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La rinascita dopo il coma, la storia di Arianna Garrone

L'inno alla vita raccontato in prima persona dalla studentessa del Greppi di Monticello.

La rinascita dopo il coma, la storia di Arianna Garrone
Casatese, 29 Luglio 2018 ore 09:30

L’incidente, il coma, quindi le cure, la riabilitazione e il ritorno alla vita. La storia di Arianna Garrone, 18 anni, studentessa del Greppi di Monticello, è un inno alla vita. A come si può rinascere dopo il dramma, tornando sui banchi di scuola e alla redazione del Giornale di Merate, dove la giovane ha svolto un periodo di stage. Ha voluto la raccontare la sua storia in prima persona, ecco il suo scritto integrale.

Arianna Garrone, storia di una rinascita

Mi chiamo Arianna Garrone e vivo ad Arcore, in provincia di Monza e Brianza. Il 24 agosto 2017, a soli diciassette anni e tre mesi, sono stata investita mentre viaggiavo in bicicletta in via Golgi, ad Arcore.  Non sono in grado di ricordare la dinamica dell’evento, a causa dei danni neurologici che ho subìto. Le varie ricostruzioni che ho raccolto rappresentano l’unica cosa che può descrivere l’evento e conosco quindi specificatamente le dinamiche del fatto grazie a ciò che mi hanno raccontato e a ciò che ho letto su internet, ma è tuttavia per me non più di una storia e non qualcosa che mi è realmente capitato, proprio perché non posso ricordare di averlo vissuto in prima persona. Questo rende certamente più facile descrivere questi avvenimenti.

Il drammatico incidente

Tutto ciò che io riesco a ricordare è, infatti, di essermi trovata davanti all’incrocio di via Golgi, prima di attraversarlo, i vari sogni che ho fatto in coma e che incredibilmente ricordo, per poi passare a un drastico salto temporale che mi ha portata direttamente a Villa Beretta. E’ il centro riabilitativo in cui sono stata trasferita dopo i venti giorni che ho trascorso in stato comatoso al San Raffaele e nel quale avrei ricominciato a camminare, abilità persa a causa dei danni al cervello.  La strana coscienza che è derivata da questo susseguirsi di eventi che apparivano nella mia memoria, insieme alla critica e precaria condizione del mio cervello, ha creato in me una grande confusione. Ero veramente certa di essermi effettivamente addormentata in quel parchetto – ancora con i miei amici – e di star sognando. Motivo per cui dicevo spesso, a voce più alta che potevo, “svegliatemi” – sperando di dirlo nel sonno e farmi svegliare dai miei amici. Avevo anche considerato l’idea di star sognando nel letto di casa mia e perciò chiedevo spesso a mia madre di svegliarmi, quando sarebbe tornata a casa, così come pregavo le mie stesse sorelle di farlo, durante le loro visite in ospedale o durante le mie frequenti chiamate impulsive al noto e tranquillizzante contatto “Casa”. Non escludevo inoltre la possibilità di essere effettivamente morta e di trovarmi in una sorta di “paradiso” di cui gli infermieri, con i loro camici bianchi, erano gli angeli. Avevo in effetti, durante quel confuso periodo, messo in discussione il mio storico ateismo per diventare temporaneamente cristiana, per darmi una spiegazione a quanto successo e per sapere cosa sognare nelle lunghe notti che lì iniziavano troppo presto, verso le sette e mezza.

La fede cristiana

Le mie stesse amiche del tempo sono state sbalordite quando, alla loro visita, ho detto loro di essere diventata cristiana. In un ospedale in cui erano in effetti presenti molte suore che partecipavano alla messa settimanale che si teneva in una delle stanze del centro riabilitativo, ciò poteva essere una palese fonte di battute. In ogni caso, occorrerebbe discutere della fine del mio coma.  Sono stata in una forma grave di coma per circa venti giorni e mi sono risvegliata appena arrivata a Villa Beretta, benché non riesca a ricordare quasi niente del primo mese lì trascorso. I miei genitori mi hanno raccontato che apparivo inizialmente parecchio confusa, essendo convinta di avere non diciassette bensì sedici anni e non sapendo rispondere con correttezza temporale a semplici domande come il mio cantante preferito e la mia amica preferita. Molti infermieri mi hanno poi raccontato di quanto si sono rattristati a vedere una ragazza così giovane, di soli diciassette anni, trasportata in stato comatoso dentro quell’edificio pieno di uomini e donne perlopiù di mezza età. Una cosa che certamente contribuì a nutrire la mia illusione di trovarmi in un sogno fu la diversità del mio aspetto: non ero più in grado di camminare, ero molto dimagrita, ricoperta di cicatrici, specialmente sulla testa e sul braccio sinistro, e i miei capelli erano stati rasati.

Un nuovo equilibrio

La situazione era veramente complessa per essere adeguatamente analizzata dal mio cervello al tempo danneggiato ed era perciò normale che fuggissi in delle illusioni che la mia psiche aveva costruito per spiegare a se stessa una realtà che non poteva essere compresa. La mia mente ha potuto ora raggiungere un equilibrio, per il cui ottenimento ha percorso una strada lunga e piena di alti e bassi nel corso dei mesi. Ciò ha sfavorito il mio andamento scolastico: nei tre mesi che ho trascorso a scuola, all’istituto Villa Greppi di Monticello, dopo essere stata dimessa dal centro di riabilitazione il 3 dicembre, non sono riuscita nel mio obiettivo di recuperare il programma spiegato durante la mia assenza e di essere così promossa. Infatti, tale proposito è stato negativamente influenzato dalle circostanze: pur essendo uscita dall’ospedale a inizio dicembre, sono dovuta andare ancora a continuare le mie abituali attività di fisioterapia e logopedia tre volte a settimana fino al termine di febbraio, potendo così ricominciare la scuola solamente a marzo. I professori hanno poi preferito non iniziare immediatamente a farmi recuperare, prendendosi un po’ di tempo per capire come reagivo alla mole di studio e alla ripresa dei ritmi scolastici; mi sono dunque trovata a dover studiare il programma annuale di quarta di Scienze Umane, seppur ridotto ai contenuti essenziali, in un mese di scuola, dovendo svolgere letteralmente una verifica ogni giorno. Nonostante il mio palese impegno e la mia intelligenza, già nota ai professori, e nonostante il loro stesso impegno a prepararmi un programma di recupero personalizzato, non sono quindi riuscita a passare l’anno.

Trarre il meglio dalle esperienze

Mi piace tuttavia pensare che quest’esperienza, per quanto ricca di conseguenze negative e costellata di tragiche ripercussioni, mi abbia permesso di imparare veramente molto su me stessa e sulle persone che mi circondano; che mi abbia permesso di maturare in un modo che raramente è concesso a dei miei coetanei; che si può imparare a vedere del buono anche nella più brutta delle situazioni; che se sono sopravvissuta a questo, posso sopravvivere a tutto. E so che questo mi sarà utile nella vita. Il periodo dell’ospedale, che trascorrevo muovendomi avanti e indietro in sedia a rotelle – che dovevo usare perché il mio cervello non riusciva a comandare le mie gambe – e lasciando viaggiare la mia mente nelle mille illusioni che si era raccontata, è infatti stato un’occasione per conoscere meglio me stessa e la vita in generale.

Arianna Garrone

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