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Le violenze, la separazione, il perdono: “Diventata più sicura di me in comunità”

Storia di Claudia e di un amore rinato: «Ci siamo mancati tantissimo»

Le violenze, la separazione, il perdono: “Diventata più sicura di me in comunità”
Cronaca Lecco e dintorni, 20 Aprile 2020 ore 18:57

Parlare della violenza di genere con chi la tratta quotidianamente, per favorire il dibattito su questa piaga e mettere a fuoco l’inclusione sociale dei soggetti interessati. Tutto questo fa parte di Young Inclusion, il progetto sorto per recuperare e prevenire situazioni di grave marginalizzazione di giovani attraverso la costruzione e il consolidamento di community care per disabili fisici da incidente, donne in situazione di disagio e ragazze con disturbo di personalità borderline. Young Inclusion è sostenuto da alcune cooperative lombarde (tra cui “Il Sentiero”, di Merate), ed è parte del programma Interreg Italia-Svizzera, Asse 4 Integrazione.  Un percorso iniziato a giugno 2019 e che ha ricevuto 1,2 milioni di euro di finanziamento per tre anni

 

Hanno vissuto lontano per più di un anno e mezzo. A casa lui, in una comunità di accoglienza lei, Claudia (nome di fantasia, come gli altri presenti nell’articolo), che assieme al figlio di sei anni è stata allontanata dal padre del piccolo a seguito di alcuni episodi di violenza da lei subiti.
Ma, in una originale controtendenza, i due hanno scelto di tornare assieme, giusto poche settimane fa, quando la giovane madre ha terminato il suo percorso presso un centro della Cooperativa «Il Sentiero». Certo, c’è il desiderio di mettersi alle spalle quanto accaduto, ma a sentire lei anche la convinzione che pure questo periodo di fatica e dolore «serve, come tutto quello che accade nella vita: mi ha reso diversa, più sicura di me».

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Le violenze, la separazione, il perdono: “Diventata più sicura di me in comunità”

Glissa sugli episodi del passato, Claudia: non è facile raccontare tutto quanto accadeva a casa col compagno, col quale era assieme da 7 anni. Resta, però, la traccia di un percorso che ad un certo punto prende una svolta amara quando, un giorno di maggio 2018, viene allontanata da quell’uomo assieme al bambino.
«Fu un’assistente sociale a portarci in Comunità». Parrebbe un punto di non ritorno: «I primi mesi furono tosti: mi sentivo male e tutto era difficile. Ma in comunità sono molto bravi, poiché sanno come metterti a tuo agio, parlarti, capirti anche nelle difficoltà col bambino. Ecco, era chiaro che c’era qualcuno con me». In Comunità ogni nucleo ha la sua camera, ma gli altri spazi sono comuni: bagni, cucina, sale… «Ti trovi a vivere con donne con cui magari non staresti mai, anche caratterialmente diverse da te. Eppure posso dire che con tutte, in qualche modo, ho creato un rapporto». Intanto, con Stefano non si sentiva più: «Avevo cambiato numero di cellulare, e per sette mesi non ci siamo mai incontrati». Poi, un giorno, si ritrovano alla festa di Natale dell’asilo del bambino: «Pochi giorni dopo dovevamo rivederci in banca, per sistemare alcune questioni di firme. Lì gli ho lasciato il mio nuovo numero di cellulare, d’accordo con l’assistente sociale. Così talvolta capitava di sentirci al telefono».

La rinascita

Un passo alla volta, uno spiraglio di luce si allargava sul buio di quel passato sofferto. E il rapporto ha tornato ad essere interessante per entrambi: «Un giorno siamo riusciti a vederci a pranzo: ci eravamo mancati un sacco. Ho anche colto, da parte sua, un avvicinamento che non era soltanto sentimentale, ma anche di pensiero, tanto che abbiamo scelto di fare una terapia di coppia assieme».
È stato come incontrarsi di nuovo, fino ad accettare di tornare a vivere assieme, lo scorso marzo.
«Da vedersi pochissimo a tornare a convivere non è stato un passo facile. Però l’abbiamo preso con piena voglia, e non abbiamo intenzione di interrompere il percorso di coppia che stiamo facendo».
Chi è cambiato non è soltanto lui: «Io stessa ora mi sento diversa, più sicura di me e di quello che voglio. Prima non lavoravo, in quanto dopo la nascita del bambino avevo dovuto smettere. Ero sempre a casa, non mi sentivo io, i litigi e le incomprensioni con lui rendevano complesso tutto, e spesso mi sentivo stupida. Il percorso in comunità mi ha reso più consapevole di me»