Cronaca
L'intervento

Troppi incidenti sul lavoro, "Gestire i rischi aziendali è un obbligo morale ancor più che sociale"

"In azienda non si deve essere dei superman, solo dei “buoni padri di famiglia”, sempre, ogni giorno"

Troppi incidenti sul lavoro, "Gestire i rischi aziendali è un obbligo morale ancor più che sociale"
Cronaca Lecco e dintorni, 23 Novembre 2021 ore 11:22

Di Lorenzo Della Bella, avvocato di Lecco

E’ passato da pochi giorni l’ultimo incidente sul lavoro, fatale per un onesto lavoratore del territorio, come è di ieri un investimento con esiti gravissimi nel piazzale di un'impresa brianzola. Pochi giorni per non cogliere l’occasione di quella morte e tentare un ragionamento, senza personalismi e senza ipocrisie.
Siamo a Lecco, in Brianza, nel cuore pulsante del PIL nazionale.

Sono un avvocato e da anni mi occupo di 231/01 una normativa che, se applicata correttamente, permetterebbe di ridurre il rischio di commissione di reato in azienda. Ho diversi master in materia e sono formatore accreditato delle sigle datoriali del territorio.
Ho implementato la 231/01 in alcune realtà industriali, forse scettiche, forse ammagliate dagli sgravi del premio INAIL, forse spinte da motivi utilaristici.

L’azienda è un luogo dove vengono commessi reati, dove si commettono reati, come avviene in tutti i contesti sociali d’altronde.
Difficile da credere ma ogni mese vengono commessi diversi reati in azienda: societari, tributari, fallimentari, informatici, ambientali e, purtroppo, anche in materia di salute e sicurezza sul lavoro: lesioni gravi, gravissime e morti. E siamo in Lombardia: d’altronde maggiore è il numero delle persone impiegate maggiore diventa il rischio reato.
Ma qual è il punto. Sta nella colpa di organizzazione: si contesta all’impresa la colpa di organizzazione che non è la colpa di chi si è organizzato male bensì la colpa di chi non si è organizzato per niente.
L’imprenditore, oggi nel 2021, non è più colui che è il miglior in officina o al telefono, quando si vende, ma è colui che deve organizzare l’impresa; e se è vero che alcuni sono all’altezza, sotto il profilo del cash flow, del controllo di gestione, della qualità è purtroppo vero che pochissimi sono in grado di comprendere e gestire i rischi aziendali: i rischi non possono essere annullati, certo, ma possono essere gestiti e ridotti.
E’ un obbligo morale ancor più che sociale. E’ un dovere individuale ancor più che collettivo.

Sarebbe troppo facile eccepire che gli imprenditori non possono farsi carico anche di questo costo, l’organizzazione, ma quale sarebbe l’alternativa. La pandemia, la crisi della materia prima e quella dell’energia hanno dato atto di una classe imprenditoriale resiliente e antifragile, capace di far fronte a tutto anche all’imprevedibile. E allora la domanda rimane sul tavolo della discussione: come mai non ci prendiamo cura del prevedibile ? E non ci fermiamo a pensare seriamente quando le cose accadono e, magari, avrebbero potuto essere evitate ?
E’ troppo facile ridurre tutto alla “fatalità”.
La legge riconosce all’imprenditore un dovere di diligenza, prudenza e perizia oltre alla responsabilità di ricoprire una posizione di garanzia.
Un operaio entra in azienda pensando di essere al sicuro e che, in caso contrario, ci sarà qualcuno pronto a intervenire per evitare; un superman, insomma, non un imprenditore.
Forse quel lavoratore potrebbe passare per ingenuo ma è la base del concetto di affidamento. In casa, al lavoro, fra le braccia della mamma, con la propria banca, nelle mani del proprio professionista ci si sente al sicuro, ci penserà lui ad evitare che succeda l’imponderabile.
Bisogna solo mettersi nella visuale di chici guarda e ci accorgeremo che la fiducia e l’affidamento è il motivo per cui decidono di lavorare da noi.

Poi ci sono gli aspetti economici. Ognuno di noi ha i suoi margini, le sue ragioni di utile e di utilità e ognuno di noi fa delle scelte; ma anche la scelta di non scegliere lo è, diceva qualcuno.
Ebbene. Basterebbe fermarsi in occasione di un episodio che sarebbe potuto succedere a chiunque e in qualunque azienda per capire se davvero la vita umana, quella di un padre o una madre di famiglia, quella di un operaio o di un impiegato o di un dirigente, non valga il tempo per riflettere di voler cambiare le cose, di voler incidere e di voler - magari - provare a salvare una vita umana.

In azienda non si deve essere dei superman, solo dei “buoni padri di famiglia”, sempre, ogni giorno.