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Dolore

Straziante testimonianza di una infermiera del Manzoni dopo la morte di un paziente: “Non meritavi di morire solo, senza la tua famiglia”

"Ti abbiamo stretto la mano, in quel momento avrei voluto abbracciarti, quell'abbraccio che in questo momento è negato. Ma ero bardata, avevo camice, mascherina, occhiali"

Straziante testimonianza di una infermiera del Manzoni dopo la morte di un paziente: “Non meritavi di morire solo, senza la tua famiglia”
Cronaca Lecco e dintorni, 16 Aprile 2020 ore 17:36

La morte è sempre una lacerazione dell’anima. Perdere un paziente, per un operatore sanitario, è sempre un dolore. Ma vedere un uomo che si spegne tanto lentamente quanto inesorabilmente, senza l’affetto, il supporto dei propri cari, deve essere una esperienza davvero terrificante. L’ha vissuta nei giorni scorsi,  Graziella Belcaro, infermiera dell’ospedale Manzoni di Lecco, attiva nel reparto di Nefrologia. L’ha raccontata in un lungo, lucido straziante post su facebook. Una testimonianza cruda, ma che dà la misura di quello che durante questa emergenza sanitaria è accaduto e continua ancora ad accadere nel nostro ospedale.

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Straziante testimonianza di una infermiera del Manzoni dopo la morte di un paziente: “Non meritavi di morire solo, senza la tua famiglia”

“Tu no. Tu dovevi farcela. Lultima notte che ho fatto ti abbiamo chiesto “vuoi chiamare tua moglie, tua figlia? “. Sai ho notato il cellulare che avevi sul comodino, era l’ultimo modello del sansung quindi ho capito che in fatto di tecnologia te ne intendevi. Mi hai risposto ‘No non ho il coraggio di farmi vedere così?”.Eppure dovevi chiamare la donna che amavi, quella donna con cui hai condiviso una parte del tuo vita, ma anche lì tu hai pensato al suo bene. Avevi il casco cpap, ma dicevi che era tutto ok. No non era tutto, ok la tua saturazione si abbassava, ma tu eri un uomo umile, quell’ umiltà, ormai dimenticata . Ti ho detto “forza mi raccomando non mollare la febbre è scesa è un buon segno” tu con i tuoi occhioni rossi di lacrime, mi hai guardato ” si non mollo”.Puoi abituarti a tutto, all’odore dell’amuchina, al camice da mettere prima di entrare in camera, alla mascherina che ti lascia il segno sulla fronte, ma agli occhi pieni di tristezza. Quelli no. Rimarranno come cicatrici nella nostra mente . Ti abbiamo stretto la mano, in quel momento avrei voluto abbracciarti, quell’abbraccio che in questo momento è negato. Ma ero bardata, avevo camice, mascherina, occhiali forse avrei potuto darti quell’abraccio, perché non ho ascoltato il mio cuore? Abbracciarti. Tu dovevi farcela perché eri un paziente che ci eri entrato nel cuore. Sai ogni tanto capita che ci sono pazienti che ci entrano nel cuore, sono speciali . In nefrologia è così, anche se sono lì da poco più di un anno. Devi sapere che arrivate ci si conosce, impariamo a conoscere le vostre abitudini a conoscere il vostro carattere. Tu eri una persona buona, non avevi pretese, sempre sorridente. Tu dovevi farcela, non dovevi andartene. Dovevi tornare da tua moglie dai tuoi figli. Dovevi ritornare forse tra qualche mese a fare i controlli in nefro da noi. Sorridere, con noi, Tu eri una persona buona, un signore. Non meritavi di morire solo, senza la tua famiglia. Con un casco in testa in un letto di ospedale, con delle lenzuola con sopra scritto “azienda ospedaliera di Lecco”. Dovevi tornare a casa . B.. hai lasciato in tutti noi un vuoto. Ancora una volta la mia fede vacilla. Quale Dio può permettere una morte così in un uomo senza peccato, alcuno? Buon viaggio guerriero”