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Figli con disturbo borderline: un’associazione sostiene i genitori

Dall’esperienza di una famiglia è nata “Armoniamente”: fare rete per diffondere percorsi di cura adeguati

Figli con disturbo borderline: un’associazione sostiene i genitori
Attualità Lecco e dintorni, 13 Dicembre 2021 ore 17:13

Fare rete tra genitori con figli con disturbo borderline di personalità, per sostenere una corretta cultura di questo malessere e diffondere percorsi di cura adeguati: «Con il giusto aiuto si può trovare una soluzione anche a questa sofferenza, che all’inizio pare disperata, senza via d’uscita». A parlare è un papà che per chiare ragioni vuole rimanere anonimo, che nel 2017 ha fondato, assieme ad altre persone e parenti, l’associazione Armoniamente, portando a fruttare l’esperienza e la storia - dolorosa, ma anche piena di prospettiva - vissuta dalla figlia, oggi 22enne, affetta da disturbo borderline in adolescenza.

Figli con disturbo borderline: un’associazione sostiene i genitori

«Nostra figlia ha iniziato a manifestare i segni di questo disturbo nei primi anni delle scuole superiori, improvvisamente, ed è stato un continuo declinare, fino al dramma di un tentativo di suicidio. Eravamo disperati perché sembrava che una risposta terapeutica non ci fosse». Il padre racconta di quanto sia difficile per le famiglie trovare una via ragionevole: «Il circuito sanitario in ambito neuropsichiatrico infantile è abbastanza carente, le strutture deputate a dare risposte sono in grave difficoltà, e, con esperienza, dico che talvolta indicano percorsi anche sbagliati, proponendo a volte approcci più farmacologici che terapeutici. Qui, invece, serve un trattamento psicoterapeutico preciso e intensivo».

È stato quello che questa famiglia ha trovato nell’incontrare il trattamento GET, ideato all’Ospedale San Raffaele (partner di Young Inclusion) da Raffaele Visintini, psicologo psicoterapeuta, o nelle community care della rete della Cooperativa “Il Sentiero” e la Cooperativa “La Clessidra” (anch’esse partner di progetto) che accolgono ragazze con disturbo border. «La situazione emergenziale di mai figlia è passata, ed è poi tornata in famiglia. Con amici e parenti, però, abbiamo sentito la necessità di fondare un’associazione che provasse a favorire la conoscenza del disturbo borderline, e che si impegnasse a cercare fondi per sostenere la formazione di professionisti dedicati, per dare continuità ai percorsi di cura, sostenere le strutture che funzionano ed, eventualmente, supportare quelle famiglie che non possono pagarsi le cure».

Armoniamente

In questo modo è nata Armoniamente, che ha certamente pagato l’esplosione del Covid e lo stop imposto a iniziative sociali di vario genere: «In questi ultimi due anni è stato complesso organizzare eventi per raccogliere fondi, ma ora vogliamo ripartire sperando di riuscire a mettere a segno qualche occasione utile per promuovere le nostre iniziative. È importante che si parli di questo disturbo: nessuno sa di cosa si parli, nonostante sia una patologia diffusa tra gli adolescenti. Chi ne è entrato in contatto vive quasi nella disperazione, per questo occorre costruire una rete, con pazienza, per favorire l’informazione, sostenere chi si trova in difficoltà, promuovere i percorsi di cura attraverso l’aiuto a pazienti e professionisti stessi».

Cosa è il disturbo borderline

L’origine del disturbo borderline di personalità non è prettamente biologica, ma è spiegabile con una teoria biopsicosociale: il soggetto che soffre di un tale malessere ha un funzionamento cerebrale diverso, che viene però stimolato dall’ambiente sociale in cui questa persona si trova a vivere e relazionarsi. L’esordio avviene in età adolescenziale, e più spesso a soffrirne sono le ragazze, che si trovano così a vivere una disregolazione emotiva, cioè un’incapacità a regolare le proprie emozioni: sono soggetti che attuano comportamenti impulsivi come autolesività, abuso di sostanze, eccessi alimentari, fino anche ai tentativi di suicidi.

Tanto preoccupa il disturbo borderline di personalità, quanto è importante dire che una via per uscirne c’è, e il progetto Young Inclusion opera, tra le altre cose, per sostenere questa strada. Essendo un disturbo della sfera psicologica, che non ha quindi una origine solamente biologica, secondo la rete di medici che ruota attorno al progetto questo malessere può essere curato, attraverso delle psicoterapie sempre più provate ed evidence-based, che partono dall’utilizzo di tecniche cognitivo-comportamentali, che aiutano il soggetto a riattivare quelle parti del soggetto che per storia e vissuto sono desincronizzate con le aree del cervello in cui si generano le emozioni. In un secondo momento, poi, i percorsi prevedono tecniche più dinamiche, volte a risignificare la storia di un individuo.