Galleria dello Scudo Frangi presenta Underwater (10) una serie di nuovi quadri realizzati con supporti di tele emulsionate e poi dipinte con resine e pigmenti. I soggetti sono immagini di flora sottomarina, forse esotica, rappresentano grotte, alghe, pesci rossi, pesci azzurri, anemoni e stelle marine, tratti da fotografie scattate all’Acquario di Genova. Nel mezzo della sala Noa Noa, una scultura a forma di biscia d’acqua ricoperta di lana di vetro.

Nel 2008 Feltrinelli pubblica Giovanni Frangi alle prese con la natura di Giovanni Agosti (21) che racconta la storia di Frangi degli ultimi dieci anni, da La fuga di Renzo (2) a una mostra mai fatta alla Serra Grande del Giardino di Boboli. Nello stesso anno espone a Francoforte alla galleria Raphael 12 la mostra Sassisassi (11). Eine organiche austellung. Skizzen, Tische, Bilder, Fotografien und Plastiken dove si confronta con il tema dei sassi utilizzando tecniche diverse: tele emulsionate, fotografie dipinte col primal, tavoli composti da immagini diverse e con inseriti sassi veri provenienti dal torrente Anza di Macugnaga, località piemontese ai piedi del Monte Rosa a cui l’artista è molto legato.

Sempre nello stesso anno lavora con Corrado Albicocco e espone alla Gamud di Udine Pasadena, un ciclo di trenta incisioni al carborundum ispirate alle piante dell’Huntington Botanical Gardens e realizza all’Oratorio di San Lupo, ex ossario settecentesco di Bergamo, l’installazione MT 2425 che si compone di cinque quadri d’argento, realizzati con una resina poliuretanica, appoggiati sul pavimento come tappeti.

Nel 2009 alla galleria Il Castello Studio d’Arte Contemporanea di Trento espone trentuno immagini (12), una per ogni giorno del mese, per raccontare i cieli di gennaio. 31 cieli, 31 giorni, accomunati da quella luce, o mezza luce, che è propria delle fredde giornate di gennaio, il mese della tramontana e dei giorni della merla. Trentuno immagini che propongono cieli senza orizzonti apparenti, per comporre un unico mutevole cielo. Il cielo di gennaio, opera che va contemplata dal sotto in su, proprio come si osserva il cielo, con il naso all’aria.

Ancora paesaggio e luce, cioè natura caratterizzano la produzione del 2010: espone al MART di Rovereto Giardini pubblici una grande opera ispirata ai giardini pubblici di Milano nell’ora dell’imbrunire; costruisce poi a Bergamo, presso lo spazio espositivo del Credito Bergamasco, Divina Wallpaper, dodici dipinti raffiguranti le foglie di un platano in autunno che rivestono la stanza come carta da parati, e sul pavimento un tappeto di foglie vere. Nel mese di ottobre dello stesso anno al Teatro India di Roma presenta il ciclo La règle du jeu (13) sei grandi quadri di dimensioni identiche che rappresentano i giardini di Porta Venezia delineati dalle ombre al calar del buio.

Sempre nel 2010, Frangi crea due paraventi Japan e Fragile che vengono esibiti presso la sede di Antonella Cattani a Bolzano. Polittici autoportanti che ricostruiscono un giardino d’inverno nello spazio della galleria, cercando di superare la distinzione tra pittura e scultura, tra recto e verso. Presso la galleria d’arte Barbara Paci di Pietrasanta ha luogo invece la mostra Wabi – Sabi. I muri della galleria diventano acqua attraverso un wall drawing a tema marino. Un acquario popolato da disegni leggeri di pesci che nuotano sulle pareti e collegano una serie di dipinti sul mondo del mare: è Wabi-Sabi, titolo desunto dalla tradizione giapponese di accettazione e valorizzazione dell’imperfezione e della transitorietà, della bellezza della natura. Infine realizza Vallemosso (14) un dittico dipinto su una tela di lino molto leggera, con un effetto di trasparenza se visto controluce, in cui il colore è diluito tanto da sembrare un acquerello. Un omaggio alle risaie della pianura padana – anche se in realtà Vallemosso è un paese delle prealpi piemontesi – in cui il paesaggio e i colori cambiano radicalmente con il passare delle stagioni, ed è ospitato negli ambienti del Politecnico di Lecco.

La serialità dal 2011 ad oggi

Il concetto della serialità è un tema molto caro all’artista poiché è associato nel contemporaneo ad Andy Warhol ed alla sua Factory, che ha interpretato dei temi e delle icone declinandoli in centinaia di opere diverse ma complementari, e in questo ha trovato la sua forza.

Per Frangi la serialità è fondamentale e lo fa sentire a suo agio. Per capirne appieno il concetto si deve partire dalla serialità di Monet: un artista ottocentesco che per quasi trent’anni dipinge solo ninfee creando un ciclo di grandissima apertura verso il futuro. Forse però, per Monet la scoperta della serialità avviene con le opere dedicate alla Cattedrale di Rouen.

Per Frangi la serialità significa riflettere su di sé cioè affrontare e ri-affrontare i propri temi in maniera ripetuta. Tale azione in parte dovuta all’insoddisfazione diventa anche necessità contingente: quasi che la sua creatività avesse necessità di espandersi in più di un quadro. Tutto ciò viene incarnato in Arcipelago del 2011, una serie, appunto, che declina quelle possibilità e quelle varianti anche cromatiche che non sarebbe stato possibile condensare in un’unica opera. Le opere ripetute sono sì seriali ma non ripetizioni. Sempre allestimenti come installazioni con a tema riflessi di paesaggi e nuvole si snodano tra il 2012 e il 2013, mentre nel 2014 in River sceglie come mezzo espressivo il video, con l’aiuto di Julia Krahn.

Il 2014 è anche l’anno del primo intervento in un luogo sacro: la chiesa di Santa Gianna Beretta Molla a Trezzano sul Naviglio, con un disegno che si sviluppa lungo tutto il perimetro interno dell’edificio, una Via Crucis e una grande pala d’altare. Quello di Frangi diventa un dialogo costante e ininterrotto con il mondo della natura che lo porta con Urpflanze alla Villa Carlotta di Tremezzo, sulle rive del Lago di Como nel 2018.

Dal 19 settembre al 22 novembre 2020, alla Stamperia d’arte Albicocco di Udine è presentata “Vocali” (17) che mostra al pubblico l’ultimo lavoro realizzato in collaborazione con la stamperia d’arte udinese. Il tutto prende ispirazione da una delle più celebri poesie di Arthur Rimbaud. Vocali è il titolo di questa serie di incisioni all’acquatinta. Il poeta si avventura in un gioco visionario di associazione tra il suono delle vocali, componenti minime del linguaggio, e i colori. La A è il nero a cui si oppone il bianco che risuona nella E; la I è il rosso violento che crea un attrito con il verde che risuona nella U; infine la O associata al blu, colore abissale che rimanda all’Omega. È anche questa un’occasione per Frangi di rivisitare alcuni tra i motivi centrali della sua produzione: gli arcipelaghi, Venezia, i sassi, il fiume, le baite sulle pendici del San Bernardino.