Sopravvissuto

Finalmente è tornato a casa dopo 200 giorni di Covid

Ricoverato il 24 marzo in ospedale a Lecco, Angelo Cospito, è rientrato a Villa d’Adda per i suoi 71 anni. Dalla disperata ricerca delle bombole d’ossigeno in casa fino al ricovero in terapia intensiva Poi una lunga degenza riabilitativa, perché il Coronavirus è una brutta bestia e lascia il segno.

Finalmente è tornato a casa dopo 200 giorni di Covid
Isola, 23 Ottobre 2020 ore 10:59

Ricoverato per 200 giorni, 28 interminabili settimane. E il motivo per cui è rimasto in ospedale tanto a lungo è proprio quello: il Covid-19. Ora è finalmente tornato a casa, giusto in tempo per festeggiare il suo 71esimo compleanno. La sua battaglia contro questa maledetta malattia l’ha vinta, anche se a caro prezzo.

Finalmente a casa

Il calvario inizia a fine marzo

E’ la mattina di martedì 24 marzo quando un’ambulanza si ferma davanti alla casa di Angelo Cospito, lungo il viale delle Industrie, il provinciale che attraversa Villa d’Adda bassa. Le ricorderete, le settimane più buie: tutti avevamo paura e del virus ne sapevamo ancora poco o nulla. Già da qualche giorno Angelo non stava bene: prima la febbre, poi una profonda stanchezza e dopo ancora la difficoltà a respirare. Alla fine arriva la guardia medica: un dottore giovanissimo, che testa la saturazione del sangue e capisce tutto al volo. E’ necessario un ricovero in ospedale.

Lo striscione di benvenuto

Ma siamo nella Bergamasca, in cui da meno di un mese è come se fosse esplosa una bomba nucleare e di posti in ospedale in quel momento non ce ne sono. E così scatta inevitabilmente il Piano B, coi famigliari che schizzano come biglie impazzite in tutte le farmacie del circondario, letteralmente mendicando una bombola d’ossigeno da portare a casa, perché anche di quelle in giro non ce ne sono più. Esaurite. Alla fine, per un regalo del destino se ne trova una, al di là del fiume, rimasta alla farmacia accanto all’ex Hotel Adda di Paderno, oggi convertito in Rsa.

Ma un po’ d’ossigeno a domicilio non può bastare ad Angelo, nelle condizioni in cui è. La notte in qualche maniera passa, la mattina successiva per fortuna si trova un posto a Lecco. Sono i volontari dell’Avsa di Cornate a venire a prenderlo e lui ci tiene a far le scale con le sue gambe, malgrado la febbre: lo sguardo di chi parte e di chi resta però è denso di tristezza, perché i racconti dei troppi ricoverati di cui i parenti non sanno più nulla è già davanti agli occhi di tutti.

L’arrivo all’ospedale di Lecco

La colonna di ambulanze in fila per accedere al Pronto soccorso dell’ospedale Manzoni è impressionante e dura per ore. Ma una volta dentro è addirittura un “girone dantesco”, così lo racconterà Angelo molto tempo dopo («Ne ho viste di tutti i colori”).

E’ scontato, e arriva in poche ore, l’esito del tampone, ma nei primi giorni di degenza le condizioni sembrano non peggiorare sensibilmente, tanto che al pensionato vengono serviti anche alcuni pasti che però non riesce comunque a mangiare per la debolezza (ma nella memoria gli è rimasto impresso ancora oggi il profumo di una crema di funghi).

A non fare sconti, purtroppo, è invece la polmonite interstiziale, che monta sotto la cenere, tanto che a soli 5 giorni dal ricovero la famiglia perde improvvisamente i contatti. Nel frattempo, infatti, Angelo non è più in grado di utilizzare da solo il cellulare perché gli hanno messo in testa il famoso casco Cpap («Quando ti mettono quel pallone in testa non senti più nulla fuori. Sei isolato. Anche per bere serve la cannuccia», racconta Angelo), che però si rivela anch’esso un palliativo…

Ci vorrebbe la rianimazione, ma posti liberi non ce ne sono e allora si va avanti così, fino a quando la Provvidenza si palesa con i suoni gutturali tipici della parlata tedesca: sì, perché è proprio la Germania a tendere una mano all’Italia offrendosi di ricoverare alcuni malati, in quel periodo, alleggerendo così i reparti dei nostri ospedali ormai saturi.

Con la moglie Annamaria

Due mesi in terapia intensiva

Ed è così che a Lecco si libera un posto in terapia intensiva, reparto nel quale Angelo fa il suo ingresso il 3 aprile. Ne uscirà solo il 31 maggio, dopo più di un mese di buio totale in gran parte trascorso in completa incoscienza, più un altro mese con pochi frammentari ricordi solo nell’ultima fase. Angelo vende cara la pelle e grazie alla salute di ferro che aveva prima d’ammalarsi riesce a sopravvivere alla polmonite, ma rimarrà comunque ventilato, perché il Covid è stato spietato e i polmoni sono in parte compromessi.

Sono pochi i ricordi di quei giorni. Il disorientamento dopo un blackout di settimane e la sedazione (alleggerita solo dal 25 aprile) offuscano la memoria. E’ un mondo a parte, la terapia intensiva, un mondo silenzioso nel quale i pazienti soffrono senza voce.

Ma i medici a un certo punto capiscono che ce la può fare e scommettono su di lui, che non li delude, continuando a combattere una battaglia silenziosa, immobile nel letto con ogni sorta di tubi e sensori attaccati al corpo.

Si dimostra un vero leone, questo pensionato nato 71 primavere fa sulla costa ionica della Calabria e arrivato a Villa d’Adda non ancora maggiorenne: certo, se è difficile stabilire chi abbia la testa più dura tra i bergamaschi e i calabresi, nel suo caso è tutto più facile… ma della terra d’adozione Angelo ha assorbito anche il gran cuore, la schiettezza e soprattutto («Berghem mola mia») la voglia di non arrendersi mai.

E in tutto questo Angelo è sempre stato per quanto possibile lucido: «Non avevo idea di quel che stava succedendo fuori o a casa, me l’hanno raccontato dopo. In quei momenti pensavo ai miei cari, ma anche al mio futuro, cercando di concentrarmi sulle visite e le terapie che avevo da fare». Una grandissima forza di volontà e un’assoluta voglia di vivere che sono state e sono ancora oggi determinanti.

Il trasferimento a Merate

A un certo punto, i vertici dell’ospedale decidono che Angelo è pronto per essere trasferito in una nuova unità di pneumologia riabilitativa aperta anche ai pazienti post Covid ed è così che il 10 luglio arriva a Merate al Mandic, all’interno del quale è stato allestito (al quinto piano) un reparto dell’Inrca di Casatenovo (che in quelle settimane è in ristrutturazione). La riabilitazione è lenta ma, come la goccia sulla pietra, piano piano ottiene risultati, tanto che il 71enne di Villa d’Adda ricomincia a parlare e ad alzarsi dal letto grazie all’aiuto di diversi fisioterapisti.

Coi palloncini

Verso il ritorno a casa

Alla fine di agosto il ritorno sembra farsi ormai più vicino, ma c’è ancora da aspettare. E intanto c’è anche il tempo per preparare la sua casa ad accoglierlo nuovamente: con l’ospedale si attivano le varie richieste per far arrivare per tempo un apposito letto, l’ossigeno per la respirazione e tutto quanto serve per poter essere sostanzialmente autonomo, anche se con la necessaria costante supervisione dei familiari e di specialisti che vanno e vengono.

E’ martedì 6 ottobre, quando Angelo torna a Villa d’Adda, esattamente sette giorni prima del suo compleanno (il 13 ottobre) e quasi sette mesi dopo averla lasciata. Ed è una festa, con tanto di striscioni e palloncini e con alcuni parenti arrivati in giardino (comunque distanziati) per accoglierlo. La commozione è tanta e le si dà libero sfogo con applausi e grida, anche se gli occhi sono appannati: casa dolce casa, bentornato Angelo.

Gli ultimi tempi a Merate nella Riabilitazione Inrca

I ringraziamenti della famiglia, e in particolare della moglie Anna, vanno al personale medico e paramedico dell’ospedale di Lecco e anche di Merate, dove Angelo Cospito ha trascorso l’ultimo periodo nel reparto di Pneumologia riabilitativa Inrca. «Grazie anche a tutte le persone che ci hanno aiutato, sostenuto e confortato in questi lunghi e difficili mesi. E un pensiero va anche a chi ha atteso invano il ritorno del proprio caro», ha aggiunto Annamaria Locatelli.

«E’ bello essere di nuovo nel mio mondo – ha confidato il pensionato – anche se dopo tanto tempo anche l’ospedale era diventato una specie di casa, dove non sono mancati i sorrisi e le carezze da parte del personale più sensibile». Darsi degli obiettivi, vivendo giorno per giorno. E’ questa ora la vita di Angelo: «Questa è una brutta malattia, che lascia segni profondi… altro che influenza. Una settimana prima di ammalarmi facevo mille cose, ora, sette mesi dopo, le cose sono molto cambiate. Il mio traguardo è tornare ad essere il più possibile autonomo».

Daniele Pirola

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